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Home arrow ZOOM arrow [INTERVISTA] La rivoluzione in un segno. Inti Ligabue presenta mostra "Prima dell'Alfabeto"
[INTERVISTA] La rivoluzione in un segno. Inti Ligabue presenta mostra "Prima dell'Alfabeto"
di Fabio Marzari   

ligabue.jpgAntefatto: questa intervista ha avuto una genesi piuttosto travagliata iniziata in una calda giornata di agosto 2016, poche ore prima delle vacanze, e completata in una serata di tormenta di neve a gennaio 2017. Un imprevisto guasto al microfono dell'iPad ha restituito all'ascolto della prima, bellissima conversazione, una serie infinita di fruscii, impedendone la pubblicazione. Ora, in occasione della recente apertura a Palazzo Loredan a Venezia della mostra Prima dell'alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura, in corso di svolgimento fino al prossimo 25 aprile, era doveroso recuperare lo spazio dell'incontro con Inti Ligabue, che con la consueta gentilezza, simpatia e cordialità ha accettato di buon grado - non senza prima aver verificato personalmente il funzionamento dell'iPad… - di rispondere alle domande sulla mostra e sulla Fondazione intitolata al Padre, Giancarlo Ligabue, di cui Inti è presidente.

 

Terza generazione, dopo il nonno Anacleto e il padre Giancarlo, di una storica impresa veneziana, da poco trasferitasi a Marghera, in zona portuale, dopo aver occupato per decenni una palazzina a Piazzale Roma, divenuta un simbolo in entrata a Venezia, che da sempre si occupa di ship supply (forniture navali) in ogni angolo dell'intero pianeta. Inti è un giovane entusiasta, che ha saputo e dovuto presto dimostrare sul campo il suo valore di imprenditore e illuminato mecenate. Quando con orgoglio mi guida attraverso i nuovi spazi dove le varie divisioni dell'azienda operano, emerge ancora una volta la stoffa del manager che ha ereditato dal padre la curiosità verso il mondo ed anche un senso estetico non comune. Un esploratore 3.0, attento alla globalizzazione, ma capace - ed è questo il punto di forza dell'azienda Ligabue - di cogliere e rispettare da sempre le differenze sottili o sostanziali che caratterizzano il complesso mondo delle relazioni e degli scambi.

 

Una frase di Giancarlo Ligabue sintetizza al meglio il senso di questo progetto espositivo: «...quel tempo dove i pensieri diventavano disegni, poi segni e simboli...fu la grande via di Damasco all'umanità». Ci racconti il percorso della mostra Prima dell'alfabeto a Palazzo Loredan e la storia di una incredibile Collezione iniziata da suo padre.
Grandissima emozione, davvero molto grande. A Venezia, a pochi metri da casa, nel campetto dove giocavo a pallone, la prima vera esperienza espositiva come Fondazione! Abbiamo scaldato i muscoli a Firenze con la mostra Il Mondo che non C’era, ci siamo fatti belli a Rovereto con la stessa mostra e adesso la prova del nove a Venezia con Prima dell'alfabeto. La mostra è incredibile perché tratta dell'evoluzione in un segno, ma anche, come mio padre l’ha definita, de “la via di Damasco dell'umanità”, di questa vera e propria folgorazione dell'uomo: scrivere o non scrivere non è stato un prodotto del caso, è stato un percorso evolutivo, quasi in parallelo con l'Egitto e con la Cina e la Meso e Sud America, più o meno contemporaneamente, seppure in contesti diversi.
Prima dell'alfabeto vuole raccontare come l'uomo sia arrivato alla scrittura, definita dal famosissimo archeologo Vere Gordon Childe la 'rivoluzione urbana' o 'rivoluzione neolitica'. In un determinato momento storico l'uomo avverte questa necessità e la mostra inizia spiegando “dove-come-quando”. tavoletta.jpgAvvenne in Mesopotamia, nella terra tra due fiumi, Tigri e Eufrate. In quei territori vi erano spesso delle inondazioni e le popolazioni, che già praticavano un minimo di agricoltura, vedevano rovinati ciclicamente dalle acque i loro poveri raccolti. Per questo motivo iniziarono a creare delle canalizzazioni e a praticare un'agricoltura intensiva che produceva un surplus di raccolti. Sorse così l'esigenza dello stoccaggio in magazzini, le città si allargarono, si eressero templi, la parte religiosa iniziò a rivestire un’importanza sempre più preminente nell'organizzazione sociale. In tutto questo entra la scrittura, perché questa organizzazione sociale espresse l'esigenza di contabilizzare, amministrare, dare regole ai culti religiosi...; da tutto questo nacque un incredibile percorso. Lo raccontiamo attraverso l'esposizione di 200 oggetti che appartengono alla Collezione iniziata da mio padre negli anni ‘70, quando acquistò le prime tavolette dalla Collezione Elam Mayer. Da allora ebbe il via questa passione, lo studio e la ricerca, che ora si concretizzano nella mostra.

