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[INTERVISTA] Qualcosa cambiato. Ottavia Piccolo a Venezia tra libri e teatro
di Mariachiara Marzari   

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Da qualche hanno ha scelto Venezia come sua città e, finalmente, Venezia si è accorta di questa autorevole presenza. Stiamo parlando di Ottavia Piccolo, attrice tra le più raffinate e profonde del mondo teatrale e cinematografico italiano, nominata presidente del Premio Campiello 2017. Appena entrata ‘nel nuovo ruolo’, senza trascurare naturalmente le scene, che la vedono protagonista in Enigma di Stefano Massini – al Teatro di Mirano il prossimo 9 marzo –, abbiamo voluto intrecciare i due piani e farci raccontare dalla sua viva voce il suo nuovo anno tra i libri.

 

Iniziamo da Enigma, che la vede protagonista di una tournée teatrale in giro per l’Italia. Perché questo spettacolo? Quali i tratti testuali che l’hanno catturata?
È uno spettacolo a cui tengo moltissimo. Sono due stagioni che lo porto in giro anche se non abbiamo fatto molte piazze: Napoli, Messina, Trieste, Milano al Piccolo Teatro, mentre in questo mese di marzo saremo al Teatro di Mirano. È un testo molto interessante di Stefano Massini che avevamo portato tra l’altro in anteprima nel 2010 al Teatro Ca’ Foscari di Santa Marta: era una mise en espace, non una regia ma una lettura scenica, tuttavia fin da allora ho cominciato a pensare di farlo diventare un vero e proprio spettacolo. Così la scorsa stagione, insieme ad Arca Azzurra, un gruppo di ragazzi toscani molto bravi, l’abbiamo messo in produzione con la regia di Silvano Piccardi e il testo sempre di Stefano Massini. Lo spettacolo ha un sottotitolo che spiega senza raccontare nulla: “niente significa mai una cosa sola”. È la storia di due personaggi che si incontrano casualmente e l’autore mette subito in chiaro che uno dei due, o entrambi, potrebbero mentire sapendo di mentire. Quindi il pubblico è avvisato fin dal principio che deve stare “in campana” e cercare di capire chi dei due sta mentendo e quali siano eventualmente le sue motivazioni. Non posso ovviamente rivelare di più, perché poi per chi lo deve venire a vedere l’Enigma deve rimanere tale.

Quanto il teatro è in grado di parlare della realtà proponendo riflessioni su un eterno oggi?
Mi sono imbattuta in questi ultimi anni in testi che parlavano di quello che ci sta intorno, da vicino, da lontano o, come in questo caso, in modo traslato, nel senso che questo Enigma racconta di due persone che si conoscono vent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, ma in realtà parla di noi oggi, di quello che siamo in questo momento, tutti naufraghi, alla ricerca di un appiglio, di punti di sicurezza, proprio come i due personaggi che Silvano Piccardi e io portiamo in scena.
Ultimamente, da dieci o undici a questa parte, mi è capitato di interpretare solo testi di Stefano Massini, oramai sono “Massini-dipendente”!, perché lui scrive delle cose che mi intrigano, che mi stimolano a raccontare. Non è un caso che il suo libro Qualcosa sui Lehman, che in questo momento sta andando benissimo, narri non solo la storia in sé della notissima famiglia di finanzieri falliti, ma affronti più estesamente il tema dell’economia e di cosa ha rappresentato e rappresenta la finanza nel mondo di oggi.
Massini è un ragazzo ‘giovanissimo’, perché è del ‘75, ha 41 anni come mio figlio, ed è un autore di teatro e non solo – ha appunto appena pubblicato questo bellissimo romanzo-ballata – che si interroga sull’oggi e non lo fa necessariamente seguendo la cronaca, perché non serve raccontare quello che vediamo al telegiornale per parlare di contemporaneità. Parlare dell’attualità in teatro è come leggere il giornale di ieri, vieni sempre superato. Si affronta la contemporaneità di quello che ti circonda ma non l’accadimento preciso, perché è come dire: voglio parlare adesso della guerra in Siria, ma domani? Ci saranno delle altre notizie e dopodomani altre ancora e via così...
Il teatro è tenuto a riflettere sul perché siamo arrivati a questo punto, ma non certo a fare cronaca.
Il teatro, per come lo intende Massini e per come lo intendo anch’io, non può essere cronistoria; è sempre una rilettura, una riflessione, un approfondimento, è tante cose insieme per fortuna.

