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[INTERVISTA] Irresistibilmente Carmen
di Massimo Bran   
06-0828.jpgLa cantantessa è tornata, se mai se ne fosse andata. Il suo L’abitudine di tornare è del 2015 ed è solo uno dei tanti progetti in cui Carmen Consoli da Catania è impegnata, artista totale capace di disimpegnarsi con uguale eleganza e coerenza tra club della scena indie come bassista e rinomati teatri come chitarrista, senza mai far perdere di freschezza la propria cifra stilistica, anzi esaltandola. Veneto Jazz mette a segno l’ennesimo colpo, portando alla Fenice una delle interpreti italiane più amate, cantante, performer e musicista grintosa e passionale, fuori da ogni etichetta.

Eco di sirene è l’evoluzione di uno dei tuoi progetti più amati ed originali, L’anello mancante del 2008, un tour teatrale con il quale hai registrato il tutto esaurito in tutta Italia. Cosa si troverà di fronte il pubblico della Fenice il prossimo 5 marzo?
Ho deciso di concludere questa esperienza con un altro trio, una formazione al femminile che non fosse rock ma da camera, con la mia chitarra, Claudia della Gatta al violoncello e Emilia Belfiore al violino. Possiamo essere rock o da camera, l’importante è ribadire come la musica non possieda un unico vestito, quanto non sia importante la confezione ma conti davvero quello che effettivamente si esprime. Senza paura di non essere pop, ovviamente. Conta l’attitudine, la disposizione alla musica. Può essere più punk un trio acustico di una formazione noise: è quello che si muove dentro che definisce l’intensità stringente, l’urgenza di un’espressione artistica.


La tua evoluzione autoriale ora sembra vivere in una dimensione più acustica, oserei dire più riflessiva. Un percorso non infrequente in molti rocker che, dopo aver bruciato le proprie giovanili urgenze espressive in forme abrasive, elettrificate, sentono crescere una tensione più mediata, più curiosa verso temi e sonorità più articolati e poeticamente strutturati. Quali sono stati i momenti topici di questa tua trasformazione?
Ho sempre giocato con due mazzi di carte, scrivendo le mie canzoni nella mia stanza, pensandole per chitarra e voce. Mi sono sempre barcamenata portando avanti dei tour piuttosto schizofrenici, affiancando i club ai teatri. Qualche anno fa, ad esempio, mi trovavo a suonare il basso in un club assieme ad una band il giorno dopo aver affrontato un concerto da camera a teatro, portando in scena due segmenti diversi del mio stesso repertorio. In una situazione avevo i capelli lisci e imbracciavo il basso, nell’altra i capelli erano ricci e suonavo la chitarra acustica, con viole, violini e violoncelli ad accompagnarmi in un percorso di riscoperta della musica popolare. Non penso che i due contesti combattano tra loro, sono aspetti della nostra personalità che è assolutamente possibile conciliare, mondi di rabbia e di calma, di illuminazione e di oscurità. Faccio fatica a capire quanto sia rock un concerto con chitarre elettriche e quanto lo sia meno uno per soli archi. Un esempio calzante potrebbe essere Kurt Cobain, che proprio quest’anno avrebbe compiuto cinquant’anni. La tenerezza e la poesia delle sue canzoni è qualcosa di unico, sentimenti che magari potrebbero non essere immediatamente riconducibili al grunge più furente quando letto superficialmente, perché poi se vai a vedere l’oscurità fonda di molti testi e protagonisti di quella scena capisci che vi era ben altro tra le pieghe del mero, assordante muro sonico. Le sue melodie ci parlano di un grandissimo poeta, caratterizzato da un’empatia immensa, connotato da una straripante fragilità di cui purtroppo è stato vittima.

