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Home arrow ARTE arrow L’imperfetta meraviglia. Luca Massimo Barbero racconta la retrospettiva di Tancredi alla Guggenheim
L’imperfetta meraviglia. Luca Massimo Barbero racconta la retrospettiva di Tancredi alla Guggenheim
di Fabio Marzari   

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Ogni curatore ha il suo ‘feticcio’, il suo spirito guida artistico che lo appassiona da sempre. Correva l’anno 1988 ed un giovanissimo Luca Massimo Barbero curava una mostra a Verona alla Galleria Cinquetti: l’inquieto e geniale Tancredi Parmeggiani aveva stregato a fondo il Nostro, che da allora ha sempre cercato, riuscendovi con grande maestria e convinzione, di dare una collocazione importante nell’empireo della storia dell’arte all’Autore di Feltre, genio di prima grandezza. La mostra di Tancredi alla Collezione Peggy Guggenheim è un ritorno a casa, un privilegio per i visitatori di potersi calare nella dimensione pittorica di un artista complesso ed emozionante. Nell’affascinante e colto racconto di Barbero l’occasione per attraversare il percorso anche umano di Tancredi, un giovane uomo che a 37 anni, nel 1964 scelse le acque del Tevere per porre fine alla vita terrena ed entrare nel mito, senza averlo cercato.

 

Partiamo dal titolo, certamente insolito…
La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba è una frase di Tancredi che ho sempre molto amato per la forza straordinaria di cui si fa portatrice. Esprime molto di lui. Fin dalla sua prima mostra del ‘49 alla Galleria Sandri in Campo Manin, ad appena 22 anni, portò avanti una propria letteratura teorica, pensieri legati essenzialmente ai due concetti su cui si concentra la mostra stessa: in primo luogo un’esistenza particolarissima, caratterizzata da una sorta di “splendida dannazione” per la pittura e il disegno; in secondo luogo un anelito che lo porta a voler fare arte con determinazione, rivolgendo la propria attenzione alla natura.
Il titolo dà senso alla mostra: la convinzione che si possa rispondere con un filo d’erba a tutto il male del mondo. Non è certo un caso che l’esposizione si apra con le sue primissime opere intitolate Primavere, tra cui quella donata da Peggy Guggenheim al MoMA nel ‘52. Si tratta di quadri capaci di restituire un’atmosfera tutta da percepire, anche attraverso il tema del “campo fiorito”, dello spazio che si sposa con l’altra grande tematica della sua opera, l’esistenzialismo, consegnando alla storia una figura di artista/uomo che nonostante il breve percorso biografico – durato solo 37 anni e tragicamente concluso con un tuffo mortale nel Tevere – è sempre riuscito ad essere un personaggio oltre gli schemi, connotando gli anni ‘50 veneziani e italiani.

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Tancredi e Peggy, un rapporto che si potrebbe definire di stima e affetto, al punto che l’artista di Feltre fu l’unico ad avere lo studio a Ca’ Venier dei Leoni. Come nasce e si sviluppa il loro sodalizio artistico?
Ancora una volta emerge da una mostra la lungimirante capacità di Peggy di scovare nuovi talenti. I due si incontrano tra la fine del 1951 e l’inizio del ‘52, quando Tancredi ha poco più di vent’anni. Peggy capisce da pochi lavori giovanili come l’artista sia estremamente ricettivo, nuovo, velocissimo e rapace, tanto quanto un Pollock. Nei suoi scritti è la stessa Peggy ad affermare: «decisi di fare un’eccezione alle regole che mi ero imposta», dando appunto a Tancredi la possibilità di avere uno studio al piano terra di Ca’ Venier dei Leoni, entusiasta di «come le sue gouaches avrebbero presto invaso la casa». Peggy era elettrizzata dall’aver trovato in Parmeggiani e Pollock una corrispondenza tra biografia e creatività, con Tancredi che incarnava lo spirito romantico di un talento assolutamente eccezionale per la pittura, nello specifico astratta.

