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Home arrow ZOOM arrow [INTERVISTA] Una certa idea di Europa. Incontro con Luisella Pavan-Woolfe
[INTERVISTA] Una certa idea di Europa. Incontro con Luisella Pavan-Woolfe
di Mariachiara Marzari e Fabio Marzari   

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Il Consiglio d'Europa ha un suo ufficio, l'unico in Italia, a Venezia, affacciato su Piazza San Marco. A dirigerlo c'è Luisella Pavan-Woolfe, già Ambasciatrice dell’Unione Europea, una signora gentilissima, che ha fatto coincidere la sua vita, sin dai tempi della Scuola, con la più alta idea dell'Europa, difendendone gli ideali, non solo le Istituzioni in quanto tali.

 

Parlare di Europa in un momento di frattura profonda tra istituzioni e cittadini è un'opportunità che aiuta a comprendere quanto grande sia il deficit di conoscenza verso il ruolo fondamentale di questa straordinaria architettura istituzionale nelle nostre vite di tutti i giorni. In questa malata stagione di demagogia e di barriere culturali che poco aiutano all’evoluzione necessariamente complessa, visti i trascorsi storici, dell'Unione, Luisella Pavan-Woolfe si è rivelata una perfetta guida al primato delle idee, raccontando con semplicità e precisione quanto l'Europa possa e debba intervenire nella politica delle Nazioni attraverso e a favore dei cittadini.

Corre d’obbligo, nella prima domanda, di chiederle cosa sia il Consiglio d'Europa e come svolga la propria attività l'Ufficio di Venezia.
Il Consiglio d’Europa è la più antica organizzazione politica europea. Nasce nel 1949 come primo tentativo di cooperazione e integrazione a livello politico che il nostro Continente abbia percorso. Da allora ad oggi il Consiglio si è in qualche modo specializzato in tre principali campi d’azione: la difesa dei diritti dell’uomo, il rispetto dei principi di democrazia e la difesa dello stato di diritto.

 

Ne fanno parte al momento 47 Stati membri, ossia tutti i Paesi del continente europeo, la Grande Europa: non solo i 28 paesi dell’Unione, quindi, ma anche Russia, Turchia, gli Stati Balcanici, i Paesi Nordici, realtà come Andorra e Principato di Monaco. Il solo paese non ancora membro è la Bielorussia, il quale non offre ancora gli standard di democrazia richiesti. Lo Stato Vaticano è invece Paese osservatore. Il mandato che caratterizza il Consiglio d’Europa lo rende il guardiano della cosiddetta soft-security, quella sicurezza che non viene raggiunta attraverso eserciti o armi, ma mediante il rispetto dei diritti dell’uomo, della democrazia e delle libertà individuali.
Dopo la caduta del Muro di Berlino c’è stato un allargamento della nostra organizzazione, che è stata una vera palestra per tutte quelle realtà in procinto di aderire all’Unione Europea. L’ufficio di Venezia è l’unica rappresentanza del Consiglio d’Europa presente in Italia e nasce nel 2011 sulla base di un accordo con il Comune di Venezia che prevede una cooperazione tra le due realtà soprattutto in ambito culturale. Per noi Venezia è una città simbolo a riguardo, scelta dall’organizzazione per il grosso patrimonio di risorse culturali e artistiche e per il suo essere autentico ponte tra Est e Ovest.

13501603_606310422868872_3724336364386309571_n.jpgI diritti umani, uno dei pilastri del Consiglio. La realtà ci mostra un’Europa molto divisa sulla politica dell'accoglienza dei rifugiati. Cosa può promuovere in concreto il Consiglio d'Europa?
Il Consiglio dispone di un imponente patrimonio legislativo, con più di 200 convenzioni internazionali riguardanti tematiche come la violenza contro le donne, gli abusi sessuali su minori, il traffico di esseri umani, la corruzione e la cybercriminalità. Questa panoplia di strumenti giuridici ci permette di portare avanti un’azione di controllo che si articola poi in meccanismi di osservazione sviluppati da comitati in vari Paesi, che indirizzano raccomandazioni alle realtà nazionali per migliorare la loro situazione. A tutto questo si aggiunge un’assistenza tecnica fornita da esperti capaci di indirizzare al meglio le risorse, rendendo migliori i sistemi giudiziari. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo può essere interpellata da ogni individuo o Stato e le sue sentenze sono vincolanti, oltre a raccomandazioni cogenti verso Paesi non osservanti. Per il Consiglio d'Europa non è previsto un sistema di sanzioni finanziarie; l’extrema ratio è l’espulsione del Paese dal Consiglio, evenienza finora mai verificatasi. Anche se al momento è indubbio che vi siano Paesi che non praticano una politica umanitaria di accoglienza, ritengo si tratti comunque di realtà che è preferibile rimangano all'interno della nostra Famiglia, proprio per fare in modo che le regole di appartenenza siano continuamente ribadite, non affermate perentoriamente senza però possibilità di confronto.

