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[INTERVISTA] He got game. Il basket, secondo Walter De Raffaele
di Massimo Bran e Massimo Zuin   

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Walter De Raffaele, nonostante l’ancora giovane età per un coach, da anni silenziosamente ha costruito un percorso solidissimo su svariate panchine dello Stivale, talvolta da primo allenatore, per anni, compresi gli ultimi, da seconda guida. Nel basket ha consumato la sua vita partendo dalla sua inseparabile città, quella Livorno, terra di grandi passioni e di grande acutezza e ironia, che nella pallacanestro italiana ha consumato un ruolo di primissima attrice, in particolare tra gli ’80 e i ’90, quando per meno di un centesimo di secondo sfiorò il titolo contro la corazzata Milano. Una partita su cui si è scritto di tutto e di più e di cui ovviamente parleremo anche qui.

 

De Raffaele ha costruito con tenacia e umiltà una carriera con solidi riferimenti, grandi maestri, non ultimo quel Charlie Recalcati con il quale ha costruito questi ultimi, straordinari anni di rinascita della Reyer, riportata al vertice da una solidissima società governata da Luigi Brugnaro.
L’abbiamo incontrato a pranzo in una pausa tra le due sedute giornaliere alla vigilia della Coppa Italia (dove la sua Reyer, ahimè, è poi uscita al primo turno, a dire il vero decimata dagli infortuni). Abbiamo cercato di fermare i suoi fondamentali, le sue radici, le sue passioni. Nel basket, nella vita.

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A febbraio 2016 il passaggio di consegne con Recalcati, di cui era assistente dopo aver già collaborato in panchina qui a Venezia con Mazzon e Markovski. Come è stato vissuto un momento tanto delicato, anche alla luce dei risultati poi ottenuti? Quale il rapporto con coach Recalcati?
È stato un periodo davvero pieno di emozioni contrastanti. Da un lato il dispiacere per un percorso che si concludeva in un certo modo, dall’altro il senso di responsabilità e successivamente la soddisfazione di essere chiamato a guidare la squadra in una situazione di sicuro non facile. Il rapporto con Charlie Recalcati ha radici profonde. Esisteva prima che iniziassimo a lavorare insieme a Venezia, dura tuttora e continuerà a durare perché capace di andare oltre la pallacanestro. In occasione del cambio in panchina la squadra affrontava un momento difficile, caratterizzato da vari infortuni e da una serie di conseguenti risultati negativi. La prima cosa che ho cercato di fare è stata quella di suscitare nella squadra una decisa reazione psicologica facendo della coesione di gruppo il proprio punto di forza. Ciò ha permesso ad alcuni nuovi giocatori nel frattempo acquistati di mettersi al servizio del collettivo. Il resto l’ha fatto il senso di responsabilità che alle volte si rinvigorisce quando c’è un cambio in panchina. Sono così arrivate le vittorie e la conseguente ritrovata convinzione, con equilibri ricostruiti attraverso il lavoro e l’applicazione. L’arrivo di Savovic prima e di Melvin Ejim poi ci ha permesso di trovare nuove soluzioni e nuovi accorgimenti nell’organizzazione del nostro gioco, rafforzando la nostra identità di gruppo. Siamo poi arrivati a giocarci i play-off in un trend estremamente positivo, battendo Cremona e raggiungendo la semifinale contro Milano, tra l’altro espugnando il PalaDesio in gara 1. L’esplosione di Stefano Tonut e l’intelligenza di Jeremy Pargo ci hanno regalato la possibilità di avere una maggiore rotazione tra i giocatori. Il giusto merito di questa rapida ripartenza verso l’alto deve essere riconosciuto ovviamente anche alla società, capace di starmi davvero vicino appoggiando in tutto e per tutto il mio lavoro, aspetto fondamentale per far rendere al meglio un allenatore e, di conseguenza, la squadra.

