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[INTERVISTA] Storie di alchimia. Catherine Breillat al Ca' Foscari Short
di Delphine Trouillard   

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E se il racconto di un fallimento diventasse un successo? La vita di Catherine Breillat - scrittrice e regista francese famosa per aver sfidato la censura - è costellata di prove senza le quali forse non avrebbe mai realizzato un film. Schietta e sorridente, l’esatto contrario del suo cinema di cui rivendica l’asprezza e la perversità, Breillat scrive e filma ciò che le accade o i fatti di cronaca in cui si riconosce. Dopo un’adolescenza ribelle in un ambiente puritano, accecata dalla scoperta di Sade, Bergman e Buñuel, inizia una carriera nella letteratura e nel cinema imponendo il proprio linguaggio con una sfacciataggine che ha sempre destabilizzato la critica. Dai suoi incontri con Rossellini e Fellini, dalla sua ammirazione per i cineasti giapponesi Nagisa Ōshima e Shōhei Imamura, dalle relazioni particolari costruite con i suoi attori e dalle disavventure personali vissute sono nati film dall’introspezione stoica che testimoniano una rara libertà di pensiero e una ferrea volontà di convertire il male in bene. Proprio come un’alchimista.

 

Catherine Breillat fa parte quest’anno della giuria della settima edizione del Short Film Festival dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, primo festival di cinema in Europa gestito da studenti universitari guidati da una commissione di docenti di studi sul cinema e professionisti del mondo dello spettacolo, in programma dal 15 al 18 marzo in Auditorium Santa Margherita.

 

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Per lei partecipare alla giuria di un festival rappresenta un’occasione di promuovere un cinema più libero, di cambiare lo sguardo dell’industria cinematografica che, diverse volte, ha giudicato oscene le sue produzioni?
Ho sempre considerato molto importante partecipare alla giuria di un festival, innanzitutto perché rappresenta un’occasione straordinaria di confronto con i protagonisti dell’industria cinematografica. Mi permette anche di difendere i film in cui credo, di capire per quali motivi possano essere respinti dagli altri membri della giuria e di raccogliere la sfida di cambiare la loro opinione. Mi piace molto lottare per i film che mi piacciono. È anche una grande responsabilità e spero di non imbattermi in film retrogradi, che velano la realtà, mi spiacerebbe se un atteggiamento del genere dovesse riscontrarsi soprattutto in giovani cineasti. In tutte le cose che faccio cerco di avvicinarmi non solo alla realtà ma alla verità, ovvero il reale trasceso. Sono contro tutti i veli, tutti i tabù. Parto dal presupposto che nessuno abbia il diritto di vietarmi qualcosa. Un divieto va spiegato, affrontato senza vergogna o pudore.

Attraverso i suoi film ha partecipato infatti alla lotta contro certi divieti che colpiscono la rappresentazione della sessualità nel cinema. Alcune delle sue produzioni sono state giudicate addirittura pornografiche…
Mentre odio i film pornografici! Nella pornografia c’è qualcosa di meccanico, privo di sentimento. Rocco Siffredi si autodefinisce una pornostar eppure, nel film Romance che abbiamo girato insieme, considera di aver recitato come un attore. C’era una finzione, la necessità di creare un’emozione. Bisogna stare attenti alla definizione che si dà della pornografia: non per il motivo che raffigura un sesso in primo piano un’opera è necessariamente pornografica. Il dipinto di Gustave Courbet L’origine del mondo lo dimostra: la poesia e il potere narrativo racchiusi nel titolo ne fanno tutt’altro che un’opera pornografica. L’atto sessuale fisico, che sia in un porno o in uno dei miei film, è molto ripetitivo, noioso e - diciamocelo - poco fotogenico. Però porta in sé qualcosa di quasi sacro, un orgasmo che lo fa entrare in un’altra dimensione molto più intima ed estremamente difficile da restituire allo schermo. Quando riesco a riprendere quel momento d’intimità assoluta tra due persone, mi pare di vivere un attimo di magia in cui ciò che vedo mi abbaglia. Mi sento voyeur, come se assistessi a qualcosa che non dovrei vedere. Mi sento di troppo e quasi mi nascondo, non solo per non farmi notare ma anche per non essere disturbata dalle reazioni degli altri. Quest’attimo è di pura alchimia, istante in cui un atto banale e piuttosto mediocre diventa trascendentale. Chi non capisce questo e va a vedere i miei film pensando di guardare un porno, rimarrà probabilmente deluso…