 

Mostra che rappresenta un felice esempio di collaborazione con diversi istituti scientifici italiani e stranieri: dai Musei Reali di Torino è arrivato il magnifico rilievo di Sargon II, un oggetto straordinario che ho inseguito personalmente e di cui continuo ad essere emozionato; il Museo Archeologico di Venezia ci ha prestato i rilievi che Henry Layard portò indietro nel XIX secolo a Venezia da Ninive, città da lui stesso scoperta.

 

Quelle voci ancora racchiuse nelle tavolette sono appartenute a genti e popolazioni che dobbiamo definire come nostre contemporanee. In esse si riproducono storie, simboli e gesti di un vivere quotidiano che ancora pratichiamo ed elaboriamo: elenchi vari che sancivano il primo diritto di proprietà, indicazioni sanitarie contro i dolori delle partorienti, omaggi ed intercessioni alle divinità, contratti di acquisto di animali o di strumenti per costruzioni. Questi segni si evolvono nel tempo e diventano scrittura cuneiforme in diverse tipologie - sumero, arcadico -, lingue diverse che tuttavia raccontano necessità comuni, che sono le stesse nostre quotidiane preoccupazioni e paure. Le tavolette per esempio evidenziano il ruolo della donna: raccontano di un importantissimo generale alla cui morte la moglie prende il ruolo di capofamiglia, si occupa del palazzo, cura le onoranze funebri del marito, oppure ancora raccontano di molti mestieri fatti dalle donne pagati nello stesso modo degli uomini. Per me l'argomento è molto affascinante, modernissimo, come un tweet di oggi, anche se allora si trattava di argilla. Proprio l'argilla, materiale poverissimo, di cui la Mesopotamia era ricca a causa delle frequenti inondazioni, favorì la scrittura - nelle coste fenicie, dove non c'era argilla, la scrittura si svilupperà differentemente -, unione perfetta di materia e segno. A livello filosofico, concettuale e pratico, la scrittura ha cambiato i comportamenti sociali. Un'altra curiosità in mostra sono i chiodi di fondazione, che rappresentano pura apologia politica. Il regnante Nabucodonosor nel mattone di fondazione scrive: «Io ho costruito questo tempio e lo sotterro sulle sue fondamenta». Poi ci sono i primi monumenti, le steli celebrative (prima tutta la tradizione era orale). Il mondo allora non era poi così diverso da oggi; le necessità basiche erano chiaramente le stesse, le pulsioni, le guerre, gli scambi. Si ampliano i commerci verso il Nord della Mesopotamia, l'attuale Siria, ci sono in mostra pesi a forma di anatra, tavole sul cambio delle varie monete...La mostra Prima dell'alfabeto rappresenta dunque una sfida per la Fondazione Giancarlo Ligabue e anche per Venezia stessa, perché è una proposta culturale diversa, che segna un ritorno alle mostre archeologiche di profondo respiro dopo moltissimi anni. Sono stati ideati dei bellissimi laboratori didattici per bambini intitolati: Segno o disegno?, Lo scriba tra i due fiumi, Raccontami una fiaba, amico sumero!, Archeologia che magia!, coinvolgendo il Distretto scolastico di Venezia, Mestre e Marghera. È una mostra di nicchia, ma vogliamo e pensiamo possa essere fruibile anche dai più piccoli.