   

Di Tancredi ha messo in evidenza «l’estrema lucidità, la vibrante irrequietezza e l’immensa volontà del dipingere nuovo, ancora lontano da una definizione e alieno a ogni possibile classificazione; unico nel panorama italiano ad aver così velocemente metabolizzato le possibilità di una nuova astrazione internazionale e personale al tempo stesso».
È stato un artista capace di captare in maniera straordinaria quello che gli succedeva intorno, un radar come ce ne sono stati veramente pochi. È sufficiente posare lo sguardo su alcuni dei suoi quadri per capire come gli sia stato possibile assorbire e digerire tutte le lezioni osservate attorno a sé. Esiste un quadro intitolato Aspirazione a New York in cui lui si è inventato un puntinismo capace di “divorare tutti”, che gli fece vincere nel 1952 il Premio Bevilacqua La Masa nonostante, a detta dei critici, fosse realizzato in una tecnica difficile da definire. Il problema con i giornalisti dell’epoca fu il liquidare il tutto come “un guardare a Pollock”, senza magari evidenziare come ci fosse nel lavoro di Tancredi un tratto assolutamente originale, dall’enorme portata. Nel panorama veneziano lui fu un alieno, non assimilabile a nessuna scuola, un “non classificabile” che allo stesso tempo lo caratterizza e non lo lega a nessuno stile riconoscibile.
Tancredi si nutre in maniera totalizzante della Collezione di Peggy attraverso un confronto diretto con le opere dei grandi del ‘900 e in particolare con un suo grande amore artistico, Mondrian, non tanto con i suoi lavori più conosciuti, quanto, ad esempio, con Ocean 5 del 1915, presente in Collezione. Si tratta di un disegno molto affine al modus operandi di Tancredi, un lavoro in cui lo spazio curvo usato da Mondrian non riempie gli angoli, esattamente come i lavori di Tancredi del ‘52-‘53.

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Tancredi l’americano, senza mai essere stato in America.
Un altro aspetto della mostra è l’attenzione dedicata a tutte quelle opere di Tancredi donate in passato da Peggy a vari musei americani, molto ben volentieri accettate dai direttori in virtù del suo enorme fiuto in fatto di nuovi talenti artistici. È interessante leggere nel catalogo come altre personalità cercassero assolutamente di avere opere di Tancredi per rappresentare l’arte informale del secondo dopoguerra. Palma Bucarelli, leggendaria direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, desiderò ardentemente, e dopo anni di trattative finalmente ci riuscì, di poter avere una qualche sua opera. Nel dialogo tra direttori di Collezioni e Gallerie è testimoniata la dimensione di Tancredi come pittore “maudit” degli anni ‘50. Gli americani sono generalmente restii all’arte europea e italiana in particolare, ma Peggy favorisce una vera inversione di tendenza in questo senso.
In questa mostra sono esposte ben 19 donazioni, attorno a cui si snodano alcuni passaggi fondamentali del percorso espositivo; oltre a quella del MoMA (Primavera) tra le altre abbiamo anche quella del Brooklyn Museum (Spazio, Acqua, Natura, Spettacolo) e Senza titolo (Composizione) dal Wadsworth Atheneum Museum of Art di Hartford.

