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Orme a nord ovest. In viaggio nella Great Bear Rain Forest con Nico Zaramella
di Nico Zaramella   

spirit-bear-durante-la-pesca-in-una-rapida.jpgHo l’impressione che la mia ricerca delle “orme a nord-ovest” sia un percorso concentrico a spirale attorno alla mia esistenza e all’esistenza di questo pianeta.

 

Che la direzione sia l’Est o l’Ovest mi ritrovo sempre più a cercare ciò che eravamo: un po’ per dimenticare ciò che siamo e per non pensare a ciò che potremmo essere. E allora rimangono solo tracce. Rimangono soltanto orme e quindi segni di un passaggio e, purtroppo, segni passeggeri. Notizie sconosciute di luoghi lontani dove uomini, animali e ambiente sono fratelli.

 

Luoghi dove ognuno si accontenta di ciò che ha e non vuole di più perché è superfluo al vivere. Sono luoghi magici perché gli abitanti di quelle terre hanno ormai varcato il confine: la sofferenza e la durata dell’esistenza non sono un valore primario, conta di più l’orgoglio e l’onore di salvare giorno dopo giorno il sacro del pianeta, la vita.

 

Fin da bambino io “tenevo per gli indiani”. Non erano ancora arrivati Soldato blu, Un uomo chiamato cavallo o Balla coi lupi, ma gli indiani mi sembravano gente seria, uomini d’onore.

 

Vero è che faceva comodo rappresentarli come un mucchio di ubriaconi e straccioni; faceva comodo per nascondere il genocidio di uomini capaci di integrarsi nell’equilibrio di un ecosistema perfetto fatto di foreste, laghi, pianure, bisonti, onore, dignità, famiglia, rispetto per gli anziani e così via, ma soprattutto estranei al potere del denaro, dell’oro, soprattutto increduli e umiliati dalle offese contro il mondo perfetto. Con l’abbattimento di un bisonte, un evento carico di religiosità e magia, vivevano trecento persone della tribù. Ma poi arrivarono i massacratori: ignobili eroi che hanno abbattuto decine di milioni di bisonti e di esseri umani. Ridotti alla fame, a un pugno di uomini nelle riserve, quanto avrebbero potuto conservare della loro dignità legata a doppio filo con la libertà di correre nel loro mondo? Nei nostri occhi ancora oggi scorrono rapidamente le immagini degli uomini di tutto il nostro pianeta ridotti alla prigionia e di quanto troppo presto arrivi la morte della dignità, molto prima che la vita se ne vada.


grizzly-durante-lo-scrolling.jpgNon mi sono mai interessato al “reportage antropologico” (ma chi lo sa, prima o poi…) e il mio totem personale è e rimarrà l’orso, quello splendido animale che meglio rappresenta la solitudine, la forza, il coraggio, il mito, la storia, tutto ciò che forse un po’ mi appartiene e che forse vorrei avere e possedere in egual misura. Come altre volte ho avuto modo di raccontare, molti uomini coraggiosi durante il Medioevo (e ancora oggi qualcuno) erano battezzati con il nome di Orso. L’orso appartiene al lirismo del Kalevala, la mitologia finnica, e tra gli indiani americani sognare l’orso era di grande auspicio, un segno di favore e fortuna; da qui il nome attribuito ai guerrieri valorosi, ai capi e agli sciamani. Raccontare la storia dell’Indian Act e della costituzione delle First Nations (le tribù) richiederebbe libri e non un breve articolo, ma molti di noi potrebbero trovare in questa triste ed eroica epopea la nostalgica meraviglia di una emozione che abbiamo sempre cercato ed invidiato.


Non dimentichiamo che dovrà arrivare la fine della Seconda guerra mondiale perché il Canada conceda alle First Nations il diritto alle proprie cerimonie, come la danza del sole e il potlatch, ma solo nel 1960 venne riconosciuto agli indiani canadesi il diritto di voto alle elezioni federali.

