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Home arrow ARTE arrow [INTERVISTA] Oltre i confini dell’arte. A tu per tu con Silvia Burini, direttore CSAR
[INTERVISTA] Oltre i confini dell’arte. A tu per tu con Silvia Burini, direttore CSAR
di Mariachiara Marzari   

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Protagonista indiscussa della politica culturale di Ca’ Foscari e, grazie all’ideazione e organizzazione di Art Night, la notte bianca dell’arte di Venezia, più estesamente della città stessa, incontriamo Silvia Burini, Direttore del Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca’ Foscari. I suoi corsi di Storia dell’arte russa, Storia della cultura russa e Storia dell’arte contemporanea comparata sono affollati di studenti, così come le mostre che cura e organizza, indagini visive approfondite che attraverso l’arte indagano la cultura e la società russa del Novecento fino agli esiti contemporanei. Il suo amore per la Russia si è dunque trasformato in studio e ricerca di altissimo profilo scientifico e accademico, ma anche in capacità di codificarne linguaggi e cultura, sapientemente trasmessi in modo nuovo e innovativo agli studenti e al pubblico. Molti i traguardi raggiunti e i riconoscimenti conseguiti in Italia e all’estero, soprattutto in Russia, dove nel 2014 è stata insignita dal presidente della Federazione Russa Vladimir Putin della medaglia Puškin e nello stesso anno è entrata a far parte, come membro onorario, dell’Accademia delle Arti della Russia. I risultati della sua instancabile energia sono tangibili e quest’anno, a partire da marzo, anche visibili in una serie di importanti mostre a Milano e a Venezia per la Biennale Arte, dove, ça va sans dire, sarà protagonista del Padiglione Russia ai Giardini.   

 

Il cuore della sua attività batte nello CSAR, centro propulsivo di tutta l’attività scientifica, didattica, espositiva. Un bilancio.
Il Centro Studi sulle Arti della Russia nel 2017 compie sei anni. È diventato di certo una piattaforma significativa non solo per l’Italia, ma anche per la Russia stessa, dove intrattiene rapporti di alto livello con artisti, musei, istituzioni e università. Il bilancio di questi anni è di sicuro positivo, sia sotto l’aspetto accademico che per quello degli eventi organizzati. Le soddisfazioni sono state tante, come il recente riconoscimento della borsa di studio “Marie Curie” assegnata dalla Commissione Europea al nostro ricercatore Matteo Bertelè, di cui sono supervisor, per lo studio dell’impatto dell’arte durante la Guerra Fredda, o come le numerose collaborazioni internazionali che ci vedono protagonisti nei prossimi mesi, o come i tantissimi studenti che frequentano i nostri corsi nonostante si tratti di un esame opzionale. Tutto ciò dimostra quanto l’interesse sull’arte russa stia aumentando e quanto il nostro lavoro sia caratterizzato da standard qualitativi molto alti.
Una conferma della grande considerazione che siamo arrivati a riscuotere a livello internazionale è certamente il grande convegno che organizzeremo dal 24 al 27 ottobre prossimi assieme a SCERA, l’Associazione di Storici dell’Arte Russia e Orientale che ha sede a Washington, al Courtauld Institute, e a Cambridge, dedicato alla percezione dell’Arte Russa all’estero, argomento che ho suggerito io stessa ai relatori. Collezionisti, direttori di musei e altre figure professionali di questo settore dialogheranno sulle modalità con cui il patrimonio artistico russo viene recepito fuori dai confini, dal punto di vista accademico e non solo.
Altro segnale di come il nostro lavoro è percepito oggi è arrivato dalla Nuova Enciclopedia dell’Arte contemporanea curata dalla Treccani, che mi ha commissionato la parte relativa all’Arte Russa anche in questo caso sviluppata con un approccio non eurocentrico.
Lo CSAR è un esempio unico in Europa. Abbiamo assunto il ruolo di tramite tra le istituzioni europee e le istituzioni e gli artisti russi quando questi si trovano a lavorare fuori dai propri confini nazionali. Nei prossimi mesi, per esempio, aiuteremo il Museo Puškin nella sua prima presenza alla Biennale qui a Venezia, mentre negli spazi di CFZ alle Zattere continueremo a curare la mostra sulla scena artistica contemporanea pietroburghese, oggetto tra l’altro di un master in ambito curatoriale legato al tema dell’ibrido e del mostro, la cui indagine è di mio particolare interesse.