Quali le relazioni internazionali che il Consiglio intrattiene? Come si articola concretamente la vostra operatività nel quotidiano, anche in riferimento particolare al contesto delle relazioni con le istituzioni politiche interne, italiane?
Abbiamo rapporti continui con le Nazioni Unite, l’OSCE (Organization for Security and Co-operation in Europe ndr.) di Vienna, con l’Unesco di Parigi e soprattutto, naturalmente, con l’Unione Europea, con cui la collaborazione è strettissima e articolata in una serie di progetti congiunti, nel contesto dei quali ci assumiamo noi le relazioni con i Paesi che fanno parte del Consiglio d’Europa ma non dell’Unione, soprattutto in materia di lotta alla corruzione, al terrorismo e al rispetto dei diritti dell’uomo, oltre che nell’ambito del potenziamento dei servizi giudiziari. Nell’ambito della rappresentanza territoriale qui in Italia, tengo i contatti con diverse regioni e autorità locali e con i vari Ministeri a Roma. Essendo il nostro l’unico ufficio in Italia siamo i referenti per molte informazioni o richieste.
Diamo supporto logistico a chiunque porti avanti iniziative da noi patrocinate, curandone i rapporti con le autorità locali o con la stampa. Lavoriamo molto nell’ambito della Convenzione di Faro sul valore del patrimonio culturale per la società, entrata in vigore l’1 giugno del 2011. La convenzione muove dal concetto che la conoscenza e l’uso dell'eredità culturale rientrano fra i diritti dell’individuo a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità e a godere delle sue espressioni artistiche. Pertanto vede nella partecipazione dei cittadini e delle comunità la chiave per accrescere in Europa la consapevolezza del valore del patrimonio culturale e il suo contributo al benessere e alla qualità della vita.
Assieme a Marsiglia e Pilsen, Venezia è stata una delle città-laboratorio di questa Convenzione, messa in pratica anche attraverso le cosiddette Passeggiate Patrimoniali, concepite e realizzate da coloro che vivono e lavorano in un territorio specifico con cui hanno particolare affinità storica, culturale, nella memoria e/o nell’esperienza personale. L’obiettivo principale delle Passeggiate è infatti la promozione della consapevolezza tra i cittadini, intesi come soggetti culturali, della loro interazione con il patrimonio culturale in cui vivono e lavorano ed in particolare del beneficio che deriva dal vivere immersi in questo “patrimonio”, tanto per la sua portata storica, quanto per le attività attuali. Durante le Passeggiate sia i partecipanti sia gli organizzatori agiscono tanto come residenti quanto come testimoni dell’uso attuale del patrimonio culturale e delle sue possibili trasformazioni future, per far capire concretamente cosa sia un ‘bene comune’. A Venezia abbiamo organizzato una mostra legata alla Convenzione di Faro, accogliendo oltre cinquemila visitatori al TIM Future Centre di Campo San Salvador. Realizziamo e sosteniamo iniziative legate alla Giornata della Memoria, così come il 9 maggio di ogni anno siamo promotori della Festa dell’Europa.

L'idea dell'Europa pare sempre più in crisi. I venti contrari soffiano sempre più impetuosi e la crisi di identità di un intero continente appare sempre più nella sua drammatica evidenza. Cosa davvero non ha funzionato in questo straordinario processo di unificazione?
Per me è difficile dire cosa non abbia davvero funzionato. Forse sono un’inguaribile ottimista, ma penso soprattutto a tutte le cose realizzate dopo la Seconda Guerra Mondiale e in sessant’anni di integrazione europea, per esempio all’introduzione dell’Euro e alla libera circolazione in area Schengen. La ricomparsa di istanze fortemente nazionaliste è coincisa con l’inizio della crisi economica, a partire dal 2008, e ha di certo reso più difficoltosa la coesione necessaria ad affrontare le nuove sfide del nostro tempo, come ad esempio la lotta al terrorismo, in un contesto in cui alcuni Stati tendono a tirare la coperta verso di sé, lasciando pericolosamente scoperti e permeabili altri territori. Penso che il rimedio alle cose che non stanno funzionando sia ‘più Europa’ e non ‘meno Europa’, come da più parti si invoca. Di questo sono assolutamente convinta.
Tuttavia il recente referendum sulla cosidetta “Brexit” credo abbia ribadito assolutamente come la dimensione europea oggi sia purtroppo vissuta più come un ostacolo che come un'opportunità almeno da parte di una generazione di persone, con le fasce d’età più avanzata a votare a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e i più giovani a voler invece continuare a far parte di questa organizzazione. Anche tra i giovani si registra un lieve calo d’entusiasmo nell’adesione al progetto europeo, ed è soprattutto qui che si deve e si dovrà di sicuro lavorare bene e molto. Confrontandomi con studenti di Ca’ Foscari e di altre realtà veneziane quest’impressione mi viene confermata, registrando quanto la loro attenzione risulti maggiormente coinvolta dalla congiuntura economica sfavorevole. Anche in questo caso, penso che la risposta debba essere l’approfondimento del progetto europeo, di certo non una sua interruzione. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea può essere un’opportunità per costruire un’Europa più coesa. I federalisti europei evidenziano come la Brexit renda necessario il rilancio di un progetto che doveva basarsi sì sulla cooperazione economica, ma anche e soprattutto sull’integrazione politica.