 

Queste ricerche (di impronte e di orsi) mi hanno condotto passo dopo passo nella loro terra più lontana, all’estremo Ovest canadese nella provincia della British Columbia, territorio dove vivono gli indiani della First Nation, i Kitasoo/Xai’Xais, immersa nella Great Bear Rain Forest (la foresta pluviale del grande orso). Solo il nome per me ha rappresentato una irresistibile calamita. Si tratta forse della più grande foresta pluviale temperata rimasta al mondo, che dà vita, cibo e riparo al grande orso grizzly (ursus arctos horribilis), all’orso neroblack bear – (ursus americanus), ma soprattutto alla incredibile meraviglia, il mio sogno ad occhi aperti, lo spirit bear – orso spirito – (ursus americanus kermodei).


spirit-bear-con-la-cattura-di-un-grande-salmone.jpgNel cuore della British Columbia e della Great Rain Bear Forest avrei potuto trovare l’orso grizzly, l’orso nero e, con molta fortuna, l’orso kermode. Ma una fortuna ancor più grande è la salvezza di gran parte di questa foresta e dei suoi abitanti grazie ad un grande, difficile e generale accordo che ne ha sancito la tutela unicamente e definitivamente nel 2006. Arrivare a Klemtu, nel cuore della Great Bear Rain Forest, è stata un’emozione che non riuscirò mai a descrivervi. Essere vicino agli indiani della First Nation Kitasoo/Xai’Xais, ai loro totem, ai loro canti nostalgici e ai loro racconti, ha evocato in me un senso di ottimismo assoluto per la vita.

 

Gente legata alla natura e alla foresta, talmente rispettosi e fiduciosi di essere un cosmo perfetto fatto di storie passate, presenti e future da trasmettere l’emozione del battito della vita anche solo attraverso il ritmo lento di un tamburo e capaci di unire i suoni del mare, della foresta e della pioggia con una nenia gentile, quasi un’armonia per bambini: parte così realmente inscindibile del loro mondo da non avere con sé alcuna arma da fuoco, ma unicamente uno spray repellente, una mite difesa contro l’attacco, quanto mai improbabile, di un orso errante. Nel loro narrare leggende (ora favole, ora realtà storica tramandata da padre in figlio) l’orso kermode, l’orso bianco, nasce ogni 10 orsi neri per ricordare quella non lontana epoca durante la quale anche quelle terre furono completamente coperte dal ghiaccio.


ore-serali-passaggio-dello-spirit-bear-sul-torrente.jpgE mi lascio andare volentieri a un senso di calore e felicità vicino a questi uomini dolci e forti, dalla voce roca, lenta e saggia, dalla bellissima pelle brunita della loro razza e da questo pianeta inimitabile fatto di profondi fiordi abitati da balene, delfini e orche, foreste e rocce a strapiombo sull’acqua marina, dove l’orso regna libero e dove l’unica difesa quando si entra nella sua casa è un “ehi bear”, così a bassa voce per non disturbare e per avvertire che siamo arrivati ma che non vogliamo far niente di male, che entreremo e usciremo in punta di piedi senza toccare nulla. So perfettamente che lo spirit bear è in realtà una sottospecie dell’orso nero. L’unione di un carattere genetico recessivo di due orsi neri farà nascere un giorno o l’altro un cucciolo bianco, di colore cremoso, timido, gentile, totalmente privo di aggressività e sacro agli occhi di questi straordinari indiani. Dai 400 esemplari (nell’intero mondo!!!) pressoché costanti negli ultimi anni, oramai, secondo i ricercatori di Vancouver, il numero reale si è ridotto a non più di 100-120 esemplari. Il perché sta nell’ennesima stupidità umana: il Black Bear Trophy, il trofeo per la caccia dell’orso nero che ne ha ridotto la popolazione, riducendo inesorabilmente la probabilità di nuove nascite di orsi kermode.


E sarà così che dopo un tragitto a bordo di una piccola barca, prima mi troverò circondato da 11 humpback whale (megattere) e poco dopo da 31 grizzly in mezzo alle acque di un torrente; sarà così che dopo qualche giorno incontrerò, in un’atmosfera fatta di magica luce della sera che guizza in mille colori, tra gli spruzzi di una rapida, l’orso nero forte e sicuro; ma sarà ancora così, seguendo orme ed intuito, che per ben tre volte con le lacrime agli occhi incontrerò in quei giorni tre diversi spirit bear, tre spettri timorosi, tre fantasmatici e dolcissimi abitanti di un bosco che all’improvviso è apparso ai miei occhi come il mondo di Tolkien. E tra me e me ho semplicemente pensato: «vorrei passare qui il resto dei miei giorni». 

due-megattere-durante-la-caccia-delle-aringhe.jpg 

testo e immagini di ©Nico Zaramella