Quale, secondo lei, l’aspetto peculiare del progetto Reyer?
Sono a Venezia da sei anni. In questo periodo ho potuto apprezzare al meglio la visione proiettata progettualmente verso il futuro che contraddistingue il lavoro di questa società. Una visione che si allarga all’intera Città Metropolitana, superando ogni possibile divisione territoriale, che ha trovato una propria legittimazione nella Certificazione Etica nello Sport – Esicert ricevuta nel 2011, con la Reyer prima società di basket, nonché prima società sportiva professionistica in Italia, a ottenere un tale riconoscimento. L’attenzione rivolta ai giovani, ad esempio grazie all’iniziativa della Reyer School Cup, ribadisce in questo senso il ruolo che la società vuole ritagliarsi nel panorama sportivo e culturale cittadino e nazionale.
Quando mi capita di parlare ai ragazzi, in occasione di incontri con le scuole, mi piace sottolineare quanto sia importante considerare lo sport come sacrificio individuale e collettivo per raggiungere risultati, in modo da far capire al più ampio pubblico possibile come la partita della domenica rappresenti solo la tappa conclusiva e più eclatante di un impegno portato avanti giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento. La Reyer vuole trasmettere soprattutto ai più giovani questi e tanti altri valori, superando i confini della pura pratica sportiva.
Tutto questo si riflette anche nella promozione in prima squadra di giovani, provenienti o meno dal nostro vivaio, come nel caso ora del classe ’98 Riccardo Visconti.
Presupposto di tutti questi discorsi è naturalmente la solidità economica della società, cosa non così scontata oggi nel basket e nello sport italiano più in generale, aspetto che permette di programmare al meglio il presente e, soprattutto, il futuro.

res_0118.jpgBrugnaro, (ex) Presidente vulcanico e ora quanto mai protagonista primo della vita pubblica veneziana. Che rapporto vive con una figura così forte, presente?
A lui mi lega un rapporto molto sereno, diretto e pulito. Si tratta di una persona passionale che vive un’autentica ‘partita nella partita’. Vedendolo nello spogliatoio ho potuto apprezzare quanto sia all’avanguardia nella conoscenza delle dinamiche di gestione del gruppo; sotto questo aspetto ha davvero molto da insegnare. Ce ne fossero di Presidenti così! Credo che la società gli debba ovviamente tanto per aver riportato a Venezia il basket ad alti livelli, che la società merita di frequentare in pianta stabile.

Quali sono stati gli elementi di continuità e discontinuità nella programmazione della stagione in corso?
La volontà era quella di mantenere l’ossatura di un gruppo che l’anno scorso aveva dimostrato il proprio assoluto valore, con elementi come Michael Bramos e lo stesso Ejim che potevano vantare delle richieste di mercato importanti e con Hrvoje Peric che, al rientro dall’infortunio, sarebbe stato un autentico valore aggiunto, il nostro acquisto migliore. La bravura della società è stata quindi innanzitutto di confermare tutti questi giocatori nonostante le pressanti richieste di mercato, arricchendo l’organico di altri giocatori forse atipici per il mio modo di giocare, ma in grado con le proprie capacità di alzare il ritmo delle nostre prestazioni, forse rischiando qualcosa in più in termini di palle perse e qualità.

 

Le scelte cadute su elementi quali Marquez Haynes, Jamelle Hagins o Ariel Filloy devono essere lette in quest’ottica, con una grande attenzione rivolta anche all’aspetto caratteriale dei giocatori che si andavano ad acquistare. In totale sintonia con il club, il gruppo si è formato in questo modo, cementandosi sempre di più soprattutto nei momenti di difficoltà attraversati, cosa che avverrà nuovamente nei momenti più complicati che di sicuro ci troveremo ad affrontare nel normale corso di una stagione agonistica.
In questo contesto i giocatori rimasti dall’anno scorso hanno potuto istruire i nuovi arrivati sull’ambiente, sui miei metodi di lavoro e su quelli della società. Siamo stati bravi e fortunati nel trovare giocatori disponibili, capaci di sviluppare quella chimica che nei momenti di necessità aiuta una squadra a superare ogni tipo di problema. Penso all’inizio di stagione di sicuro non facile, superato grazie alla coerenza della società che ha creduto fortemente nella politica portata avanti e nella forza di un gruppo che ha risposto positivamente al bisogno di responsabilizzarsi.