c-c-con-spartito-copia.jpgEppure la Carmen alla PJ Harvey a noi manca molto. Pensi di regalarci ancora tracce, album, progetti elettricamente emozionanti come hai saputo fare nella tua vivida irruzione nel piccolo mondo del rock italiano?
Sì, sto lavorando in questo senso, ma non come Carmen Consoli. Stiamo scrivendo materiale in più lingue assieme ad una band di cui forse sarò la cantante, forse…, portando in scena un rock piuttosto alternative che si ispira ai Sonic Youth e, guarda un po’, alla scena catanese anni ’90 in cui abbiamo avuto forse la ‘sfortuna’ di crescere e che oggi non ci fornisce le armi adatte per circolare massicciamente in radio, ‘colpevoli’ di non aver ascoltato troppo Whitney Houston bensì Nico, i Velvet Underground o Kim Gordon. Ho cercato di rifarmi una cultura, ma non sono capace di regalare al pubblico vocalizzi alla Houston. Non c’è niente da fare, mi sento più a mio agio ascoltando Kim Gordon! Per fortuna, il mio pubblico riesce a regalarmi tanta libertà: posso permettermi quindi un progetto come Eco di sirene, un tour teatrale con un trio d’archi portato avanti senza avere singoli in radio o dischi in uscita e sapendo quanto il mio pubblico sia lì sempre in teatro ad aspettarmi, per condividere un momento di esplorazione. È un rapporto che mi permette di crescere musicalmente, togliendomi di dosso la paura di non essere apprezzata, senza andare ossessivamente alla ricerca di successo, di consenso, di montagne di like. Un pubblico che mi insegna a fare meglio il mio lavoro, che si aspetta cose inedite e non necessariamente Amore di plastica. È impagabile poter dialogare con un pubblico che ti spinge a fare sempre cose nuove, come volesse dirmi: «Confusa e felice o Venere lasciamole al karaoke: veniamo a vederti dopo cinque tour per sentire qualcosa di nuovo, di inedito, di tuo».
 
Sanremo ’96 ti ha vista sul palcoscenico per l’appunto con Amore di plastica. Vent’anni dopo, lo scorso febbraio, l’Ariston ti ha di nuovo accolta con lo strepitoso duetto con Tiziano Ferro ne Il conforto. Quali continuità, quali discontinuità, ma soprattutto quali differenti emozioni?
In quest’ultima occasione, ovviamente, non sentivo il peso di essere sola e di dovermi in qualche modo far accettare dagli altri attraverso una canzone scritta da me. Quella con Tiziano è una bellissima storia di amicizia lunga vent’anni; ci siamo divertiti tantissimo proprio per la natura non studiata a tavolino di un’esperienza personale e professionale non nata programmaticamente a fini commerciali. Abbiamo pregato di non fare pubblicità ai rispettivi tour, tra l’altro tutti esauriti già un paio di settimane prima di Sanremo, per evitare che questo duetto potesse sembrare altro rispetto a quello che in realtà è. Tiziano è prima di tutto un amico con cui ho avuto il privilegio di cantare una bellissima canzone, oltre ad essere un autore davvero importante nel panorama della musica italiana, assolutamente degno di essere accostato a Luigi Tenco, perché entrambi poeti che scrivono d’amore, senza vergognarsene. Non so quante persone nel mondo della musica possano vantare il bagaglio culturale di Tiziano, a prescindere dai titoli di studio. Un grande signore con una grande ironia. Per usare un’immagine da lui stesso evocata, questo Sanremo lo abbiamo vissuto come due compagnucci in gita scolastica, divertendoci molto. L’abbraccio alla fine dell’esibizione è stato per me un momento davvero bellissimo, il coronamento di un lusso che abbiamo voluto concederci, quello semplicemente di cantare assieme una bellissima canzone.

Come descrivere invece un’esperienza tanto diversa e unica quale essere Maestra concertatrice della Notte della Taranta?
Credo che la Notte della Taranta abbia molto da insegnare, non solo al sud ma a tutta l’Italia, su come gestire un luogo e un evento culturale e su come rivalutare il proprio patrimonio popolare. Chapeau ai signori salentini che hanno deciso di investire su un evento capace di portare ricchezza autentica. Per me è stata un’esperienza davvero importante. Oltre ad essere cantante la mia formazione mi permette di poter scrivere musica per orchestra e arrangiamenti per archi. Aver lavorato per questo straordinario progetto a contatto con questi fantastici musicisti mi ha piacevolmente contaminata, facendomi imparare moltissimo anche in relazione alla forte prossimità che sussiste tra la cultura salentina e quella siciliana. Pensare ai momenti vissuti a contatto con l’orchestra mi porta ogni volta a un passo dall’autentica commozione. La ricorderò come una delle esperienze più belle della mia vita, una di quelle cose che ripeteresti all’infinito. Il fatto è che sono ‘anche’ Carmen Consoli, quindi devo mollare l’osso e lasciare il posto a qualcun altro: e chissà quest’altra persona cosa deciderà di farne della ‘mia’ orchestra! Sono stata travolta in pieno da un senso di gelosia verso ignoti che potrebbe essere degna materia di un piccolo trattato di psicologia…

