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A lezione di mondo. Intervista con Umberto Vattani Presidente Venice International University
di Fabio Marzari   

20160426110310812.jpgL’Ambasciatore Umberto Vattani è uno degli esponenti più accreditati della diplomazia italiana, uomo di grande esperienza, che ha vissuto in prima persona i passaggi fondamentali della storia degli ultimi decenni. La sua voce è quella di chi ha saputo dialogare alla pari con i Leader del mondo, rappresentando l’Italia al di fuori del ruolo marginale in cui eravamo confinati, dando al dialogo e al confronto la capitale importanza nello sviluppo delle relazioni internazionali. L’arte italiana del Novecento e soprattutto quella degli ultimi decenni deve moltissimo a Vattani, che in qualità di Segretario Generale del Ministero degli Esteri ha realizzato la grande collezione della Farnesina, curata da Maurizio Calvesi, che comprende un secolo di storia dell’arte in Italia, dal Futurismo a oggi, e che sta ricevendo consensi di rilievo internazionale grazie anche a un’importante serie di mostre che ha coinvolto e coinvolgerà ancora paesi di tutto il mondo. A Vattani si devono tra le altre la presenza della scultura equestre Zenith di Mimmo Paladino al Parlamento Europeo e il Grande Albero di Mario Rossello davanti alla sede della Commissione Europea a Bruxelles, la Grande Sfera di Arnaldo Pomodoro davanti al Palazzo delle Nazioni Unite a New York, la Doppia bifrontale di Pietro Consagra davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo.

 

Dal 2001 è Presidente della Venice International University, un network di Università con sede a San Servolo, definita di recente in occasione del ventennale, dal Presidente Mattarella: «l’avanguardia di quello che dovrebbe essere sviluppato nel mondo».

 

Ambasciatore Vattani, quali elementi fondamentali rendono la Venice International University un unicum di grande successo nel campo della formazione accademica e una delle realtà più significative del panorama italiano in ambito formativo?

 

sanservol1.jpgLa VIU è l’unica università al mondo ad aver abbattuto le paratie stagne tra le diverse facoltà. Noi non formiamo dentisti, ingegneri o chimici, piuttosto esaminiamo i problemi di oggi con una metodologia che risponde alle esigenze del tempo che viviamo. Gli studenti devono affrontare temi globali, che non si studiano in nessuna facoltà, dalla sostenibilità economica a quella culturale, portando avanti gli studi guidati dalle proprie tradizioni e dai propri specifici abiti mentali, siano essi cinesi, americani, russi, giapponesi, svizzeri o israeliani. Ognuno dei nostri studenti ha quindi la possibilità di relazionarsi alle materie affrontate vedendone le sfaccettature diverse e mediante approcci originali e unici.
Ciò ha fatto in modo che questo interessante esperimento, nato vent’anni fa da un gruppo di veneziani, che scelsero come primo presidente della Venice International University Carlo Azeglio Ciampi, passasse in questo arco di tempo da 5 a 17 Atenei coinvolti.
L’ingresso nel gruppo di cinesi e giapponesi ha portato con sé un cambio di orizzonte notevolissimo, un rovesciamento delle prospettive tipiche del pensiero occidentale, che acquista un valore ancora più significativo, soprattutto in un’epoca, come la presente, in cui l’omologazione è dettata dalla realtà di internet. Ad esempio per gli Orientali è sempre il pennello all’origine di tutto, senza fare differenze tra lo strumento utilizzato per scrivere o quello invece usato a fini puramente artistici. La poesia è un quadro parlante, così come il dipinto è una poesia silenziosa. Questo rovesciamento totale di prospettiva costringe chi proviene dall’Occidente a riflettere su come calligrafia, poesia e dipinto siano in realtà la stessa cosa, accomunate dall’uso dell’inchiostro.

VIU, una realtà importante, forse più conosciuta all’estero che in Italia. Quali sono i traguardi raggiunti e quali sfide caratterizzeranno i prossimi anni?