palazzo_loredan.jpgPerché avete scelto Palazzo Loredan come sede per la mostra?
È un luogo simbolo, un palazzo dei libri, che evoca lo spirito ottocentesco di Paul Emile Botta e di Austen Henry Layard, che in quegli anni scoprono Ninive, Nimrud e altre città di diverse culture, sumere, arcadiche e babilonesi, portando in patria le scoperte e cominciando a rendere intellegibili queste scritture. Quando ho visto le sale dell'Istituto Veneto, di cui mio padre era socio, di cui il curatore della Mostra, il professor Frederick Mario Fales, è socio, affacciate su Campo Santo Stefano, ho subito realizzato che non poteva che essere quella la sede di questo progetto. Il percorso della mostra si snoda attraverso cinque sale, partendo dal racconto della Mesopotamia e dei suoi due fiumi: uno più a nord, molto tortuoso che esondava in modo diverso, l'altro più lineare che lasciava il limo, rendendo fertilissimi i campi. Tecniche di agricoltura che hanno costituito la base per una vita florida per gli abitanti.

 

Vengono poi raccontate le prime scritture, che sono dei pittogrammi. Un pittogramma non segue il parlato, ma segue un'idea, rappresentata con un segno. La mostra è supportata da un efficace apparato tecnologico che garantisce la massima fruibilità delle opere e della storia: pannelli con il morphing, ologrammi con sigilli che ruotano a grandezza decuplicata, molti tablet per ingrandire e poter ammirare nei particolari i singoli oggetti in mostra, una riproduzione digitale di Babilonia nel 2000 a.C. e il video con il racconto di mio padre, tratto dalla trasmissione televisiva Quark del 1999, con la ripresa diretta dell'apertura di una tavoletta, anch'essa in mostra. Vi sono poi i libri di Layard e di Pietro della Valle (1614-1652), un esploratore che nel ‘600 fu il primo europeo a recarsi in Mesopotamia come estensione di un viaggio in Terrasanta, che racconta in una pubblicazione in 4 volumi in forma epistolare (Viaggi di Pietro della Valle, il Pellegrino, che sarà tradotta in francese, olandese, tedesco e inglese) quanto stava vedendo in quei territori, tra cui quegli strani segni, allora indecifrabili. Fu il primo a restituire questa “visione”.