 

 

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Quali gli ultimi eventi e progetti espositivi realizzati?
Di sicuro un concerto multimediale portato in scena all’Ermitage di San Pietroburgo con la collaborazione del compositore italiano Maurizio Baglini, a curare la parte musicale, e il professor Giuseppe Barbieri, dedicatosi insieme a me a quella multimediale e creativa. Nel progetto la Divina Commedia, il poema dantesco illustrato da Alberto Martini, è stato rielaborato multimedialmente per celebrare l’altro grande protagonista dell’evento, Tchaikovsky. In occasione di questo concerto è stato portato avanti un interessante lavoro di networking, affiancando tra loro l’Ermitage, il Teatro Comunale Verdi di Pordenone, di cui Baglini è consulente artistico, il Museo Alberto Martini di Oderzo e Massimiliano Finazzer Flory, coinvolto nella lettura scenica del testo dantesco. Lo stesso Finazzer Flory il 24 febbraio scorso ha dato voce a Vladimir Majakovskij, mettendo in scena l’eroe lirico, il libertario, il rivoltoso, con un allestimento fatto insieme di tecnologia e parola, con frammenti di cinema dello stesso Majakovskij.

Parliamo di Rivoluzione Russa di cui quest’anno ricorre il centenario, ma naturalmente dal punto di vista dell’arte. È possibile individuare quattro punti cardinali utili a orientarsi in questo secolo d’arte di un così sterminato Paese?
Senza considerare la Scuola di icone, l’arte russa può dire di essere nata nel ‘700 e di avere quindi tre secoli di vita. Partendo da questo presupposto, considerare l’ultimo secolo significa concentrarsi su una porzione molto larga di storia dell’arte russa. Si tratta di anni molto ‘compressi’. Quello che succede dal punto di vista artistico nel 1917 è davvero esplosivo, perché le Avanguardie pre-rivoluzionarie si saldano per un certo periodo alla rivoluzione. L’intellighenzia russa scambia in sostanza quella rivoluzione politica per la propria trasformazione culturale: questa cosa è chiara ai posteri ma non lo era assolutamente per i contemporanei. Questo fatto chiarisce come fu possibile per personalità come Kandinskij, Malevič o Chagall negli anni ‘20 aderire con grandissimo entusiasmo al progetto rivoluzionario, cosa che furono in grado di fare anche perché la giovane Repubblica Socialista Sovietica non aveva certo tempo di occuparsi di arte in quegli anni, impegnata a risolvere ben altri problemi. L’impegno di propaganda rivoluzionaria permetterà a quegli artisti di fare grandi passi avanti sia sotto il profilo della creatività, con il Costruttivismo o il Produttivismo, che sotto il profilo sociale, animati dall’idea di creare una vita nuova nel senso estetico del termine. Kandinskij e Chagall nel ‘21 andranno poi via dalla Russia, ma non certo per motivi politici: il primo per continuare ad alimentare il confronto con gli artisti tedeschi, andando a insegnare alla Bauhaus su invito dello stesso Commissariato del Popolo per l’istruzione; il secondo per esigenze espressive che mal si coniugavano con altre personalità dell’Avanguardia Russa. Nessuno dei due allora ovviamente pensava che non sarebbe rientrato più in Russia; non si tratta di due esiliati, ma di due personaggi chiave che in un determinato momento decidono di intraprendere un’altra strada.
Gli anni ‘20 rappresentano un periodo di grandissimo furore creativo, con il riaffacciarsi di una linea realista non per forza collegata a una corrente politica corrispondente. Si tratta di un realismo che nell’Ottocento era stato preponderante per la Russia, era poi passato a un ruolo periferico, ma alla fine degli anni ‘20 torna prepotentemente alla ribalta. Dal 1932 questa linea diventa fondamentale nell’applicazione del dogma socialista, in nome di un’arte che non doveva essere interpretabile, eliminando tutti gli ‘orpelli’ creativi e anarchici dell’Avanguardia: a questo punto il progetto politico e il progetto culturale rivelano i propri rispettivi, distinti percorsi e le differenze profonde, inizialmente non colte, dell’intellighenzia russa da quella che è la vera cifra della Rivoluzione vincente risultano ora palesi. Si tratta di una rottura capace di manifestarsi in tanti modi, spesso assai tragici, come, ad esempio, con il suicidio di Majakovskij, e che deve per forza vivere della rivalutazione del paradigma socialista per evitare di considerare il Novecento come secolo totalmente consacrato al Modernismo. L’arte dei totalitarismi e del paradigma del Realismo socialista dev’essere per forza ristudiata, rappresenta un momento cruciale per la storia culturale del Novecento – noi l'abbiamo affrontato in diverse mostre – che dev’essere sviscerato dal punto di vista critico e non ideologico.
A partire dalla morte di Stalin nel 1953 comincia un periodo molto interessante, politicamente legato al disgelo, con l’apparire dell’arte non conformista che negli anni ’60 preparerà le correnti più conosciute in Occidente, come il Concettualismo o la Sots-Art, che però spettano già a un’altra generazione, che abbiamo cercato di studiare in almeno due mostre realizzate in questi anni.
Con Gorbačëv e la perestrojka ha inizio un’ulteriore fase dell’arte russa, che entra per la prima volta nel mercato dell'arte internazionale, cosa mai successa prima. È un momento segnato dalla figura di Grisha Bruskin; il suo Fundamental lexicon viene venduto nella prima (e unica) asta organizzata da Sotheby's a Mosca nel 1988 per una cifra record per l’arte contemporanea russa. Da lì si può idealmente far partire l’ondata migratoria di molti artisti del panorama russo verso l’America, la Germania e la Francia, con una inevitabile frammentazione dei linguaggi artistici assimilabile allo sviluppo contemporaneo occidentale. Un’arte russa che quindi si fa più simile, prossima a quella europea, americana, pur mantenendo forti le proprie peculiarità.

