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AQUAGRANDA 1966-2016 | Dove la storia finisce. Intervista a Roberto Bianchin
di Fabio Marzari   

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Roberto Bianchin è un giornalista, scrittore e uomo di teatro. Storico corrispondente de «La Repubblica», da veneziano non ha mai smesso di raccontare le molte aporie della Serenissima, le mille luci ed ombre di cui la vita tra le calli si nutre. L’occasione del 50esimo anniversario dell’alluvione che travolse Venezia nel 1966 viene ricordata in città da numerose iniziative e mostre, la più importante delle quali è uno spettacolo alla Fenice, Aquagranda, tratta dall’omonimo libro di Bianchin Aqua Granda, il romanzo dell’alluvione, una cronaca che diventa riflessione sul destino di Venezia, travolta quotidianamente da inazioni e vilipendi fisici da parte di molti. Senza per forza alimentare polemiche, con efficace forza di sintesi narrativa, Bianchin racconta cosa rappresentò quell’eccezionale, ma non irripetibile, fenomeno naturale per Venezia e cosa sia cambiato in questo mezzo secolo.

Come nasce il libro Aqua Granda, il romanzo dell’alluvione e come l’opera si è trasformata in rappresentazione scenica per teatro, che proprio il 4 novembre viene presentata alla Fenice a celebrazione dell’anniversario?
Il libro nasce per raccontare l’alluvione che ha colpito Venezia il 4 novembre del 1966, fenomeno che fece arrivare il livello dell’acqua sul medio mare a 194 centimetri, altezza fortunatamente mai più raggiunta da quell’occasione ad oggi. Il libro racconta l’alluvione con i dati di cronaca di quel tempo attraverso un punto di vista molto particolare, osservando cioè l’evento dal punto di crisi, individuato nell’isola di Pellestrina. L’Isola, che protegge la Laguna dal mare, fu il primo punto in cui i Murazzi si ruppero, aprendo brecce che in brevissimo tempo passarono da 100 a 400 metri da cui il mare entrò e sommerse l’intera Isola, portando all’evacuazione di 7000 sfollati, arrivando poi più lentamente in città. La distanza da coprire tra Pellestrina e il centro storico di Venezia, circa 18 chilometri, spiega l’assenza di vittime direttamente collegate al flusso d’acqua, che invece ci furono a Firenze, dove l’esondazione dell’Arno fu molto più veloce. Il libro osserva i fatti attraverso gli occhi di un ragazzo allora ventenne di nome Ernesto Ballarin, vivo ancora oggi, figlio di una famiglia di pescatori che aveva deciso di non intraprendere il mestiere paterno e andare invece a lavorare in un elegante ristorante in Francia. I suoi occhi raccontano quello che troviamo nel libro e che, con alcuni adattamenti, vediamo anche nello spettacolo.

 

In quali aspetti libro, libretto e spettacolo si differenziano?
Il libro ha una voce narrante, corrispondente a quella dell’autore, mentre lo spettacolo è più un dramma in musica che un’opera, anche per i movimenti scenici e coreografici accompagnati da 2031314_aa0.jpgimmagini che lo caratterizzano. Nel libretto, realizzato assieme a Luigi Cerantola, ci sono diversi personaggi che dialogano tra loro: i familiari di Ernesto, alcuni amici e altri abitanti di Pellestrina. Questa è un’altra differenza tra libro e libretto che si riflette nella resa scenica.

Quale messaggio lascia questo spettacolo? Quali i motivi profondi che hanno portato alla realizzazione di questo progetto?
Personalmente non credo molto nei messaggi, né scritti e nemmeno rappresentati in quello che è e vuole rimanere a prescindere da tutto uno spettacolo di teatro. Si tratta di un importante progetto culturale capace di coinvolgere gli abitanti e ovviamente incentrato sulla realtà. Quindi più che di messaggio parlerei di riflessione, portata avanti attraverso le testimonianze di chi visse sulla propria pelle un momento in cui la fragilità di Venezia fu sotto gli occhi di tutti, di occasione piuttosto amara per constatare come in questi cinquant’anni nessuno sia stato in grado di trovare soluzioni capaci di tutelare fisicamente la città. Nello spettacolo non c’è un lieto fine e temo non ci sia nemmeno nella realtà.