Avere ereditato una passione per le esplorazioni di mondi lontani e possedere una importantissima Collezione di oggetti d'arte e testimonianze legate alla storia dello sviluppo dell'uomo le danno una grande responsabilità. Cos'è oggi il collezionismo per un giovane uomo come lei, intriso di contemporaneità?
Il collezionismo ha una duplice componente: da un lato è un appagamento personale, è il vedere da vicino ogni volta che si vuole oggetti bellissimi per chi li colleziona, e in questo c'è indubbiamente anche una componente edonistica e di puro piacere; da un altro lato una grande responsabilità per per far sì che la passione, il lavoro di collezionista sia il più possibile virtuoso o illuminato. Io credo di aver ereditato in una certa misura da mio padre la sua straordinaria tensione verso quest’ultima componente, oltre quella del piacere naturalmente. Negli anni sto cercando di affinare la parte più costruttiva, che è quella di rendere fruibile, accessibile una collezione, per evitare che gli oggetti diventino parte di una Wunderkammer autoreferenziale. Vi è poi personalmente una forte componente emotiva: la collezione è stata voluta, costruita, cercata e messa insieme da mio padre. Questo fattore ha rappresentato e rappresenta un modo per poterlo conoscere meglio, approfondire i suoi gusti che in alcuni casi si sono rivelati simili, prossimi ai miei, in altri casi meno. Ad esempio, più passa il tempo più mi avvicino agli antichi disegni, che compongono una parte importante della Collezione; sono affascinato dal tratto istantaneo dell'opera. C'è una cosa che sto comprendendo sempre più lucidamente in questo periodo, ossia che mentre prima per me compito primario era cercare di mantenere vivo un percorso, ora ha un senso aver scelto quel percorso! Da mio padre ho ereditato la sua irrequietezza, il pormi mille domande. Lui ha dida_136.jpgvissuto una stagione interessantissima e intensissima a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, periodo in cui fare esplorazioni aveva un sapore diverso. La Fondazione Giancarlo Ligabue continua a sponsorizzare la ricerca: in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art di New York stiamo portando avanti lo studio, la conservazione e la messa in sicurezza del sito archeologico di Piedras Negras in Ecuador, dove è stata trovata la stele numero 5 ora al Met; abbiamo finanziato e organizzato una spedizione in Perù per mettere in sicurezza dei sarcofagi Chachapoyas; abbiamo promosso degli scavi in Kazakistan, con l'archeologa Elena Barinova. Quest'ultima spedizione non è andata benissimo; capitò anche a mio padre quando fece con Alberto Angela una spedizione per trovare l'armata perduta del re Cambise, rivelatasi, appunto, perduta. Il nostro percorso di azione prevede la collaborazione con altri Istituti di ricerca, abbiamo finanziato una borsa di studio triennale in Kazakistan, vogliamo valorizzare e condividere il nostro patrimonio culturale; questo è il senso delle mostre e degli incontri della Fondazione, questo è ciò che vogliamo fare! Non mi vedo però nei panni di un futuro esploratore.

 

Mio padre al contrario è stato proprio uno degli ultimi veri esploratori del Ventesimo secolo, ha vissuto a pieno quell'epoca. Era pilota e viaggiatore già a 17 anni; il fascino della scoperta in quegli anni - era nato nel 1931 - era assai differente. Oggi c'è molto meno da scoprire, almeno dal punto di vista etnografico, pochissimo davvero, qualche tribù in Amazzonia forse di una trentina di individui, qualche altra nel Borneo...

La mostra e la collezione è in questo senso esemplare di un percorso. Come ha vissuto la proiezione pubblica di questo scavo, di questa ricerca per lei di casa, privata?
Ora ci sono in mostra 200 oggetti mai esposti prima, catalogati e pubblicati nel 1989; mio padre era assai geloso dei suoi oggetti. Quando sono entrato un anno e mezzo fa alla mostra al Museo Archeologico di Firenze dedicata alla Collezione Pre-colombiana ho provato un vero tuffo al cuore, sia perché ho scoperto la profondità del collezionista Giancarlo Ligabue, con tutte le culture Sud e Mesoamericane rappresentate, sia perché ho visto in questo un vero e proprio percorso museale da perseguire. Prima quel dato oggetto era esposto su una mensola a casa, lì era fruibile dal grande pubblico! Per me oggi un percorso di questo tipo è molto più nobile e virtuoso. Mio padre iniziò lo studio sulla scrittura e sulla civiltà mesopotamica nel 1986, concluso nel 1989 con la pubblicazione del libro con il professor Mario Fales in cui vengono pubblicate tutte le tavolette in mostra. Era però un percorso sospeso, mancava l'altra parte di questa scrittura, mancavano i sigilli. Cosa sono i sigilli? Dei cilindretti che vanno a marchiare queste tavolette, a mettere la firma “digitale” dello scriba o di chi per esso. Mancava dunque questa parte che siamo riusciti ad integrare sia nel catalogo, che nella mostra: oggi grazie al professor Fales, che rappresenta un ponte tra me e mio padre, concludo un percorso iniziato circa 30 anni fa.