 

the_viu_digital_lab.jpgCi rendiamo conto di essere sottoposti di continuo a un vero e proprio diluvio di informazioni, un contesto in cui è davvero difficile cogliere il vero messaggio e distinguerlo dal rumore di fondo. Tutto questo si riflette in una difficoltà che riguarda soprattutto i giovani, meno abituati rispetto alle passate generazioni a leggere un libro caratterizzato da un indice, aiuto utile a individuare le macro-tematiche su cui concentrarsi. In una situazione di questo tipo può essere forte la tentazione di seguire percorsi individuali che poco hanno a che fare con l’effettiva realtà delle cose. Alla VIU abbiamo cercato e continuiamo a cercare di fornire agli studenti un metodo che possa aiutare questi ragazzi e queste ragazze a orientarsi meglio in questo dedalo di informazioni, avvenimenti e nozioni, evitando poi che possano rifugiarsi in un mondo tutto loro. Bisogna riconoscerlo: un tempo, viaggiando in qualsiasi mezzo di trasporto, treno, metropolitana, bus o vaporetto, c’era sempre qualcuno con un libro in mano. Oggi, sono tablet e smartphone a farla ovviamente da padroni, con tutto ciò che in bene o in male può conseguirne.
C’è da chiedersi oggi quale possa essere il valore della poesia. Montale, ricevendo il Nobel, la definì un elemento inutile, ma non nocivo. Oggi siamo invece circondati da ‘veleni’ di ogni tipo, sarebbe quindi utile riscoprire la poesia per far di nuovo brillare il linguaggio e sottrarlo all’usura di slogan triti e ritriti. Alla VIU vogliamo dare importanza al linguaggio, rivalutarne la forza. La poesia non avrà mai cambiato le sorti di una guerra, ma gode di potenzialità illimitate che possono salvarci dal torpore e della violenza di pensieri che si ripetono senza alcuna originalità.

Carmina non dant panem, sed spem verrebbe da dire. In una società orientata al “fare”, spesso ci si dimentica come la grandezza dell’umanità sia stata spesso legata a voli pindarici della mente…
Esattamente. Per diventare mandarini i candidati erano valutati non solo per le proprie conoscenze, ma anche per doti umane e caratteriali ben precise. Anche nel nostro mondo classico è stato così, basti pensare agli Umanisti. La nostra idea di base è ritrovare un percorso per certi versi simile a quello dei missili intelligenti: nei missili balistici si conosceva l’obiettivo, la distanza da coprire, la quantità di polvere necessaria per far sì che l’obice possa arrivare fino al punto determinato. Ora gli obiettivi sono mobili e formare una persona è di conseguenza più complicato. Fino a non molto tempo fa, la formazione di una persona presentava difficoltà relative alla scelta dei tempi e poco altro, adesso occorre un talento diverso. Oggi, anziché imparare ad accumulare conoscenze e nozioni, è necessario essere capaci di sostituire e innovare le proprie capacità, in alcuni casi dimenticando cose precedentemente imparate per fare spazio a nuovi dati che permettano di affrontare la sfida che il tempo di oggi mette davanti. Mission della VIU è fare in modo che gli studenti riescano a non farsi sfuggire questi obiettivi mobili, attraverso una metodologia che consenta loro di individuare un percorso.

Lei ha creato alla Farnesina la “geopolitica dell’arte”, è stato il primo a dare sistematicità e grande visibilità a quella che era l’arte italiana, passata o più recente. Quanto importante è la circolazione dell’arte nel dialogo tra popoli e nazioni?