Uno sguardo alla presunta inarrivabilità di Milano. È davvero tale? Il finale di stagione è già scritto?
Sotto certi aspetti Milano è un passo avanti a tutti, soprattutto per qualità dell’organico. Sono convinto che in una partita secca possa essere battibile, mentre in una serie il discorso per le avversarie si fa necessariamente molto più complicato. Per avere più chances di spuntarla si dovrebbe possedere un roster altrettanto lungo e competitivo, in grado di affrontare con solidità un impegno pazzesco come quale quello di giocare quasi venti partite in poco più di venti giorni, così come succede con play off al meglio di sette partite. Ritmi che personalmente ritengo davvero esagerati.

La crisi strutturale del basket italiano: una frase fatta che rispecchia però un problema reale, urgente. Da rappresentante di una generazione che poteva essere ancora considerata d’oro, in cui gli italiani giocavano tantissimo e da protagonisti, quali pensa siano i motivi che hanno spinto il panorama della pallacanestro nazionale verso un innegabile, attuale declino e quali le contromosse per un’inversione di tendenza?
Purtroppo non esiste un unico motivo capace di spiegare la situazione in cui il mondo del basket italiano si trova attualmente. Rispetto agli anni in cui giocavo io è cambiata totalmente la fisionomia di tutto il settore. In Europa sono cambiate le leggi e i presupposti economici che facevano arrivare in Italia quelle che potevano essere considerate prime scelte assolute. Altri tempi davvero. Ora, con l’apertura delle frontiere, il mercato risulta ovviamente più allargato, con possibilità di trasferimento lungo tutto l’arco dell’anno. Personalmente sarei favorevole a non più di una o due finestre di mercato l’anno per poter portare a termine trasferimenti; già questo porterebbe a lavorare più progettualmente, sapendo che il margine d’errore nella scelta dei giocatori deve essere ridottissimo, essendoci poi meno occasioni per rimediare. Altro aspetto fondamentale per un’autentica inversione di tendenza sarebbero gli investimenti nelle infrastrutture, nei palasport, interventi utili ad allargare il bacino d’utenza ed esercitare un’attrattiva diversa per professionisti, allenatori e sponsor.
In un contesto del genere diventa poi assolutamente irrinunciabile investire sui vivai, cosa che la Reyer ha fatto e continua a fare. A questo proposito, un’idea potrebbe essere quella di bloccare le retrocessioni per almeno 2-3 anni, così da dare ai giovani il sacrosanto diritto di sbagliare e quindi di crescere, imparando dai propri errori. Oggi, davanti allo spettro di una retrocessione, non si rischia quasi mai di far giocare il giovane italiano. Mancano il tempo, la pazienza di aspettare che un ragazzo si formi e arrivi ad alti livelli in percorsi necessariamente a tappe; si pretende tutto e subito. È necessario trovare un equilibrio in cui ci si possa sentire non dico tutelati, ma almeno non esposti al rischio di finire fuori squadra al primo errore. Una soluzione potrebbe essere quella adottata in altri paesi, vale a dire una squadra-satellite da cui poter prelevare giocatori da utilizzare, per poi magari fargli fare il percorso inverso anche più volte nel corso della stessa stagione, un inserimento graduale ai massimi livelli che permetterebbe al giocatore di crescere e alla squadra di portare avanti una rotazione utile a livello tattico e atletico. Penso alla D-League dell’NBA, lega nata con l'intento di dare una possibilità a tutti quei giovani giocatori che non sono riusciti ad entrare nel mondo della NBA attraverso i draft, dove c'è una forte selezione divenuta oggi internazionale, o che per altre ragioni comunque sia non trovano facilmente posto negli organici delle trenta franchigie NBA. Attenzione, però: nei vivai dovrebbero andare a lavorare gli allenatori migliori, non ragazzi alle prime esperienze in panchina. Gli allenatori migliori sono quelli che possono far davvero crescere i giovani più talentuosi. Non è un caso che in America nell’NCAA, la lega universitaria, vi lavorino ancora oggi i migliori maestri di basket a stelle e strisce.