24-a-proposito-della-laguna.jpgLa Venezia degli anni ‘50. Quale il clima in una città ancora ‘libera’ dai condizionamenti delle masse?
Un clima estremamente vivo. Venezia all’epoca rappresentava ancora l’autentica scena dell’arte, grazie alla presenza di storici e critici di livello assoluto, penso a Marchiori o Apollonio, penso a Mazzariol, impegnati in un dialogo diretto con la Biennale o nella direzione in prima persona, che organizzavano mostre internazionali, rivestendo quindi ruoli di primo piano anche sul fronte espositivo. Grazie alla Biennale, grazie a Peggy e grazie alla presenza di autori giovani come Vedova e Santomaso, Venezia era una destinazione internazionale obbligata, bisognava passare di qui per essere riconosciuti. Grande ruolo in questo senso hanno rivestito le Gallerie di Cardazzo, che in quegli anni significavano Roma-Milano-Venezia trovandosi nelle tre città, assieme alle ‘sorelle’ londinesi, con Tancredi che risulta essere un protégé di Carlo Cardazzo stesso, più ancora di Vedova.
Peggy dedica una mostra a Tancredi a Palazzo Venier dei Leoni nel ‘54 e nel ‘56 si rincorrono mostre tra Naviglio, Cavallino e la Galleria Selecta di Roma, altra sede espositiva di Cardazzo. Venezia era una destinazione per molti stranieri che arrivavano in città, durante l’estate, per acquistare opere di artisti italiani.
È interessante notare come sia Tancredi stesso a scrivere le presentazioni delle sue mostre ospitate dagli spazi di Cardazzo, mentre Peggy, che ebbe a dire «Tancredi, con la sua pittura, crea una nuova filosofia poetica per coloro che non posseggono né telescopi né razzi», scrisse di sua mano testi per presentare le esposizioni dell’artista di Feltre, come nel caso della mostra del ‘67 a Ca’ Vendramin Calergi, che lo celebrerà come un mito e su cui Dino Buzzati scrisse uno splendido articolo intitolato, appunto, Nasce il mito Tancredi, testo ricco di riflessioni preziosissime. Scrive Buzzati sul Corriere della Sera: «...Tancredi è stato definito un impressionista. In realtà la maggior parte dei suoi moltissimi quadri – si parla di alcune migliaia – non rappresentano alcun soggetto determinato. Lo si può dire un pittore astratto. Tipico di tutti i celebri pittori astratti è uno stile personale, una sigla, una formula, un modulo che li fa distinguere facilmente a colpo d’occhio e che generalmente si mantiene attraverso l’intera parabola produttiva. Tancredi invece non ha una sua costante grafia. Distinguerlo a colpo d’occhio non è facile. I suoi quadri cambiano moltissimo, di anno in anno per quanto riguarda la forma. Era in un continuo travaglio di ricerca e, ricercando, poteva avvicinarsi ora a Pollock, ora a Tobey, ora a Mondrian, ora a Riopelle, ora ad Hartung, ora a Kline, ora a Dubuffet, ora ad Appel e così via... In cosa consisteva allora la sua personalità e la sua originalità? Consisteva in una specie di afflato, di grazia, di impeto lirico di levità giovanile, di felicità espressiva per cui le esperienze e anche le invenzioni altrui venivano da lui assimilate, bruciate, fatte sue e restituite sulla tela con un accento spesso inconfondibile. In questo senso si può riconoscere quell’unità poetica senza la quale un vero artista non esiste...»
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Tancredi spirito inquieto. La sua portata di artista rivoluzionario.
In lui esistono degli elementi di “pittore bello e dannato” che tuttavia non devono intaccare in alcun modo il suo talento puro. Un cinegiornale dell’Istituto Luce del ‘53 lo mostra a Roma prima addormentato su una panchina e svegliato da un vigile, successivamente impegnato a declamare versi di Sartre in una latteria... Anche nel contesto milanese dimostra di non sbagliare un colpo, recandosi nelle gallerie più alla moda e frequentando gli ambienti più in vista dell’epoca, come l’Ariete di Beatrice Monti von Rezzori. Tancredi Parmeggiani è un sismografo in grado di prevedere i movimenti tellurici che in ambito pittorico si stavano avvicinando a grandi passi.
Tutti sono sicuri che lui si sia ispirato a Pollock nella propria pittura, ma osservando le sue Primavere io sono invece certo che lui avesse in mente Klimt. Altre volte guarda invece a Klee, confermando la tendenza a tuffarsi anima e corpo nella storia della pittura con energia boccioniana, individuandolo come risposta europea all’action painting.