Il pensiero dominante, a livello artistico, nei confronti del blocco sovietico dopo la Seconda Guerra mondiale ha spesso espresso stereotipi scorretti, tra cui la convinzione che l’arte fosse fondamentalmente di matrice pubblica. Quanto c’è di vero in questa affermazione? Si assiste in questi anni anche alla nascita e allo sviluppo di un collezionismo privato?
Lo sviluppo di percorsi artistici non ufficiali può riferirsi solo al periodo successivo alla morte di Stalin, nel ‘53. Prima non era concepibile un soggetto che operasse al di fuori dell’Associazione degli Artisti: era lo Stato a sovvenzionare gli artisti e a comperare i materiali per la realizzazione delle opere. Dalla metà degli anni ‘30 alla Seconda Guerra mondiale è quindi difficile parlare di arte ‘non ufficiale’. Dopo la morte di Stalin il discorso cambia, e si sviluppano alcune tendenze alternative a quella che può essere considerata l’Arte di Stato. Anche il collezionismo fa la propria comparsa non prima degli ani ‘50, con alcune famiglie che hanno potuto accumulare raccolte significative e con opere che sono rimaste nascoste e proprio per questo motivo si sono salvate.

Quale è l’attuale stato dell’arte?
In Russia l’interesse verso l’arte aumenta sempre di più, soprattutto dal punto di vista culturale oltre che da quello del collezionismo in sé, che vede protagonisti naturalmente i grandi oligarchi e i mecenati.

