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“La mia arma contro l’atomica č un filo d’erba”. Tancredi, arte pura alla Collezione Guggenheim
di Franca Lugato   
21-spazio-acqua-natura-spettacolo.jpgIcona di artista bello e dannato, giovane romantico ribelle, protégé di Peggy Guggenheim, il Pollock italiano… tutte queste etichette sono state sicuramente funzionali a elevare Tancredi alla sfera dell’Olimpo degli artisti, ma solo la retrospettiva in corso alla Collezione Peggy Guggenheim, costruita con grande rigore scientifico e una sapiente maestria dal curatore Luca Massimo Barbero, ha potuto affrancarlo da questi miti e presentarlo finalmente come uno dei maggiori artisti italiani e internazionali del Secondo dopoguerra.

 

Tancredi Parmeggiani (Feltre 1929–Roma 1964), dunque, ritorna a Venezia con novanta selezionati lavori, dopo più di sessant’anni. Era infatti il 1954 quando Peggy Guggenheim aveva organizzato una mostra di un allora giovane artista talentuoso, proprio a Palazzo Venier dei Leoni. La stessa Peggy, che gli aveva offerto un contratto, unico artista dopo Jackson Pollock, da energica mecenate e promotrice qual era, si era prodigata per farlo conoscere tra i collezionisti d’oltreoceano, donando a celebri musei americani significativi lavori, che oggi tornano in mostra.


Il percorso espositivo ripercorre in maniera puntuale ed esaustiva, ma con effetti di grande suggestione poetica, i momenti salienti della ricerca artistica del grande pittore: dai ritratti e autoritratti giovanili agli anni dell’Informale e oltre, dalla tensione e violenza cromatica delle carte dei primissimi anni Cinquanta, lavori sperimentali dove utilizza una scrittura veloce e impetuosa fatta di macchie e filamenti – una rivisitazione del tutto personale del dripping di Pollock – al lirismo della maturità con le distese composizioni di ‘vedute’ di Venezia ordinate e monocrome, dove la luce soffusa crea suggestioni che rimandano agli ovattati paesaggi lagunari avvolti nella nebbia.

 

01-autoritratto-feb1946.jpgNelle sezione finale la mostra si confronta con la revisione del suo linguaggio artistico avvenuta alla fine degli anni Cinquanta, in un periodo di crisi esistenziale che si svilupperà dopo che l’artista aveva lasciato definitivamente l’amata città di Venezia nella primavera del 1959. Influssi nordici sono chiaramente ravvisabili nei lavori di quest’ultimo periodo, dove la figura umana viene deformata al limite del grottesco. Sono queste delle opere ideologiche, che risentono delle tensioni politiche di quegli anni, di conflitti e di guerra fredda: fra l’altro, viene ricomposto eccezionalmente dopo molti anni il ciclo Hiroshima del 1962.

 

Sempre nella stessa sezione, i cicli di collage-dipinti eseguiti tra il 1962 e 1963 sono forse la vera rivelazione della mostra, incredibilmente vivaci, ironici e festosi alludono alla natura, alla cronaca, o addirittura alla guerra: un’esplosione di energia e d’inquietante vitalità, se si pensa che questi lavori sono il preludio alla morte dell’artista, annegato nel Tevere a soli 37 anni, il suo congedo che avviene ancora una volta con un trionfo di colore.


«Tancredi. Una retrospettiva»
Fino 13 marzo 2017

Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701 - Venezia
www.guggenheim-venice.it


 

 
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