Un giro virtuale dell’esposizione. Cosa colpirà gli occhi del visitatore?
Una serie di autoritratti incredibili, capaci di far vedere come il Neocubismo sia raggiunto e superato da Tancredi, come ben esemplificato in Senza Titolo Autoritratto, una tempera su carta. In una sala potremo affondare la vista in questi autoritratti, espressione massima del suo esistenzialismo. Si registra una costante convivenza tra reale e astratto, tipico del suo fare. In opere come Senza Titolo 1950-51 e Senza titolo 1951 si è di fronte ad un dripping selvaggio, ma al contempo controllato.
Opere come Senza Titolo ci fanno capire al meglio quanto la ricerca di Tancredi si rivolga al segno inteso come atmosfera, cenere, simile al pulviscolo che ci capita di scorgere quando fissiamo un fascio di luce. Una delle caratteristiche che spesso si tende a trascurare è la trasparenza della sua pittura, apprezzabile al meglio quando abbiamo a che fare con gli originali dal vivo, in un gioco di strati che è tutto veneto e bizantino. 
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Perché questa mostra hic et nunc alla Collezione Guggenheim?
Ci sono momenti in cui giungono, inesorabili, degli appuntamenti che bisogna onorare, al di là delle scadenze e delle celebrazioni, che spesso sono inutili e dettate dalla mera cronologia.
In questo momento tutta la storia dell’arte si sta muovendo verso gli anni ‘60 e ‘70, io in controtendenza ho voluto concentrarmi su una figura tra le mie preferite, appartenente alla categoria dei cosiddetti “nascosti in evidenza” e a cui ho dedicato la mia prima mostra nel 1988. Credo che in questo momento, in cui tutto è rivolto ad altro, ci sia il silenzio necessario per affrontare una mostra così densa, poetica e tanto piena e complessa, forse addirittura troppo ricca. Una mostra in cui si potrà vedere la sapienza, la felicità e assieme la dannazione di “fare pittura”. Non mi preme spiegare Tancredi, ma mostrare un uomo che al proprio interno nascondeva un dono che allo stesso tempo era metafora di maledizione. Lo faccio ‘mostrando’ dei quadri, perché penso che ‘mostrare’ possa permettere al visitatore di trarre le proprie conclusioni.
Quadri come il Senza titolo (Luci di Venezia) del 1958 o Senza titolo. A propos de l'eau del 1958-59 esposti nella sala 8, dedicata alle atmosfere veneziane e norvegesi, mettono in chiara luce un convincimento di Tancredi secondo il quale si poteva dipingere una città solo dopo averla lasciata e sono esemplari di una forza evocativa capace di superare Turner nel descrivere le atmosfere veneziane, giochi di nuvole e acqua, di mosaici e particelle, nebbia e oro. Norvegia e Materia-Luce sono esplosioni della sua pittura, simbolo della crisi da lui vissuta nel ‘59. Le tre tele del ciclo Hiroshima vengono riunite per la prima volta dagli anni ‘60 e portano agli occhi l’inquietudine totale che si è ormai completamente impossessata del suo animo, con i fiori dipinti in quegli anni che rappresentano un’innocenza a cui non rimane altro esito che il tuffo suicida nel Tevere.
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È stato complicato allestire il corpus della mostra?
È stato complesso rintracciare alcuni lavori. Visto che dall’ultima mostra, realizzata a Feltre nel 2011, si è registrato un interesse crescente verso la sua figura, le opere si stanno inevitabilmente disperdendo in tante Collezioni. Con Tancredi c’è però un altro problema, collegato al suo essere autore “coerentemente vario”, e cioè la difficoltà di scegliere e scremare le opere da portare in mostra. Se ne vorrebbero sempre aggiungere altre! Questa mostra è molto ricca e densa; in alcuni casi è stato divertente rintracciare tutti i movimenti che avevano interessato le diverse opere, come far vedere al pubblico quadri presenti in Collezione o che la stessa Peggy aveva fatto partite da qui.

Quale il pezzo iconico della mostra per Luca Massimo Barbero?
Un quadro a cui sono particolarmente legato è Diario paesano, del 1961. Qui Tancredi nasconde tutto il dolore nella bellezza della superficie: c’è il colore, una tappezzeria che rimanda all’atmosfera del romanzo Piccole donne, il riquadro in basso a destra che raffigura un nudo di donna. Si tratta di un palinsesto capace di riassumere al proprio interno tutta la sua vita.

 

«La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba – Tancredi. Una retrospettiva»
12 novembre-13 marzo 2017

Collezione Peggy Gugennheim, Dorsoduro 701 - Venezia
www.guggenheim-venice.it


 

 
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