Ma i suoi film sono spesso degli adattamenti di fatti brutali (stupri, violenze coniugali, atti sadomasochisti) che lei mette in scena con distanza e ironia, quasi a volerli sdrammatizzare. Quest’alchimia di cui parla la aiuta a superare le prove della vita?
No, non considero affatto il cinema una terapia. Ho troppo rispetto per la settima arte per sfruttarla come auto psicanalisi. Tra l’altro ho sempre pensato che gli artisti non abbiano bisogno di psicanalisi. I miei film non mi servono a guarire, in realtà sono già guarita nel momento in cui decido di farli. Da quando sono bambina, ogni volta che vivo una situazione difficile ne faccio tesoro per trasformarla in qualcosa di positivo. La ‘converto’ in un libro, in un film. Ho deciso di fare la scrittrice a 14 anni proprio per trasformare ogni brutta esperienza in un terreno fertile su cui possa crescere una cosa bella. Credo che tutti gli artisti, che siano cineasti o scrittori, attingano nelle storie personali e intime per creare. L’arte non deve necessariamente servire a qualcosa, anzi. Non deve per forza sollevare lo spettatore, risolvere i traumi dell’artista, denunciare o servire una causa, anche se tutti gli artisti hanno un universo proprio e veicolano le proprie idee attraverso le loro produzioni. L’arte non ha una funzione prosaica, ma una funzione trascendentale, trasporta in un ‘altrove’ ed è autosufficiente. Dovrebbe rappresentare un ideale, la vita senza ideali non varrebbe la pena di essere vissuta. I miei film riproducono spesso scene estreme perché sono molto più semplici da restituire allo schermo. Quando ci si pensa, la felicità è una cosa estremamente difficile da filmare. Così come un brutto ricordo lascia una traccia indelebile nella mente, basti pensare che tutti noi ci ricordiamo dov’eravamo e cosa facevamo l’11 settembre 2001, le cose più angoscianti e tormentate sono molto più semplici da imprimere sulla pellicola. Quando si critica il fatto che i miei film mettono in scena della violenza improvvisa, rispondo che questo è un pleonasmo: la violenza è sempre improvvisa ed è proprio la sua natura imprevedibile che è affascinante.

showzhe_regista.jpgPer concludere, quale consiglio darebbe a un giovane regista? In particolare, crede che si possa chiedere qualsiasi cosa a un attore?
Sì, ne sono convinta, dal momento in cui non lo si mette in una situazione pericolosa. Non sto parlando di una situazione di pericolo psicologico, secondo me inevitabile quando un attore entra nella pelle di un personaggio e quando il ruolo richiede una relazione intima con un’altra persona. Accettando di uscire dal proprio corpo per entrare in quello di un personaggio fittizio l’attore si mette in una situazione di confine dalla quale può non uscire indenne. È un mestiere con i propri pregi e i propri rischi, come tutti i mestieri, per questo motivo è meglio retribuito rispetto al mestiere di sceneggiatore. Questo dà al regista il diritto di chiedere a un suo attore qualsiasi cosa, finché è scritta nel copione. Ciò non vuol dire che disprezzo gli attori, come spesso ho sentito dire. Considero il cinema come la pittura: gli attori sono la materia delle mie opere. Il cinema non è solo un set fatto di luci e di attrici glamour. Questo sì, che sarebbe disprezzante. Il cinema è arte e alchimia, risultato della combinazione di molte cose che accadono dietro le telecamere.

«7. Ca’ Foscari Short Film Festival»
15-18 marzo Auditorium Santa Margherita
cafoscarishort.unive.it