image.jpgNuove sfide. La sua nuova carica di Presidente del prestigioso Premio Campiello 2017. Come ha accolto questo incarico ‘letterario’?
Mi ha molto onorato, ne sono felice. Inizialmente ero un po’ preoccupata perché non mi era mai capitato di ricoprire un ruolo così istituzionale, ma i miei compagni di giuria sono persone competenti e capaci di non farmi pesare le proprie competenze (ride, ndr.). Per ora ci siamo incontrati solo una volta e mi sembra che si sia creato un certo feeling. L’unica cosa che dovremo fare da ora è leggere, leggere e leggere! Ci confronteremo, avremo delle idee molto diverse, tutti i giurati hanno già presentato delle proposte. Aspettiamo che le case editrici ci inviino le loro, ma ho visto già molte belle cose, alcune le avevo lette, altre le sto leggendo. Mi diverto davvero un sacco, insomma!
Alla prima riunione ero un po’ in ansia ma ora mi sono tranquillizzata, perché la cosa è gestibile, non ci sono ‘divi’ e mi sembrano tutti molto compresi nel ruolo. Certo ci saranno discussioni sul merito, ma di sicuro non se ne solleveranno altre di diverso profilo. Da quanto ho potuto vedere in questi anni le proposte sono state molto varie e interclassiste; mi sembra che i libri usciti da questi ultimi Campielli siano molto diversi tra loro. So che ci sono state anche delle piccole incomprensioni da parte di qualcuno che non era d’accordo sul metodo. Credo però che nel momento in cui si accetta di far parte di una giuria si viene subito informati sulle regole; se non sono gradite si può sempre rifiutare. Un fatto talmente lapalissiano che è totalmente inutile ribadire.

Quale sarà il suo personale apporto alla Presidenza?
Io non sono una letterata, non sono un’intellettuale, sono una lettrice onnivora, se vuoi anche molto naif. Non pretendo di fare critica letteraria: di un libro posso dire se mi piace o no, se mi ha colpito o meno, perciò ascolterò ovviamente tutti i pareri, discuteremo, dirò la mia quando sarà il caso. Però porterò sicuramente zero ufficialità, al contrario molta semplicità e leggerezza, perché stiamo parlando di libri, di un Premio che dovrebbe raccontare mediamente, attraverso il giudizio di 11 persone, quello che è stato pubblicato in Italia quest’anno. Il problema è che molti scrivono, tanti, troppi... ma noi faremo una selezione, ci daremo dei compiti e leggeremo il più possibile.

Lei è una “foresta”, diventata veneziana a tutti gli effetti...
Sono cittadina veneziana a tutti gli effetti, sì, pago le tasse e voto a Venezia. Mi lamento come tutti i veneziani perché non siamo mai contenti; abbiamo molti motivi naturalmente per non esserlo, però mi arrabbio molto con i miei nuovi concittadini perché siamo stati noi stessi ad aver permesso tutto quello che ora sta succedendo a Venezia. Mi riferisco all’esplosione di affittacamere e bed & breakfast senza alcuna regolamentazione, alle persone che hanno un’attività e facilmente cedono alle lusinghe del soldo facile, salvo poi lamentarsi che in città ci sono solo negozi di paccottiglia. Però chi li ha venduti quei negozi? Da questo punto di vista è vero, la città ha forti criticità, certo per miopia delle amministrazioni, ma anche perché il mondo si è aperto e i turisti sono tanti dappertutto. Io oggi sono a Napoli, città che con il traffico ha già i suoi problemi, e ci sono decine di pullman turistici in centro città, ma anche a Roma ci sono frotte di turisti, esattamente come da noi in Strada Nuova o in Piazza San Marco. Il problema dei flussi del turismo e di tutto ciò che ne consegue va affrontato adesso, ben consci che andava fatto molto prima, tenendo sempre presente che il mondo è cambiato, che non si può pensare che «Venezia è nostra e non la facciamo vedere a nessuno». Dobbiamo convivere con questo affollamento facendo qualcosa, perché sono convinta che qualcosa si possa davvero fare.
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Il bello, l’unicità di vivere a Venezia secondo Ottavia Piccolo.
Ci sono lavori che si possono fare ovunque. Venezia è una città in cui il lavoro creativo, ad esempio, trova un habitat ideale. Venite a Venezia che è una città dove si vede ancora il sole...
È una città che non solo si può vivere ma si può “usare”, e penso che se ci mettessimo tutti insieme a spingere su questo tema, qualche risultato in più si potrebbe concretizzare. Facciamo venire giovani, creativi, apriamo studi, apriamo teatri! Abbiamo a Venezia delle istituzioni che il mondo ci invidia: La Fenice, La Biennale, il Teatro Stabile, la Fondazione Cini, la Collezione Peggy Guggenheim, la Fondazione François Pinault, i Musei Civici e molti altri ancora. Abbiamo tutto! La prima cosa da fare è quello che si chiama, con una definizione trita eppure ancora stringente, “fare sistema”, perché troppo spesso le istituzioni tendono a voler agire indipendentemente e a fare tutto da sole, mentre la collaborazione è fondamentale. Bisognerebbe fare un po’ di esame di coscienza e comprendere che si può aiutare Venezia a non diventare un mero ‘museo’. Per esempio quando sono in corso le diverse Biennali, del Teatro, della Musica o della Danza, in città circola una quantità impressionante di giovani: dobbiamo fare in modo che desiderino e possano rimanere qui. Lo stesso vale per gli studenti: abbiamo due Università di grandissimo valore, i ragazzi vengono a studiare qui e poi scappano, perché non possono permettersi di viverci. E anche mentre sono in città faticano, ad esempio, a venire a teatro, perché molti di loro sono costretti a rientrare a casa, fuori Venezia.
Ci sono davvero molte cose che si potrebbero fare. Sì.