img_0365.jpgKandinskij, il cavaliere errante. In viaggio verso l’astrazione è il titolo della mostra da lei curata in collaborazione con Ada Masoero al Mudec di Milano che si inaugurerà il prossimo 15 marzo. Quale Kandinskij vedremo?
Il proposito di questa mostra è indagare il periodo più importante del suo percorso artistico, vale a dire la svolta astratta. Secondo Harald Szeemann l’opera di Kandisnkij rappresenta uno dei gesti fondamentali dell’arte contemporanea. Da padre dell’Astrazione il suo percorso merita di essere approfondito e presenta innumerevoli aspetti degni di interesse. In questa mostra abbiamo cercato di capire come l’artista sia arrivato a questa svolta. Proveniente da una famiglia colta, Kandinskij non possiede una formazione artistica in senso stretto, si forma come giurista, ma nel 1889 vivrà un’esperienza decisiva: passa più di un mese nel Governatorato di Vologda, nel Nord della Russia, studiando le credenze e il diritto penale dei Komi e del popolo degli Ziriani. Raccoglie e pubblica canzoni popolari, esegue disegni, appunta un diario di viaggio. Una trasferta che per l’epoca non era particolarmente avventurosa ma che serve comunque a toccare le sue più intime corde espressive. Successivamente, già a trent’anni, rifiuterà una cattedra e una ‘comoda’ carriera accademica per trasferirsi a Monaco e dedicarsi completamente all’arte. In questa mostra renderemo conto di questo viaggio a Vologda e di tutte le sue implicazioni, oltre a concentrarci su uno dei temi fondamentali della sua opera, il cavallo e il cavaliere, topos tra i più importanti della storia dell’arte nato dalla fantasia infantile e folcloristica. Ci concentreremo poi sul nucleo legato alla città di Mosca, dall’artista definita ‘madre’ e capace di farlo tornare all’esito figurativo a ogni frequentazione, nonostante l’incontro con l’astrazione fosse già avvenuto. L’ultima parte della mostra, la sezione La musica dell’astrazione, si dedicherà proprio all’esito astratto, con l’esposizione del primo quadro realizzato in questo stile, datato 1911 e conservato a Tbilisi, in Georgia.

Abbiamo prima accennato a Bruskin, che sarà protagonista del Padiglione Russo nell’imminente Biennale Arte curata da Christine Macel.
Il Padiglione avrà un titolo generale, Theatrum Orbis, e Bruskin occuperà le tre stanze del primo piano con l’installazione Cambio di scena. Il tema del Padiglione sarà il teatro come idea antica, il suo legame con la contemporaneità e il suo essere paradigma di un mondo che potrebbe essere visto appunto come grande palco, in cui noi altro non siamo che attori di un progetto allo stesso tempo collettivo e individuale, osservato dagli dèi. Si tratta di un Bruskin inedito e per certi aspetti molto diverso da quello visto fino a questo momento, pur conservando temi per lui cruciali, come il legame temporale tra modernità e antichità e la scultura come esigenza di incarnare l’elemento tridimensionale, sua cifra simbolica ben espressa anche alla Fondazione Querini Stampalia nella mostra Alefbet: alfabeto della memoria. Oltre a lui, il Padiglione russo ospiterà nella sala al piano terra la videoartista Sasha Pirogova e il duo Recycle Group, composto da Andrej Blokhin e Georgij Kuznetsov.

Hybris: mostri e ibridi nell’arte contemporanea, mostra di artisti pietroburghesi, sarà protagonista negli spazi di CFZ. Quali caratteristiche distinte presentano le scene d’arte contemporanea di Mosca e di San Pietroburgo?
Innanzitutto c’è da evidenziare come anche in altre città russe, lontane da questi due centri la vita artistica sia molto attiva. La scena moscovita è certamente la più vivace e internazionale, tuttavia a San Pietroburgo il Cyberfest ha attirato più di 5000 persone all’inaugurazione, con la presenza di artisti stranieri quali Mary Sartori e Fabrizio Plessi invitati in occasione del decennale. Collaboro da anni con questi artisti pietroburghesi e la nuova mostra in programma sarà collegata ad alcune lezioni che avevo preparato per un dottorato in Russia, in cui avevo chiesto ai giovani studenti di riflettere su un tema molto attuale come la trasformazione del corpo e la sua ibridazione, di cui poco si sa in Russia.
Penso che uno degli obbiettivi dello CSAR sia mostrare l’Arte Russa non come qualcosa di esotico, ma come componente dell’arte contemporanea mondiale dotata di proprie peculiarità e mediata dallo sguardo del critico occidentale. Gli artisti russi non sono soggetti da osservare attraverso la lente dell’entomologo, ma componenti di un discorso globale che come curatore voglio diffondere e su cui voglio dibattere.