4 novembre 1966 – 4 novembre 2016, due Venezie molto diverse: la prima città viva, quella attuale una destinazione turistica mondiale svuotata di abitanti. Quell’Aqua Granda sembra essere un dies a quo che segna la fine di Venezia come città normale, sancendone il declino. Che creatura è davvero la Venezia del 2016?
Cinquant’anni dopo siamo di fronte ad una città innegabilmente molto cambiata. Nel 1966 il centro storico di Venezia aveva quasi il triplo degli abitanti attuali, 150mila contro gli attuali scarsi 55mila. L’alluvione ha inciso anche su questo, cambiando i connotati della città e del tessuto della sua popolazione. Dopo la catastrofe naturale vennero dichiarati inagibili circa 17mila piani terra, in cui vivevano circa 50mila abitanti. Da quell’anno si è sempre registrato un calo degli abitanti del centro storico, senza che si sia mai registrata una vera e propria inversione di tendenza. Case buie e prive di riscaldamento costavano troppo per le giovani coppie, che preferivano stabilirsi in terraferma, in appartamenti con «due acqua-alta-venezia-1966.jpgstanze col bagno e il termosifone, e tanta acqua calda che viene quando vuoi», come cantava negli anni ‘60 Alberto D’Amico. L’esodo ha portato al totale cambiamento della città, a partire dai suoi stessi connotati: ci sono fast food e negozi di maschere al posto di botteghe che segnavano e scandivano la vita di tutti i giorni. Venezia si sta lentamente avviando a diventare parco storico di divertimenti abitato solo da un turismo cialtrone ed eccessivo nei numeri, quasi impossibili da calcolare. L’esodo ha interessato molto spesso fasce di popolazione impegnate nei mestieri più tradizionali: nel ‘66 Venezia registrava 2700 imprese circa, tra grandi e piccole sparse tra centro storico e isole. La chiusura di 2000 di queste aziende ha fatto sì che la forza lavoro ‘sopravvissuta’ si sia concentrata quasi esclusivamente nel settore terziario, privando la città di un vero e proprio ceto produttivo. Per certi aspetti le isole dell’estuario come Murano, Burano, Pellestrina o Sant’Erasmo sono state meno interessate da queste dinamiche di spopolamento rispetto al centro storico. Rimanendo a Pellestrina, l’isola ha perso 2000 abitanti dal ‘66; dei 7000 dell’epoca i 5000 di oggi rappresentano uno zoccolo duro da considerare, assieme al fatto che molti di loro sono ancora impegnati nelle stesse attività di sempre, con ovviamente la pesca a farla da padrona.  

Nella Venezia attuale, la città del MOSE, cos’è l’Aqua Granda?
È un fenomeno che esiste ancora, fortunatamente non nelle proporzioni vissute cinquant’anni fa. MOSE o non MOSE, la città risulta ancora fisicamente indifesa dalle acque alte, a prescindere da quello che le paratie riusciranno a fare. Penso che i veneziani, a cinquant’anni dall’alluvione, vorrebbero sentirsi più tutelati, in uno scenario che registra il progressivo innalzamento dei mari e un altrettanto progressivo abbassamento della città. Città che sta cambiando in peggio; non è fuori dalla realtà immaginare uno scenario in cui delle barriere tipiche di un parco divertimenti vengano utilizzate per dare alla città un orario di apertura e uno di chiusura, battuta che fino a qualche anno fa poteva ancora strappare un sorriso amaro. Venezia rimarrà una bellissima quinta di teatro, se privata di abitanti attivi come quelli che ci sono oggi, spesso impegnati a manifestare in piazza per la propria venezianità, ma ormai ridotti all’impotenza anche numerica, con scarso peso politico anche in termini di voti e con un destino che spesso viene deciso da altri, in terraferma, a livello politico e amministrativo.

1966.jpgUna nuova Legge speciale opportunamente studiata potrebbe portare la situazione verso una forma di normalità?
Niente è impossibile, anche se mi permetto di essere molto scettico a riguardo. La prima Legge speciale è del 1973: il Parlamento italiano dopo la catastrofe ci mise ben sette anni per pronunciarsi sul piano legislativo. Il provvedimento aveva due capisaldi: la salvaguardia fisica di Venezia e la sua rivitalizzazione socio-economica. A distanza di cinquant’anni il bilancio rispetto a questi due aspetti è del tutto negativo, con la città ancora indifesa davanti all’avanzata del mare e una monocultura del turismo che, pur rappresentando un’enorme fonte di sostentamento, uccide tutte le altre forme di vita imprenditoriale ed economica che faticosamente cercano di farsi strada nel tessuto cittadino. Il finale appare già scritto, ma è giusto non arrendersi e, anche se rimasti in pochi, contrapporsi fino all’ultimo a questo destino apparentemente inevitabile.