carmen-consoli.jpgCosa ti sentiresti di consigliare, oggi, ad una giovane artista determinata ad entrare in un mondo come quello della musica, un universo, un’industria irriconoscibili oggi rispetto solo a 15, 20 anni fa?
Ho avuto l’immensa fortuna di lavorare con un produttore assolutamente illuminato come Francesco Virlinzi, che di continuo mi spronava a tirare fuori ciò che avevo dentro, senza perdere la mia identità, anzi esaltandola. Lui ha saputo sin dall’inizio affiancarmi figure professionali capaci di affinare le mie qualità, autentici sarti attenti alle mie misure, in nome però del profondo rispetto di quelle che erano le mie naturali inclinazioni, che per nessun motivo dovevano essere sacrificate sull’altare delle esigenze di mercato. Il mio staff era composto da autori fantastici come Mario Venuti o da personalità come Allan Goldberg, grandissimi professionisti che mi insegnarono ad andare avanti sulle mie gambe di 19enne. La bussola che tutte queste persone mi aiutavano a seguire era il mio cuore, non quello che sarebbe piaciuto agli altri. Questa libertà mi rendeva una sorta di novella Giovanna d’Arco e ben si coniugava con il senso di ribellione nirvanesco che la mia giovanissima età mi regalava in quegli anni. Sentirsi speciali perché sé stessi, sicuri di avere un valore autentico, il proprio. Puoi piacere o non piacere, ma chiddu si’: io sono alta un metro e sessantacinque, ho i capelli neri e sono morbida; se non ti piaccio amen, prenditi pure la figurina di Claudia Schiffer!

 

Agli artisti che si affacciano ora sulla scena musicale, compresi quelli della mia etichetta Narciso Records, raccomando di affidarsi senza paura alla propria bussola interiore. Un primo posto nella classifica delle vendite non si baratta con la vergogna di guardarsi allo specchio senza più riconoscersi, o con una sovraesposizione televisiva e radiofonica giostrata dal manager di turno. Un’altra strada c’è sempre e corrisponde a fare ciò in cui credi facendolo bene, avvalendoti di professionisti capaci di interpretare il tuo cuore. Con il tempo qualcuno si accorgerà di te e le persone che vengono ad ascoltarti passeranno da 4 a 40, da 40 a 400, e anche se rimarranno 40 saranno comunque più sincere di folle oceaniche adoranti un prodotto non troppo autentico. Oggi c’è invece una fretta di successo che non considera minimamente quanto un artista possa essere davvero felice di ciò che fa. Siamo circondati dalla “società di prestazione” ben descritta da Zygmunt Bauman, in cui ha senso fare una cosa solo in funzione dei risultati che si ottengono. Chi ti ni futti di essere primo in classifica se poi ti vergogni come un ladro di ciò che fai?! Viviamo per essere felici e la musica ci può dare una mano in questo senso. Tanto di cappello, quindi, a tutti quegli artisti che hanno saputo portare avanti la propria carriera senza piegarsi mai, come Vinicio Capossela, i Marlene Kuntz o, che so, Caparezza.

Il tuo impegno nella musica è davvero a 360°, anche grazie alla Narciso Records, questa etichetta cui sembri tenere moltissimo. Parlaci un po’ di questa avventura.
Questa etichetta indipendente gestita tutta al femminile che ho fondato nel 2002 mi sta molto a cuore, così come a tutte le collaboratrici che portano avanti un lavoro tanto appassionante: da mia madre, una Toffolo trevigiana doc e amministratrice affidabile e concreta, a Simona Bonaccorso, passando per me e per una ragazza di Bolzano che ci ha fatto consumare un tradimento alla Trinacria e che si è assolutamente allineata al nostro umorismo facendolo proprio, rendendoci un gruppo in cui Nord e Sud si incontrano e confrontano anche sul piano grammaticale, verbi transitivi in primis… Lei è un esempio straordinario di come i nostri confini campanilistici, linguistici, climatici siano alla fine pochissima cosa quando la mente e l’animo sono divorati dalla curiosità di conoscere altri modi e mondi, di condividere emozioni. La bolzanina ci ha studiato un po’, ci ha messo il suo dovuto tempo a capire la nostra ironia e il nostro peculiare, insulare disincanto, ma ora è più sicula lei di molti miei concittadini! Basta vedere come guarda il mare, ogni mattina, lei montanara…

foto_cc_cover_.jpegQuindi, Carmen, sei pure mezza veneta…!
Mia madre è di Treviso, anzi ‘da Treviso’ come ripete lei. Sono cresciuta in un contesto familiare in cui Veneto e Sicilia si sono fusi, anche a livello culinario, come la tradizione italiana impone. Cucina una caponata da urlo, in purissima madrelingua sicula degna discepola di mia nonna Carmelina, però che fa? Te l’abbina ad una polenta o ad un lesso. Crossover autentico!

Carmen Consoli
5 marzo Teatro La Fenice
www.venetojazz.com