 

nyc_un_gift_of_italy.jpgÈ fondamentale. Non riconoscere all’altro una propria dignità culturale significa per forza dare inizio a un dialogo del tutto squilibrato e destinato a vivere tra mille difficoltà. Noi dobbiamo fare in modo che ciascuno sia consapevole della propria arte.
Tutti i migranti che arrivano nel nostro Paese e che noi consideriamo dei sopravvissuti privi di passato e di futuro sono in realtà esponenti di civiltà millenarie caratterizzate da una storia illustre, in alcuni casi intrecciata alla nostra. Egiziani, tunisini, libici hanno alle spalle valori culturali che non possiamo trascurare. Forse neanche loro lo sanno, e allora il nostro compito dovrebbe essere quello di insegnarglielo, quello di renderli consapevoli dell’eredità culturale di cui sono esponenti. Negare loro questa opportunità significa emarginarli e dare il via libera a tutte quelle manifestazioni caratterizzate da una violenza più o meno latente, più o meno fisica. Credo che i miei Colleghi, dopo aver visto le opere d’arte che ho contribuito a portare alla Farnesina, oggi circa 450, abbiano capito essenzialmente due cose: per prima che l’arte italiana non si limitava al Rinascimento e che pur rimanendo al primo impatto magari disorientati da opere di Penone o di Pomodoro esse facevano parte di un continuum da valutare e apprezzare nella propria totalità; la seconda era fare in modo che anche i nostri partner decidessero di dare spazio e visibilità al proprio patrimonio culturale, visto che proprio in questa pratica poteva risiedere la forza di un dialogo tra culture differenti o magari affini. Nel 1999 contattai il vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin, egiziano: da quell’incontro nacque la famosa Conferenza di Firenze dello stesso anno a cui presero parte la stessa Banca Mondiale, l’UNESCO, il governo italiano e tutti i Paesi delle Nazioni Unite. Il messaggio di quell’incontro era di produrre maggiori sforzi per fare in modo che, oltre ovviamente alle infrastrutture, si lavorasse allo sviluppo e alla salvaguardia dei diversi patrimoni culturali, e in particolare delle realtà del Terzo Mondo, incoraggiando il dialogo tra i diversi Paesi. In quell’occasione all’Italia venne riconosciuto un ruolo di assoluto primo piano in tal senso.

Il grande artista cinese Han Meilin ha da poco inaugurato il suo tour mondiale con una mostra in svolgimento a Ca’ Foscari di cui Lei è curatore assieme al professor Zhao Li. Lei è stato il precursore degli artisti cinesi in Europa. Com’era la scena dell’arte in Cina allora e come è adesso?

 

cvymgptxeae1_mi.jpgIl mio primo viaggio in Cina risale al 1991, appena due anni dopo la protesta di Piazza Tienanmen. Questo avvenimento storico e il 1976, anno della morte di Mao, rappresentano ovviamente due veri e propri spartiacque per la storia politica e culturale della Cina. Ancora oggi le biografie degli artisti cinesi sono caratterizzate dal loro atteggiamento rispetto a questi avvenimenti storici o all’influenza che queste date ricoprono nella loro carriera, anche in base alla loro data di nascita. È interessante osservare come in Cina, paese caratterizzato ancora dalla forte censura, si verifichi comunque una notevole apertura verso il mondo capitalista, con attenzione al business e allo stesso tempo alla potenza del linguaggio.
Ai Weiwei, ad esempio, reagisce in maniera brutale a tutto quello che è imposto dall’esterno e priva di libertà fondamentali. Molti altri, pur essendo estremamente capaci, non arrivano ai risultati espressivi di Ai Weiwei. Mi è sempre interessato vedere come queste diverse reazioni si coniugassero. Molti hanno sfruttato la via di Hong Kong per commercializzare le proprie opere, altri invece sono rimasti in Cina a lungo e hanno cercato con sguardo ironico di prendere in giro quelli che erano i miti del panorama cinese o di criticare il potere e la mancanza di rispetto dei diritti dell’uomo. Mi è molto interessato capire come ci si fosse mossi dall’imperativo politico e sociale di Mao, che sulle tracce di Lenin era convinto che la Rivoluzione dovesse utilizzare anche l’arte per diffondere i propri dogmi. Dogmi che, proprio con Mao, introdussero in ambito artistico elementi davvero sconvolgenti per il panorama cinese, come la prospettiva provvista di due punti focali, contrariamente a quello che usavano i pittori cinesi, che mostravano la profondità con i tre piani, primo piano, terra di mezzo e sfondo. In ognuno di questi piani lo spazio negativo o vuoto giocava un ruolo chiave nella composizione. È stato interessante vedere tutti i risultati che hanno caratterizzato la storia della Cina, una storia fatta di grandi chiusure e assieme grandi aperture. Han Meilin, dichiarato Artista per la Pace dall’UNESCO, appartiene al grande filone della tradizione cinese. Certo, è un innovatore che capovolge gli schemi e che mette al centro dei propri quadri l’animale che magari risulterebbe marginale per un quadro della grande tradizione. È bello vedere i bambini trascinare le madri nel cortile di Ca’ Foscari per far loro vedere le statue di bronzo dei panda, capaci davvero di animare quegli spazi.