Fondazione Ligabue e Venezia. Quale rapporto oggi, quale futuro comune condividere?
La Fondazione è un'organizzazione culturale che si candida ad essere una nuova realtà veneziana, seppure riprendendo un percorso iniziato da Giancarlo Ligabue 40 anni fa con il Centro Studi. Vogliamo fare delle proposte culturali alla città, al Veneto, all'Italia. I primi passi li stiamo già compiendo in questa direzione. È stata richiesta, infatti, la mostra Il Mondo che non c'era a Napoli e addirittura a Helsinki! La Fondazione dunque vuole essere una organizzazione culturale che ricordi la figura di mio padre e che mantenga vivo lo spirito delle ricerche intraprese, che si occupi di paleontologia, archeologia, storia ed antropologia. L'antropologia, ricca di diverse sfaccettature, ci permette per esempio di dar vita ai Dialoghi della Fondazione, un appuntamento semestrale con un ospite di livello internazionale invitato ad un incontro pubblico sul tema dell'uomo: dalla filosofia all'antropologia vera e propria, dalla teologia all'arte. L'arte è antropologia, è attraverso l'arte infatti che l'uomo testimonia le sue credenze, le sue paure. Le mostre, e questa in particolare, ci permetteranno di creare cicli di conferenze ad hoc. Non bisogna poi dimenticare il lavoro della Fondazione per quanto riguarda cataloghi e pubblicazioni: il Ligabue Magazine compie 36 anni ad aprile, è mio coetaneo! Il fuoco della passione e della ricerca è quello che ci ha permesso di fare tre mostre in 15 mesi; quando si fa qualcosa che piace, tutto diventa più facile. Un'anticipazione: la prossima mostra sarà Idols, tutti gli idoli, quando l'uomo si serve dell'arte per celebrare la religione... La Fondazione sta così toccando a ritroso tutti i momenti topici dell'umanità!

dida_11_cl_2392.jpgTerza generazione al comando dell'Azienda. Quali responsabilità e quali sfide in questi anni così tormentati e complessi?
L'azienda non è un risultato di pochi giorni. Un lavoro di risanamento per dare frutti concreti richiede un periodo di 4/5 anni. Dopo anni complessi, per non dire complicati, ora finalmente possiamo parlare di sviluppo. Stiamo assumendo nuovo personale ed è un risultato bellissimo. Per alcuni anni si è parlato solo di tagli su tagli. Ricordo un episodio, significativo per la mia storia e per la mia azienda, che forse ha segnato una svolta: un giorno nel 2007 l'armatore Vincenzo Onorato, un caro amico, oltre che uno dei clienti più importanti della Ligabue Spa, dopo aver visto mio padre già malato mi convocò a Valencia e mi disse: «Ho visto tuo padre, sta male, devi avere maggiore consapevolezza di tutto, in ogni fronte, ora sei tu in prima linea...». Avevo colto la gravità del momento nella vita dell'azienda, ma non sentivo ancora così pressante la necessità di cambiare marcia. Aggiunse: «Se fallisci non sarà colpa tua, ma sarai un fallito a vita». Mio padre rappresentava insieme seconda e terza generazione, avevamo 50 anni di differenza. La cosa più difficile è superare il famoso detto “crea, mantieni, distruggi”. È stato difficile, ma forse la vera lezione di mio padre è stata trasmettermi l'entusiasmo sul lavoro sia in Azienda che in Fondazione. Gli scettici non ho il tempo di ascoltarli, perché il loro mestiere è quello di far perdere a tutti un po' di opportunità.

 

Prima dell'alfabeto. Viaggio in Mesopotamia alle origini della scrittura
Fino al 25 aprile Palazzo Loredan
www.istitutoveneto.it