I suoi maestri in campo, i suoi maestri in panchina.
Sono cresciuto con Alessandro Fantozzi, con lui ho condiviso davvero tante cose. Penso poi ad Andrea Forti e più in generale a tutto lo straordinario gruppo di Livorno, capace di darmi un bell’imprinting, segnandomi indelebilmente in tutto il mio futuro cestistico, ma anche umano proprio. Un’esperienza capitale per me furono quegli anni. Uno dei miei idoli poi era senza dubbio Mike D’Antoni, playmaker di rara intelligenza, ora grande coach, il che era scritto già dai suoi primissimi anni in campo.
Rimanendo sempre a quell’esperienza livornese, devo proprio ad Alberto Bucci il mio innamoramento per il ruolo dell’allenatore; mi è sempre piaciuto rompere le scatole ed andare ad analizzare le partite. Con lui sin dai primi momenti è nato un rapporto profondo, come altrettanto profonda si è rivelata poi la collaborazione con Recalcati. Entrambi allenatori da cui ho sempre cercato di ‘rubare’ qualcosa pur mai annullandomi completamente in loro, nel loro esempio, cercando di rimanere fedele sempre alle mie idee che con queste esperienze inevitabilmente si irrobustivano, si arricchivano. Da Charlie ho cercato in particolare di assorbire la sua straordinaria capacità di gestione del gruppo, da Bucci invece ho preso più ispirazioni di natura tecnico-tattica. Ho avuto molti altri allenatori da cui ho imparato qualcosa, come Duško Vujošević a Pistoia, per esempio, che mi ha davvero aperto gli occhi sull’importanza capitale dei fondamentali del gioco.

res_0397.jpgProprio i fondamentali sono stati al centro di un’intervista da noi realizzata a Recalcati due anni fa (Venezia News n. 195, giugno 2015 ndr). Alla domanda su cosa avrebbe recuperato dal basket del passato il suo riferimento immediato fu proprio ai fondamentali, una volta giustamente considerati la base sulla quale lavorare e ora spesso troppo trascurati a vantaggio della fisicità. Quale la sua opinione a riguardo?
Oggi come oggi arrivano giocatori sempre più specializzati in poche cose da fare. Per me, che ho lavorato nel settore giovanile riuscendo anche a vincere un titolo nel 2001, è fondamentale trovare giocatori che abbiano l’apertura mentale e la disponibilità ad imparare più cose, più prospettive del gioco. Penso che migliorare nei fondamentali possa far aumentare l’autostima e portare vantaggi concreti per la squadra. Noi siamo stati bravi e fortunati nel trovare giocatori che a 27-28 anni avessero ancora l’umiltà di mettersi in gioco e la forza di lavorare su loro stessi ogni giorno, mettendo il collettivo in cima alla lista delle priorità. Il difficile è trovare giocatori che abbiano ancora margini di miglioramento e fare in modo che questi possano rimanere nel tuo gruppo per 2-3 anni, tempo minimo utile a riscontrare concreti miglioramenti. Melvin Ejim è un caso emblematico, passato da una percentuale realizzativa del 30 al 49% dalla linea dei tre punti attraverso il lavoro specifico, il tempo e una grande attitudine al lavoro.

C’è un giocatore allenato negli anni passati che le farebbe piacere avere nuovamente a disposizione?
Andre Smith. Al di là dell’aspetto caratteriale, che ne ha determinato le vicende in laguna, è stato uno dei giocatori più forti che abbiamo avuto qui a Venezia. Un altro giocatore che avrebbe potuto davvero darci ancora tanto è Guido Rosselli, rimasto qui dal 2011 al 2014, un giocatore dalla testa e dalle qualità davvero poliedriche. Sono in contatto con altri giocatori che in passato sono stati da noi, ma dovendo fare due nomi penso immediatamente a loro.