La sua grandissima esperienza in diplomazia fa di Lei un osservatore privilegiato e attento delle vicende del mondo. Secondo Lei quale direzione sta prendendo il mondo occidentale, con un’Europa sempre meno coesa e un neo-protezionismo rilanciato dalla vittoria di Trump negli Stati Uniti?


han-meilin-con-panda.jpg Per rispondere guardo ancora alla Cina, più precisamente a un ideogramma del suo alfabeto. In quello corrispondente alla parola “rischio” convivono contemporaneamente due radici, una identificabile con la parola “pericolo” e l’altra con la parola “opportunità”. In Cina questa doppia chiave di lettura è presente nella parola fin dalle sue radici. Nel mondo occidentale io vedo tante opportunità, anche derivanti dalla politica che Trump sembra voler intraprendere. Un’opportunità per l’Europa in primis, che tanto spesso si è accodata a quelle che sono state le linee dettate dal panorama americano, non sempre con felici conseguenze.
La prima e straordinaria opportunità è quella di riallacciare i discorsi interrotti, o rimasti in sospeso, con la Russia. Fin dal ‘700 Pietro il Grande ha, con prepotenza, forzato la Russia a intervenire nel concerto delle nazioni e da allora si può dire che il Paese abbia partecipato praticamente a tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la nostra storia, dal punto di vista culturale, politico, economico e militare. Come poter fare a meno di Tolstoj? Come non considerare una Rivoluzione che ha cambiato totalmente il modo di concepire la vita e la società? Certo, ci sono stati eccessi e brutalità, peraltro denunciati da Krusciov prima e da Gorbaciov poi, ma si tratta di un interlocutore assolutamente irrinunciabile con il quale sarà magari possibile riprendere un dialogo biunivocamente costruttivo.
La direzione che Trump intende prendere dovrebbe far riflettere anche noi, soprattutto rispetto a quello che viene di solito catalogato come “di interesse nazionale”, espressione che a mio modo di vedere fa parte di quelle formule trite e ritrite che noi della VIU stiamo cercando di far andare in disuso, attraverso la forza del linguaggio. Si dovrebbe invece insistere sull’interesse comune, lavorare sui punti d’incontro che si possono valorizzare attraverso un confronto tra popoli. Un confronto che tenga conto dei rispettivi patrimoni culturali e che soprattutto sia ordinato da regole che favoriscano la pacifica convivenza tra popoli. Opportunità che potrebbero portare anche ad agire concretamente per l’Africa, verso cui abbiamo una responsabilità particolare, avendone occupato i territori e sfruttato le risorse, con alcuni aspetti positivi e tanti, troppi negativi.

L’arte riuscirà secondo Lei ad essere salvifica nei destini dell’uomo, riportando colore al grigio presente?

 

Mi viene in mente una parabola cinese, dedicata alla montagna Niu. Una montagna caratterizzata da una fittissima e ricca vegetazione su cui arrivarono dei boscaioli, tagliando tutte le piante. Durante la notte la rugiada e l’umidità favorivano la ricrescita delle piante tagliate durante il giorno, ma poi arrivò il bestiame e la montagna non riuscì più a reggere il ritmo del disboscamento con il proprio ciclo naturale, rimanendo spoglia. Questa montagna è metafora dell’animo umano: da bambini siamo ricchi di pensieri originali, di creatività e fantasia. Col passare del tempo ‘tagliamo’ questi alberi. Potrebbero ricrescere, ma se noi continuiamo a tagliarli resteremo aridi, spogli. Questa creatività che mano a mano perdiamo ci viene parzialmente restituita dalla poesia e dall’arte, ambiti espressivi animati da persone che in qualche modo riescono a non tagliare mai questi alberi, conservando la forza dirompente del linguaggio che invece la società ci spinge a spegnere.