Dal punto di vista artistico quali sono i pregiudizi più pigri e stantii che l’Occidente adotta nell’osservare il contesto russo?
Questa è una domanda da 100 milioni di rubli! Fondamentalmente credo che un atteggiamento eurocentrico sia il metodo sbagliato per approcciarsi all’arte russa. È necessario che i criteri adottati non siano quelli legati a un punto di vista europeo; la mente deve essere il più aperta possibile, magari seguendo i dettami teorizzati da Jurij Lotman nella semiotica della cultura, sforzandosi di affermare quanto sia importante conoscere la lingua di una cultura non solo dal punto di vista grammaticale, ma anche da quello puramente espressivo. Quando abbiamo gli strumenti per restituire quel tipo di cultura allora possiamo dire di conoscerla e di poterla analizzare e approfondire, senza avere ‘paura’ dell’altro e senza lasciarci andare alla ‘creazione di un nemico’, pratica culturale purtroppo sempre più diffusa. Questo discorso vale per la Russia come per molti altri Paesi, ma a maggior ragione per la Russia, da cui sono emerse figure come Djagilev, Šostakovič o Skrjabin che hanno letteralmente cambiato la cultura contemporanea, artisti da cui non è proprio possibile prescindere. La Russia, proprio per il suo essere ibrido di Oriente e Occidente, ha sempre avuto bisogno di modelli a cui rifarsi, modelli che potevano venire di volta in volta dall’Europa o dalla vastità dell’Oriente, interpretati in tanti modi diversi attraverso il meccanismo dell’appropriazione creativa, mediante il quale un modello viene osservato e non copiato, rielaborandolo attraverso le proprie istanze culturali ed espressive.

 

silvia_burini.jpgA Ca’ Foscari Esposizioni andrà in mostra Valery Koshlyakov con il suo Elysium. Cosa vedremo? 

Sarà una mostra site specific davvero imperdibile. Koshlyakov è un artista molto conosciuto anche in Occidente; ora vive a Parigi, ma nasce nella profonda provincia russa. La sua opera è caratterizzata da una tecnica figurativa davvero impressionante: collage di cartone, grafica e pittura piuttosto monumentali, incentrati sul tema della rovina, riferita sia al mondo sovietico che a quello occidentale.

Quali iniziative sono invece previste in Russia nei prossimi mesi?
Giuseppe Barbieri e io cureremo un’installazione alla Biennale di Mosca di Cristina Finucci, che era partita da Ca’ Foscari con il suo Garbage Patch State – Wasteland e che poi è diventata famosissima firmando, da settembre dell’anno scorso a gennaio di quest’anno, un’imponente installazione costituita da 5 milioni di tappi di plastica riciclati che formano la parola “Help” su una superficie di 1500 metri quadri a Mozia, sull’isola di San Pantaleo, nello Stagnone di fronte a Marsala. Parteciperemo poi al Padiglione dell’Antartide e collaboreremo con Fabrizio Plessi per una mostra al Museo Puškin di Mosca.

Concludiamo parlando della vostra ‘creatura’, Art Night, iniziativa capace ogni anno di riscuotere un successo straordinario e crescente e di aggregare in una notte tutta la Venezia della cultura.

Si tratta di un’iniziativa che arriva in questo 2017 al suo settimo anno – speriamo di non viverne la classica crisi… – e che in questa edizione ci fa realizzare un sogno, quello di avere nel cortile di Ca’ Foscari gli AES+F, che più volte avevano espresso la volontà di lavorare con noi: quest’anno presenteranno un video in anteprima assoluta, a cui stanno lavorando proprio ora. Come ogni volta, poi, cercheremo di coniugare al meglio la programmazione cittadina, per farci collettore di tutte quelle esigenze che in una notte tanto particolare possono essere soddisfatte.
 

 
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