L’NBA e l’Europa, una forbice che si sta progressivamente assottigliando. Sul fronte dei giocatori ormai ci siamo. I Gasol, i Nowitzki, i Parker, i Ginobili hanno definitivamente segnato una via senza ritorno, dimostrando che la scuola cestistica extra-Usa è di primissimo e almeno pari livello. Sembra di assistere invece ad un vero e proprio embargo per quello che riguarda i coach. Spesso ci si chiede cosa potrebbero fare un Obradović o un Messina alla guida diretta di una squadra NBA. Qual è la sua opinione su questo nodo ancora irrisolto?
Sulla qualità degli allenatori europei non ho nessun tipo di dubbio; la bontà del loro lavoro è sotto gli occhi di tutti. L’Eurolega dimostra ogni settimana quale raffinatezza informi i diversi sistemi di gioco dei top team continentali. Con grandi varietà di soluzioni, di proprie visioni tattiche. Su questo anch’io sono convinto che il basket europeo non abbia nulla da invidiare all’NBA, anzi. Il mondo NBA è un universo a parte, entrarvi per gli allenatori è molto difficile. C’è una concorrenza spietata dove naturalmente gli americani vivono anche comprensibilmente il loro ruolo con uno spiccato complesso di superiorità. In campo, per quanto riguarda i giocatori, questo complesso, questo approccio al mondo esterno ha dovuto per forza di cose cambiare profilo sotto il peso dei fatti, visto che ormai molti giocatori extra-Usa si sono da anni dimostrati dominanti. Capiterà prima o poi anche per gli allenatori, ne sono certo. È solo una questione di tempo. Già Messina sta facendo passi importanti, non a caso nella squadra che gioca il basket più evoluto ed “europeo” dell’NBA, ossia i San Antonio Spurs del grandissimo Gregg Popovich.

Walter De Raffaele fuori dal rettangolo di gioco. Quanto tempo può prendersi un allenatore professionista per sé in un ritmo di lavoro e di viaggi sempre più vorticoso? Quali ritmi scandiscono la vita familiare e come immagina il suo futuro oltre il basket professionistico?
Dopo aver portato la mia famiglia qui, negli ultimi due anni, mi sono reso conto di non averla mai vissuta in maniera tanto intensa. Questo è un aspetto che mi affligge, perché so che una situazione del genere non durerà per sempre e che prima o poi dovrò ricominciare a girare, facendo base a Livorno e riducendo il tempo da passare con loro.
Il mio futuro lo vedo sempre a Livorno, con una mia società sportiva, impegnato ad insegnare ai bambini e avere la soddisfazione di vederli crescere, come atleti e come persone. La mia giornata-tipo ideale prevede l’allenamento dei ragazzi nel pomeriggio e le mattinate passate con mio cognato su un nostro peschereccio, accompagnando i sommozzatori in giro per le varie isole e facendoli poi pranzare a bordo. So già che ci guadagnerei dieci anni di salute! Ho tanti ex compagni di squadra da andare a trovare, poi, in giro per il mondo, come Marty Embry, per esempio, che ho avuto a Desio, ora diventato un importante chef negli Stati Uniti. Il basket mi ha lasciato e mi regala ancora questa straordinaria rete di relazioni con persone dai mondi i più diversi, che se vivi con la giusta curiosità ti sprovincializza, ti apre necessariamente il cervello. Da un lato sono un irriducibile livornese, da un lato mi sento un po’ figlio del mondo. Questa doppia polarità mi regala grandi stimoli, con un attaccamento alle radici che si alimenta dalla fame di esperienze altre.
Ovviamente devo fare i conti con la particolarità del nostro mestiere, in cui la fortuna gira piuttosto vorticosamente e gli scenari possono cambiare davvero da un momento all’altro. In questo periodo ho la fortuna di far parte di un club che apprezza il mio lavoro a 360° e che rispecchia fortemente il mio modo di essere, gratificandomi al di là dei risultati.

Quali sono le sue vere passioni?
Sono appassionato di tecnologia a tutti i livelli, in primis di informatica. Compro di tutto, qualche volta in maniera compulsiva, spesso oggetti di cui non ho effettivamente bisogno. Ognuno ha i suoi vizi… Sono un appassionato di cinema e mi piacerebbe molto avere più tempo per poter leggere i tantissimi libri che compro e che purtroppo non riesco ad apprezzare come vorrei, cosa che fortunatamente fa mia figlia, grande appassionata di arte. Adoro poi il mare in ogni suo aspetto, non solo viverlo ma anche solo starci di fronte, oltre che attraverso la pesca subacquea. In questo sono dannatamente livornese: se a noi ci togli il mare ci togli la vita.