La VIU fa della sostenibilità uno dei propri punti di forza. Si può parlare di turismo sostenibile a Venezia?

 

umberto-vattani.jpgCertamente, anche in questo caso parlerei di opportunità. Dobbiamo sforzarci di far capire come Venezia rappresenti molto più di un semplice luogo urbano destinato a soddisfare le giuste e legittime aspettative di un turismo di scala mondiale. Perché non sforzarsi di attirare in città persone interessate a portare avanti delle ricerche e approfondire determinati problemi? Nella fisica delle particelle, di solito abbiamo due ambiti di studio: uno dedicato alla realizzazione di esperimenti per verificare la validità o meno di una teoria, l’altro invece inerente a tutti quei lavori di “carta e penna”. Per il primo ambito è necessario un apparato strumentale che Venezia non possiede e che i 13mila fisici del CERN di Ginevra non potrebbero svolgere altrove se non in Svizzera, ma perché non rendere Venezia un polo attrattivo per tutti coloro che appartengono all’altro gruppo di ricerca, quello che si basa sull’utilizzo di “carta e penna” o che comunque non necessita di strumentazione specifica? Qui a Venezia è stata resa vivibile una zona che a prima vista sembrava del tutto inadatta a ospitare insediamenti umani, è stata resa potabile l’acqua raccogliendo quella piovana attraverso 6280 pozzi. Acqua che è stata distillata e sterilizzata, attraverso condutture che evitano il contatto con l’acqua marina. In altri frangenti, sono stato studiati sistemi per fare in modo che i marinai di passaggio non contagiassero la popolazione con malattie contratte in mare. Ci sono state idee geniali alla base della storia di Venezia, che ne hanno permesso la sopravvivenza nei secoli. Noi stiamo lavorando per proporre soluzioni di questo tipo e vorremmo proprio che una delle nostre prossime iniziative sia quella di corrispondere alle aspettative della città, soggetto con cui già partecipiamo attraverso tanti eventi.

Dal suo osservatorio privilegiato, quale idea di Venezia emerge nel mondo? Come rapportarsi ai sempre più frequenti casi di maleducazione descritti nelle pagine di cronaca locale, che sembrano essere sintomo di una stortura di natura ben più profonda e non limitata esclusivamente alla dimensione turistica?

 

accreditamenti2.jpgIl problema è complesso, di questo dobbiamo essere tutti ben consapevoli. Credo che anche in questo caso ci si debba concentrare sulle regole: nel momento in cui ci si reca in una città come Venezia, l’atteggiamento tenuto dovrebbe essere improntato alla massima civiltà. Da sempre i Dogi hanno accolto in città esponenti di tutte le nazionalità, questa è stata una delle grandi fortune di Venezia. L’accoglienza era un affare di Stato, che ha interessato ebrei, tedeschi e persino popolazioni che potevano essere considerate ostili, come ad esempio i turchi. Le regole erano tuttavia inflessibili. In occasione di una riunione con altri Sindaci provenienti da tutto il mondo, questo aspetto è stato evidenziato dall’attuale Amministrazione come fondamentale. Tutte le università veneziane, davvero encomiabili, possono di sicuro concorrere a rendere Venezia una città interessante 12 mesi l’anno, aumentando di conseguenza un’offerta culturale che potrebbe rendere la città punto di riferimento dell’area metropolitana e modello da seguire oltre i confini regionali e nazionali. Quasi automaticamente, secondo me, assisteremo a un innalzamento del livello del turismo e alla scomparsa di episodi che hanno davvero poco a che vedere con la storia di questa città.

Per approfondire:

www.univiu.org

Il mondo di Han Meilin a Venezia