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Home arrow ZOOM arrow AQUAGRANDA 1966-2016 | L'onda lunga. Incontro con Andrea Mastroni, protagonista alla Fenice
AQUAGRANDA 1966-2016 | L'onda lunga. Incontro con Andrea Mastroni, protagonista alla Fenice
di Fabio Marzari   
andrea_mastroni__nicola_garzetti_1.jpgAndrea Mastroni è un affermato cantante lirico, un basso profondo, con un curriculum molto importante, nonostante la giovane età. Milanese di nascita, con origini veneziane, laureato in filosofia estetica, ha iniziato la sua formazione musicale con il clarinetto, si è laureato con lode presso l'Istituto Claudio Monteverdi di Cremona. Ha vinto il Premio Mario Basiola nel 2005 e Giuseppe Di Stefano a Trapani e il Premio Bibiena a Mantova nel 2007. Ha cantato presso i principali Teatri di tutto il mondo, riscuotendo un significativo plauso da parte del pubblico e della critica. Impegnato a Venezia alla Fenice in un'opera in prima assoluta, Aquagranda, musica scritta dal trevigiano Filippo Perocco, di cui è protagonista nel ruolo di Fortunato. Si tratta di un’opera scritta in memoria della tragica alluvione che colpì Venezia nel 1966, quando si verificò la più elevata acqua alta mai registrata, 194 cm sul livello del mare. Il 4 novembre la prima. Con libretto di Roberto Bianchin e Luigi Cerantola, diretta da Marco Angius con regia di Damiano Michieletto. Abbiamo intervistato Andrea Mastroni prima della prima.

Lei interpreta il personaggio di Fortunato, vecchio pescatore di Pellestrina che si oppone alla partenza del figlio Ernesto e che alla fine capirà per primo il cessato pericolo. Come si è trovato nei panni di un personaggio ancestrale, depositario di una saggezza popolare tanto significativa?
Differentemente da come si sarebbe portati a pensare, il personaggio è contraddistinto da una certa dose di gravitas. Fortunato, padre di Ernesto, non è un ‘semplice’ pescatore, è molto nobilitato da una scrittura vocale che lo pone in forte risalto, rendendolo il protagonista di quest’opera. Nel romanzo di Roberto Bianchin Aqua Granda, il romanzo dell'alluvione, Fortunato non ha grande peso rispetto ad Ernesto, mentre nell’esito scenico accade il contrario, arrivando a rivestire un ruolo quasi profetico nei confronti della tragedia che sta per verificarsi. Il suo “la cresse, la cala” è un intercalare che accompagna snodi cruciali della vicenda. La scrittura vocale di questo personaggio è molto particolare, caratterizzata da un’intessitura molto importante e lunga, adatta ad un basso profondo e agile. Grande importanza è rivestita anche dal coro e dalla funzione che svolge, un “non personaggio” che si fa portatore della voce della Laguna e che abbraccia la scena e i suoi protagonisti, ‘circondati’ dal coro. Avendoli sempre in scena il presagio si fa sempre più palpabile.

5a40c4f1-8b20-4478-a250-65d3b96af8c9.jpgUn allestimento che, sotto questo aspetto, richiama alla tragedia greca…

Assolutamente. Si tratta di una tragedia a tutti gli effetti. Il coro commenta e racconta la vicenda, contestualizzandola e intervenendo in alcuni momenti, come nel duetto tra i personaggi di Lilli e Leda, attraverso sonorità fortemente onomatopeiche, con la precisa volontà da parte di Perocco di lavorare insistentemente su alcune consonanze e su particolari tratti vocali, cosa abbastanza inusuale nell’opera e nel canto colloquiale. Si tratta di un insieme di intenti piuttosto speciale.

Lo spettacolo vede la convivenza di italiano e dialetto veneziano.
Esatto, ci sono moltissime parti in dialetto veneziano, a partire dall’intercalare “la cresse, la cala”. Fortunato è poi portatore di una particolare fonetica del luogo, non poteva essere altrimenti per un’opera di questo tipo, saldamente legata alla realtà. Un tratto linguistico che contestualizza ancora di più il tutto.