Walter De Raffaele e Venezia.
Cerco di vivere la città il più possibile, conciliandola con i ritmi piuttosto frenetici delle nostre giornate. Venezia è splendida senza ‘se’ e senza ‘ma’, con il sole o con la nebbia, con l’acqua alta o con la pioggia. È una città che si scopre giorno dopo giorno, grazie ad amici e conoscenti che la rendono una sorpresa infinita. Si tratta di una città capace di esercitare un’attrattiva fortissima anche per i giocatori, facendo pendere l’ago della bilancia a proprio favore nella scelta professionale di tanti che sono poi entrati a far parte del mondo Reyer. Non si può immaginare quanti giocatori scelgano l’appeal straordinario di questa città a parità di offerte con piazze alle volte cestisticamente più forti oggi. Spinti anche dalle compagne, dalle mogli: vuoi metter vivere qui piuttosto che in una normalissima città, che so, del centro-est Europa?

enichem.jpgPer concludere, però, ci perdonerà se non riusciamo proprio a non ritornare alla ‘Partita’, al match che si può definire senza esagerazioni “l’incontro del secolo del campionato italiano”. 27 maggio 1989: gara 5 della finale scudetto tra Enichem Livorno, in cui lei militava, e Philips Milano, la Juventus della palla a spicchi. Canestro di Forti a fil di sirena e tutta Livorno impazzita per il primo Tricolore. A seguire la mazzata, con gli arbitri che dagli spogliatoi decretano che la palla era stata rilasciata da Forti un attimo dopo il suono finale della sirena. Chi ha vissuto quei momenti, anche da tifoso, se li porta ancora oggi sotto traccia, nell’anima. Al netto dell’ovvia delusione che non si cancella, cosa le rimane di più forte oggi, a distanza di quasi trent’anni, di quella giornata?

A livello umano, ovviamente, tantissima amarezza. Ogni volta in cui penso a quei momenti riprovo le stesse sensazioni, come fossero passati pochi giorni. Rimane però l’intensità di aver vissuto in prima persona una partita destinata a restare nella storia del basket italiano. Ci si ricorda più del nostro scudetto perso in quel modo contestato e rocambolesco di tutti gli altri titoli conquistati dalle altre squadre sul campo. Perché fu davvero una sfida epica con un finale thriller. Tornavamo da gara 4 a Milano dove rimpattammo la serie vincendo fuori casa contro uno squadrone pazzesco. Ricordo una città impazzita che ci accolse al nostro ritorno in pullman tra due ali enormi di folla in delirio. Ogni settimana almeno una volta ci ripenso e i brividi scorrono.

 

A quel punto eravamo davvero un corpo e una testa unici. Ma tutta la stagione fu caratterizzata da un’intensità irripetibile nelle relazioni, nella vita di gruppo. Non è un caso che molti di noi, i più, si sentano e si frequentino ancora oggi. Andrea Forti è stato mio agente per più di dieci anni, abita di fronte a me a Livorno. Con Alberto Tonut e Flavio Carera mi vedo spesso, con Alberto Bucci ancora ci sentiamo. Era buono? Non era buono? Per noi il canestro rimarrà sempre valido… Anche se va ricordato che il nostro ricorso in realtà riguardò il fatto che King, l’americano di Milano, rimase in campo nonostante avesse commesso 5 falli poiché il tavolo sbagliò e non ne registrò uno dei cinque. Fu una mazzata tremenda. Pensate che quei giorni, in attesa della sentenza, continuammo ad allenarci in vista della possibile ripetizione della partita! A Livorno ci fermano ancora per strada per ricordare quei momenti. Si è più conosciuti per quell’evento che per allenare oggi in serie A. Ovunque sarebbe stato così probabilmente, però vi posso assicurare che a Livorno in quegli anni il basket era più di una religione, con addirittura due squadre nella massima serie. Infatti ci fermano per strada anche quelli dell’altra sponda per ironizzare sulla sciagura…, del resto i campanili da noi sono il sale della vita. Aver toccato il cielo con un dito ed essere ripiombati sordamente a terra fu un trauma per tutti. Ripeto, oggi, ferma l’amarezza che non passerà mai, si ritorna a quel maggio ‘89 con l’orgoglio e la pienezza viva di aver vissuto un momento storico. Alla fine vince la positività, l’emozione di essere stati protagonisti di una vera storia da film. E, chissà, se avessimo vinto forse non saremmo stati noi del gruppo così uniti nel tempo come lo siamo invece stati dopo quel k.o. tecnico. Alle volte, le sconfitte cementano i legami ancor più delle vittorie.