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VENEZIANI A TAVOLA | Intervista ad Anita Sieff
di Pierangelo Federici   
sieff.jpgDopo la laurea in lingua e letteratura tedesca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, con una tesi sull'estetica contemporanea e un Master in Comunicazione, a partire dal 1985 si dedica prevalentemente alle arti visive usando suono, fotografia, film, video, disegno e scrittura per ispirare le proprie performance. Vive tra Venezia e New York. Tra i suoi lavori di arte pubblica, Public (tenuto dal 1996 al 2001 al Museo Guggenheim e dal 2002 al 2004 al Museo Fortuny di Venezia) è il lavoro più importante per l’implicazione linguistica che ha contribuito ad una nuova coscienza del pubblico come soggetto (www.anitasieff.it ).

L’intervista
Siamo nel Sestiere di Santa Croce, all’ultimo piano di un palazzo importante che, come spesso accade a Venezia, si trova un poco nascosto, fuori dalle rotte turistiche. È qui che abita Anita, in un open space disseminato di libri, dischi, disegni e fotografie. Magicamente, in questo loft che sembra essere a Manhattan, c’è perfino un angolo per la cucina! Come te la cavi ai fornelli?
Molto bene, mi piace cucinare e creare nuovi abbinamenti di sapori. E colori, soprattutto.

 

C’è qualche ingrediente che non può mai mancare nel tuo frigorifero?
Scalogno, aglio, zenzero, olio extra vergine di oliva, pomodoro fatto in casa, tra le spezie curcuma, rosmarino, timo, origano, e soprattutto alloro. Limoni e arance, oltre ad un buon vino sia rosso che bianco.

Dovessi scegliere un aggettivo per esprimere sinteticamente ciò che penso di Anita, direi “eclettica”. Nell’autentico significato della parola, dal greco “eklektikós” cioè “trascegliere, selezionare fra più cose”. Anita si è cimentata in discipline e canali espressivi diversi e variegati, dimostrando una capacità poliedrica, fine e originale. Soltanto nell’arte o anche nella vita?
Nella vita è più difficile essere accettati se ti mostri troppo disinvolta e poliedrica. Alle persone piace veder riconosciuta la tua debolezza, il tuo tallone di Achille, semplicemente non sentirti diversa da loro.

pasta-pomodoro-e-formaggio.jpgQuindi possiedi una tua ricetta di vita? Scherzo! La domanda vera è: mi racconti la tua ricetta migliore o quella che ti riesce meglio?
La pasta al pomodoro. Ho un paio di amici che vengono da lontano espressamente per mangiare le mie paste al pomodoro o i miei piatti tirolesi.

Anita, forse si riesce a vivere anche senza riconoscere il profumo dell’elicriso. Però, se ci pensi, ci sono profumi che scatenano potenti déjà vu, che riportano a certi luoghi, a sapori antichi: quel pesce mangiato in riva al mare, il frutto colto dall'albero… succede anche a te?
Certamente. I profumi sono in grado di scatenare ricordi e di riattivare desideri. Io investo molto su questi effetti.

Hai viaggiato molto e hai vissuto una vita all’estero, raccontaci dove hai trovato i piatti che preferisci.
Da noi, in Italia, anche se recentemente mi ha entusiasmata la cucina georgiana.

Una domanda che pongo spesso agli amici artisti e che mi aiuta molto nella creazione della ricetta personalizzata: c’è un colore che ritieni particolarmente invitante e appetibile?
L’arancione! Se potessi, mi farei un bagno in una vellutata di zucca…

Mi hai dato buoni spunti per creare la tua “ricetta dedicata”, spero che questa breve chiacchierata abbia divertito anche te. Ora, torniamo alla realtà: stupiscimi ancora una volta, a cosa stai lavorando?
Sto lavorando ad un progetto di recupero culturale di un rione napoletano attraverso il coinvolgimento degli abitanti in una soap opera, che diventi riflessione di un nuovo senso della vita. Sto inoltre preparando la nuova edizione del Simposio sull’Amore già realizzato nel 2000 a Venezia.

La ricetta
L’arancione piace molto anche a me (a parte la tinta dei capelli di Trump…), esistono altri ottimi utilizzi per la zucca oltre a quello di farsi il bagno nella vellutata. Quindi ti racconto della Suca baruca, che suona come una formula magica e invece è la zucca che colora di arancio i risotti, gli gnocchi, il pane dolce, i ripieni di tortelli e di torte salate. Suca baruca (detta anche “suca santa”) è un termine utilizzato in tutto il Veneto e c’è chi ritiene derivi dalla parola ebraica “baruch”, che significa “santo”. Però la zucca “barucca” (classificata come “Marina di Chioggia”) è caratterizzata da una scorza cosparsa di bitorzoli, quindi l’origine del nome potrebbe derivare dal latino “verruca”.

risotto-zucca.jpg

 

SUCARISI
O anche Risi e suca, un classico risotto veneziano che viene particolarmente bene con la “Marina di Chioggia” che ha caratteristiche gustative esaltate dai terreni litoranei ricchi di salsedine. La denominazione “Marina” viene dal fatto che a Chioggia, chi coltiva da generazioni gli orti, fa parte dei “marinanti”, cioè di Sottomarina, ben distinguibili dai “chioggiotti” più dediti alle attività di mare. 
Elimina scorza e semi da un bel pezzo di zucca, sminuzzala grossolanamente. Ora prepara un soffritto di cipolla in olio extravergine con una noce di burro e una stecca di cannella. Aggiungi la zucca, elimina la cannella e lascia cuocere finché non diventa una morbida purea. Aggiusta di sale, quindi versa il tuo riso vialone nano e cuoci “a risotto”, aggiungendo man mano mestoli di brodo vegetale. A fine cottura, manteca “all’onda” con poco burro, parmigiano grattugiato e una presa di prezzemolo finemente tritato. Suggerisco una macinata di pepe nero e un calice di Malvasia Istriana del Carso.