Lei è milanese, ma di origini veneziane, quali emozioni suscita raccontare un dramma che ha colpito la città di Venezia dal palcoscenico del suo maggiore e importante teatro? Singolare vedere come gli elementi naturali siano stati tanto significativi per il destino di questa città, con l’acqua nel ’66 e il fuoco a colpire la Fenice trent’anni dopo…
Sono personalmente coinvolto nella commemorazione di questa tragedia. La mia famiglia è del Lido e ho potuto rivivere questi ricordi attraverso i racconti di mia nonna, due miei zii quella notte rischiarono di morire, riuscendo a salvarsi arrampicandosi su un tetto. Quando ho letto per la prima volta lo spartito che la Fenice mi aveva inviato mi sono venuti i brividi, si trattava di una storia che non mi lasciava in alcun modo indifferente, ma che ho sempre vissuto attraverso i racconti di altri, con dovizia di particolari. Per quanto mi riguarda, sembra trattarsi davvero di un’opera fatta su misura, con moltissime coincidenze davvero sorprendenti: il compositore non aveva scritto la musica per me, come per nessuno dei cantanti coinvolti nell’opera, eppure sono sicuro di non aver mai incontrato nella mia carriera qualcosa che si adattasse più di questo lavoro alle mie caratteristiche vocali. Sono un basso profondo, ho un repertorio che spazia moltissimo e trovare una storia così intrecciata al mio percorso personale mi ha davvero colpito. Pur non vivendo a Venezia, il contatto con questa terra non si è mai perso ed è sempre qualcosa di molto emozionante.

Come è stato lavorare con Perocco e con il regista Michieletto?
Faccio questo mestiere ormai da quattordici anni e stavo ‘inseguendo’ Michieletto da un po’, ci siamo a volte sfiorati in giro per il mondo, ma non eravamo mai riusciti a collaborare. Farlo ora, con una nuova produzione e qui a Venezia, mi riempie ovviamente di gioia. Personalmente lo considero un genio del tessuto narrativo e del gesto scenico, della logica con cui stare in palcoscenico e agire in scena. La regia d’opera si può spesso ridurre ad un accostamento dei vari personaggi in scena, con Michieletto si viaggia invece nei territori del meta-teatro, attraverso un tessuto narrativo vero, profondamente reale. Tra me ed Ernesto c’è rabbia, collera, sentimenti veri e violenti appositamente esasperati. Perocco ha assolutamente indovinato la scrittura vocale, nel mio caso fatta davvero su misura per le mie caratteristiche. Il suo è un linguaggio perfettamente logico, ogni personaggio è del tutto caratterizzato nella propria vocalità. Non avevo mai cantato niente di suo, per me è stata essenzialmente una grande sfida, in cui la vocalità viene utilizzata come strumento, attraverso le già citate onomatopee e nel fulcro dell’intera opera, una sorta di madrigale dedicato alle ‘acque atroci’, con citazioni di Gesualdo da Venosa e soluzioni espressive improntate all’immediatezza del linguaggio. È stato molto interessante lavorare con lui e confrontarsi sulla creazione del personaggio, ovviamente rispettando quelle che erano le sue intenzioni. Ad essere sincero non succede spesso che un compositore italiano abbia idea di cosa significhi lavorare con le voci...

2015-05-17_19.01.04_macbeth_champs_elysees.jpgDopo Venezia, sarà a New York. Per una persona giovane come lei, come si configura la scelta di un lavoro come questo?
Ho cominciato molto giovane, a 21 anni, a fare questo lavoro. Si tratta di una sfida caratterizzata da sacrifici e compromessi, come tanti altri lavori, nel mio specifico caso connotata anche dalla scelta di lavorare all’estero, in questo particolare momento storico. L’artista solista, cantante o musicista, si trova ad affrontare ‘da solo’ differenti contesti culturali e sfide sempre nuove. Lavoro molto all’estero, in Spagna e Germania come negli Stati Uniti, quest’anno ho aperto la Stagione dello Staatsoper di Amburgo e a ridosso della recita alla Fenice sarò proprio lì per interpretare il Rigoletto. Nella mia carriera anche il repertorio tedesco di Wagner e Mozart riveste un ruolo cruciale. In questo caso non potevo assolutamente prescindere da questo progetto alla Fenice: per i professionisti coinvolti, per il Teatro stesso e per uno spettacolo capace di toccarmi così tanto nel profondo, proposto poi in prima mondiale. Per me Aquagranda è stato un imperativo categorico!

 

 

Aquagranda
4, 5, 6, 8, 10, 13 novembre Teatro La Fenice
www.teatrolafenice.it