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Home arrow ARTE arrow ARCH | La regola dell’equilibrio. Paolo Baratta, bilancio di una Biennale aperta al mondo
ARCH | La regola dell’equilibrio. Paolo Baratta, bilancio di una Biennale aperta al mondo
di Massimo Bran   

pat_2601_resized_1_672-458_resize.jpgNessuno come Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia, può trarre un bilancio che restituisca al meglio le molteplici articolazioni di una Mostra come quella di Architettura che coinvolge centinaia di istituzioni e di soggetti privati, migliaia di operatori, migliaia di studenti, centinaia di migliaia di visitatori paganti. Spesso quando si apre o si chiude una mostra di così grande rilevanza ci si sofferma quasi esclusivamente sui temi, sugli esiti contenutistici espressi in rapporto alle intenzioni curatoriali. Ma altrettanto importanti sono le implicazioni che un tale evento ha sul territorio, sul pubblico, sulla sua stessa storia. Di tutto questo composito sistema in movimento abbiamo discorso con il Presidente, cercando di isolare i cardini chiave di questo edificio espositivo.

 

Una Mostra ancora giovane, solo 15 edizioni, ma in costante crescita. I numeri delle Partecipazioni, degli Eventi Collaterali ed Eventi Speciali, il pubblico. Un bilancio sulla 15. Biennale Architettura.

Sì, si tratta di un risultato a cui abbiamo dedicato molte energie. C’è voluto coraggio nell’“investire” nella Mostra di Architettura e portarla a una durata pari a quella dell’Arte. Un coraggio un po’ spericolato. Una Mostra di Architettura non si era mai immaginata di sei mesi e non esiste da nessun’altra parte al mondo. Se lo facciamo è innanzitutto per dimostrare che la Mostra di Architettura non ha minore ambizione di quella di Arte. In secondo luogo, come la Mostra di Arte quella di Architettura deve dimostrare di essere realizzata a favore del pubblico e non essere più un’iniziativa curata da architetti per e a favore degli architetti. Viene tenuta aperta così tanto anche per confermare che la Biennale non è un’agenzia di eventi, ma un luogo che promuove la conoscenza, e quindi opera come fenomeno urbano, offrendo a diverse categorie di persone, e a chi visita Venezia, l’opportunità di trovare nella città un luogo di grande interesse e vitalità. Il messaggio è stato ben compreso. Vanno ringraziati i Paesi che, anche loro, aderiscono a un’apertura di così lunga durata (con conseguenti costi). 
I visitatori delle Mostre di Architettura hanno poi un curioso andamento nel tempo, che dipende dall’apertura delle scuole, dai periodi degli esami e così via. La lunga durata configura poi una situazione nella quale siano programmabili visite a lunga scadenza e, da parte nostra, siano prefissati incontri e dialoghi con architetti e operatori, dialoghi che la Biennale considera sempre più integranti dell’Esposizione.

 

A ogni edizione la scelta determinante del curatore, mostra già in luce la volontà e la direzione intrapresa dalla Biennale. Prima, dopo e durante. Come giudica il mandato di Aravena e il lascito teorico di questa 15. Biennale?

_99-biennale-architettura_arsenale_03.08.jpgSì, è vero. Come abbiamo già detto, la storia delle recenti Biennali realizzate attraverso diversi curatori è anche il risultato di una riflessione continua sui temi dell’architettura osservati da diverse angolazioni, sia propria all’architettura sia riferita al fatto che l’architettura è la più politica delle arti e quindi deve essere osservata alla luce delle vicende sociali, economiche, politiche e istituzionali. 
Rem Koolhaas ci ha portato, in una sorta di viaggio nel Purgatorio, a vedere come la forma sia diventata meno significativa, essendo lo spazio occupato e condizionato in modo decisivo da esigenze di natura tecnica, legate al confort e alla sicurezza. Elements of Architecture era una Mostra tutta rivolta all’architettura come disciplina e ai condizionamenti che essa subisce dalle sollecitazioni che vengono appunto dal progresso tecnico e dalla ricerca di confort. 
Alejandro Aravena torna ad affrontare il tema dell’architettura visto come sviluppo di una catena di momenti distinti, che parte dalla consapevolezza e dalla capacità di porre domande compiute, provenienti da esigenze ben definite e indicate in modo esaustivo; il che vuol dire anche consapevolezza dei problemi, delle situazioni oggettive nelle quali i problemi devono essere affrontati e delle diverse soluzioni che l’architettura può offrire, cui devono seguire coerenti fasi realizzative.


 

È evidente che i collegamenti tra architettura e società civile sono le esigenze della società di fronte alle quali l’architettura può diventare strumento che offre risultati positivi. Ma occorre saper esprimere la domanda.
Dopo l’invasione tecnologica della Mostra di Rem Koolhaas siamo tornati a mostrare anche il mattone! E non per nostalgie antistoriche, ma perché si deve constatare che le tecnologie più efficaci possono e devono tener conto delle condizioni particolari, dei costi della manodopera, delle condizioni ambientali, che possono essere molto diverse da quelle alle quali si applicano le tecnologie più recenti. È in ogni caso la fenomenologia dell’architettura che ci interessa, cioè il processo che conduce all’espressione dei desideri e delle necessità e alle loro attuazioni possibili, essendo pur sempre il tema di fondo quello della realizzazione dello spazio in cui viviamo e operiamo come individui e comunità. 
La presenza quest’anno di Urban Age, il collegamento stabilito con il Victoria & Albert Museum di Londra e con le Nazioni Unite, che nei giorni scorsi hanno tenuto a Quito la conferenza Habitat III, ha conferito a questa Mostra, più di altre volte, la caratteristica di un grande appuntamento internazionale. Che poi diventi appuntamento internazionale imprescindibile sta a noi fare in modo che accada.

 

_34-biennale-architettura_arsenale_04.08.jpgTre sue personalissime istantanee da Reporting From The Front.
Le immagini delle grandi conurbazioni rappresentate dalle città più grandi del mondo, che ormai contano decine di milioni di abitanti e che sono cresciute in fretta, nelle quali si manifesta il dramma della carenza di spazio pubblico. I tentativi spasmodici di ricavare spazio pubblico nell’ambito di queste immense distese di abitazioni. A tutto questo si aggiunge una certa tristezza nel vedere come noi, tutto sommato privilegiati e per i quali il problema delle periferie nulla ha a che vedere, per gravità e ampiezza, col problema delle grandi conurbazioni milionarie, siamo spesso incapaci di realizzare più articolate realtà e, in particolare, più articolati equilibri tra spazi privati e spazi pubblici, e troppo spesso sembra che non sappiamo cosa chiedere all’architettura.

 
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