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ARCH | Reporting from Biennale. Intervista ad Alejandro Aravena
di Mariachiara Marzari   

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Poche settimane alla conclusione della Biennale Architettura numero 15, un'edizione carica di energia positiva animata dalla consapevolezza di problemi del contemporaneo non solo costruito, ma politico, sociale, culturale, economico. Una visione del fare architettura scevra da teorie preconfezionate, che parte dalle periferie del mondo per sentirsi libera di ricercare idee, progetti, piani nei diversi Paesi con uguale intensità, in geografie dilatate a distanze ravvicinate. Il merito di Alejandro Aravena è quello di aver aperto l'obiettivo, di aver dato la possibilità di mettere a fuoco problemi importantissimi, ma a volte architettonicamente marginali, con una visione forse più da urbanista e pianificatore che da puro architetto. L'architettura è specchio della società, i progetti la strada comune per andare oltre i propri 'fronti'. Il pubblico ha premiato questo modo 'diretto' di curare una mostra fondamentale e unica nel panorama internazionale. Non poteva dunque che essere lasciato ad Aravena tracciare il suo Reporting from Biennale.

 

Come la "signora dalla scala", dalla sua posizione privilegiata di curatore della Biennale Architettura 2016 quale orizzonte ha potuto scrutare?

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Per cominciare, sappiamo già che nei prossimi vent’anni più di due miliardi di persone si sposteranno in città. E a seconda di ciò che sapremo fare per accoglierli, questa è una notizia buona o una notizia cattiva. È una notizia buona, anche se controintuitiva, perché le persone abitano meglio in città che al di fuori. Per la fascia di popolazione più povera e vulnerabile le città sono un veicolo efficiente per soddisfare i loro bisogni primari. Concentrare la popolazione nello spazio rende più efficace l’implementazione di politiche pubbliche, pensiamo alle operazioni di igiene pubblica con conseguente riduzione di mortalità infantile e di diffusione di malattie. Per la classe media le città sono una concentrazione di opportunità di lavoro, istruzione, cure mediche e anche di ricreazione. Una promessa di mobilità sociale. Per una certa élite le città sono un potente veicolo di creazione di ricchezza; la loro massa critica genera l’ambiente ideale per la creazione di conoscenza e prosperità nel senso più ampio del termine.

 

Quindi le città sono come dei magneti che in potenza soddisfano bisogni, dai più basici ai più intangibili. La notizia cattiva ha tre aspetti: la scala, la velocità e la scarsità di mezzi con cui dovremo rispondere ai fenomeni di urbanizzazione non hanno precedenti nella storia umana. Dei tre miliardi di persone che abitano in città oggi un miliardo vivono al di sotto della soglia di povertà; dei cinque miliardi di persone che vivranno in città nei prossimi decenni, due miliardi vivranno al di sotto di questa stessa soglia. Questo significa che dobbiamo costruire una città da un milione di abitanti ogni settimana con diecimila dollari a famiglia. Se non risolviamo questa equazione, le persone non rinunceranno comunque a vivere in città, continuando ineluttabilmente a trasferirvisi vivendo in condizioni sempre più terribili. Ma qui la questione non è tanto, o non solo, la povertà, quanto la disuguaglianza. Le città esprimono in modo molto concreto e diretto la distanza tra chi ha e chi non ha. Le ineguaglianze si esprimono nelle città in modo più brutale: dalla distanza che bisogna percorrere ogni giorno verso i luoghi ove le opportunità sono concentrate alla mancanza di spazi pubblici di qualità con strutture per il tempo libero e servizi civici. Non c’è di che stupirsi allora se nelle periferie si accumulano rabbia e risentimento. E non è questo certo un problema limitato ai paesi in via di sviluppo. I paesi ricchi, nonostante abbiano risolto tutti i bisogni primari, continuano ad accumulare pressione sociale. Una bomba a orologeria. Un ulteriore livello di complessità che si aggiunge al fenomeno dell’urbanizzazione, quand’anche riuscissimo a trovare il modo di costruire abbastanza città per un milione di persone a settimana, è rappresentato dalla crisi ambientale. I sistemi di costruzione degli edifici che utilizziamo oggi hanno un’impronta ecologica che incide in modo fatale sui cambiamenti climatici. Questo non è un problema di sola ecologia ma anche di sicurezza. Secondo un rapporto del Ministero della Difesa degli USA i prossimi conflitti, guerre e minacce terroristiche avverranno in conseguenza dei cambiamenti climatici. Per fare un esempio, c’è una correlazione “uno a uno” tra le zone di conflitto militare e la mappa della siccità nel mondo. Questo non è solo un problema interno di quei paesi, perché le migrazioni verso aree meno colpite aumentano le pressioni sociali anche lì, a destinazione.

_16-biennale-architettura_arsenale_03.08.2016--g.jpgQuale il lascito teorico di questa 15. edizione per l’architettura? Come influirà sul ‘progettare’ contemporaneo?
Prima di interpretare l’oggetto dell’architettura dovremmo rivolgere la nostra attenzione a ciò che il presidente Paolo Baratta chiama “la fenomenologia del costruito”: quale stato di diritto, quale logica di profitto per l’investimento, chi di fatto costruisce questi edifici, cosa spinge e cosa definisce i bisogni e le necessità della domanda. Bisogna essere in grado di capire queste logiche, parlare questa lingua, capire i vincoli e infine modificare e supportare un cambiamento. Altrimenti l’architettura diventa come mettere del belletto a un gorilla. Il potere di questa Biennale sta in questo fatto: a volte esempi concreti e l’esperienza di chi ha dovuto risolvere un problema osservando date regole possono essere utili per dimostrare gli errori compiuti dalle forze in gioco. O per sovvertirle. E bisogna partire dal lato empirico, non da quello teorico.

Tre sue personalissime istantanee da Reporting From The Front.
_72_biennale_architettura_arsenale_03.08.2016.jpgI tavoli che abbiamo costruito per andare a pranzo con gli altri partecipanti durante l’allestimento della Biennale: lo spirito dialettico, la collaborazione e l’entusiasmo di tutte le squadre. È qualcosa di invisibile al pubblico e dà molta speranza su come le professioni possano muoversi verso il fronte e fare la differenza. Le stanze iniziali all’Arsenale e al Padiglione Centrale: mostrano il coraggio della Biennale come istituzione. Non solo ha accettato, ma anche incoraggiato l’uso di materiale di recupero dalla Biennale Arte. Altre istituzioni avrebbero voluto nascondere un fatto come questo. È un segno che abbiamo a che fare con un’Istituzione viva e sicura di sé, che si apre a nuove sfide. La guerra ai cliché: c’era il rischio che questa potesse essere chiamata la “Biennale dei poveri” e molte persone l’hanno definita una “Biennale sociale”. In parte lo è, ma non è del tutto vero. Ciò che è più rilevante è che ci sono questioni complesse e difficili che bisogna provare ad affrontare mentre tentiamo di produrre un ambiente costruito di qualità. E c’è bisogno di qualità nella professione, non di carità. Questa Biennale mostra che l’intelligenza e il talento, e non solo la buona volontà, sono necessari per migliorare la qualità di vita di tutti.

 
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