dsc_0195.jpgForse si paga anche l’eccesso di entusiasmo che ha portato all’inclusione nell’Unione Europea di Paesi non caratterizzati da una forte tradizione democratica.
Come dicevo prima, il Consiglio d’Europa è servito da palestra per Paesi che avevano bisogno di innalzare i propri standard di democrazia e di rispetto dei diritti dell’uomo. L’ultimo grosso allargamento dell’Unione è stato particolarmente difficile; i Paesi interessati erano tanti e caratterizzati da percorsi storici molto differenti tra loro. Si è trattato tuttavia di un rendez vous invocato a gran voce dalla Storia, quella con la “s” maiuscola, un esito inevitabile e secondo me assolutamente necessario per portare avanti il dialogo con tutti quei Paesi rimasti per cinquant’anni dall’altro lato della cortina di ferro.

Tuttavia non si può fare a meno di individuare un’Europa che procede a più velocità, con contesti che appartengono a sfere storico-culturali e politiche magari vicine, ma caratterizzati da livelli di sviluppo civile e sociale assai differenti. Quali pensa possano essere gli sviluppi di questo puzzle così complicato fin da apparire talvolta quasi inestricabile?
Mi sta chiedendo se possa andare un po’ meno peggio di così, giusto? Davvero difficile dirlo. Le elezioni imminenti in Francia, Germania e Paesi Bassi sono appuntamenti come sempre importanti, mentre l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rappresenta ovviamente la grande incognita dei prossimi anni, un fattore potenzialmente destabilizzante, così come variabili difficili da controllare saranno le grandi, prossime sfide che ci troveremo ad affrontare.

 

A fare da sfondo a tutto questo c’è una crisi economica di cui abbiamo forse superato il picco, ma che fatichiamo ancora a metterci definitivamente alle spalle. La risposta a tutte queste variabili è di sicuro un’Europa sempre più rispettosa dei diritti dell’uomo, sempre più democratica e integrata politicamente ed economicamente. In questo momento, come in passato, ci troviamo a vivere una fase di crisi, forse più prolungata rispetto a quelle affrontate precedentemente. La storia d’Europa, però, parla di crisi superate grazie a perentorie ripartenze. Sono convinta che sarà così anche per questo delicatissimo passaggio storico. La luce in fondo al tunnel si intravede già grazie all’azione concertata di Commissione e Parlamento Europeo, autentici motori di un meccanismo che deve lavorare sulla riduzione del gap tra istituzioni e cittadini.

Quale ruolo può ricoprire la cultura nella ridefinizione di una nuova Europa?
Per il Consiglio d’Europa la cultura è democrazia, non propaganda. Noi possediamo una serie di strumenti giuridici che cercano di avvicinare il cittadino al bene comune, non inteso come semplice monumento, ma piuttosto in senso allargato, riferito al corpus totale di quelle che possono essere le tradizioni, il piccolo borgo storico drammaticamente distrutto dal terremoto che una popolazione sente come parte integrante della propria identità o altri vissuti simili. Ulteriore attività che il Consiglio porta avanti è la ricerca di un fil rouge tra le diverse culture europee. Penso ad esempio al programma relativo agli itinerari culturali, fisici o virtuali, di pellegrinaggio come quelli di Santiago de Compostela o della Via Francigena, a un itinerario relativo a Mozart e a uno relativo all’Art Nouveau, oppure ancora a quello sull’arte dei regimi totalitari. Attraverso questi itinerari noi cerchiamo di far capire come ci siano dei trait d’union comuni a tanti Paesi del nostro Continente, come non ci si trovi ad essere “europei per caso o per sbaglio”, pur nella profonda diversità delle nostre tradizioni e dei nostri percorsi di vita e di storia.
Mi ricordo i libri di storia su cui studiavo da ragazza, che liquidavano i contesti dei Paesi dell’Est in pochi capoversi, dando l’idea di realtà ancora legate a modelli feudali, democraticamente poco avanzate. Quando cadde il Muro di Berlino e le prime Trabant cominciarono a circolare dalle Alpi ai Pirenei, volli andare con mio marito in auto dall’altra parte del Muro con la convinzione che avrei scoperto un mondo, nuovo per quanto avessi già conosciuto Berlino Est e avessi partecipato ai negoziati per l’entrata nell’Unione Europea di Polonia, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca. Rimasi straordinariamente invece colpita dal tratto europeo che ne caratterizzava le architetture, la musica, la cultura o il modo di mangiare: una constatazione che oggi può sembrare sciocca o naif, ingenua, ma che all’epoca mi rimase davvero impressa nella mente! E credo di essere stata in vasta compagnia a livello emotivo, perché il muro aveva creato anche tra i più preparati una vera semplificazione di lettura dei differenti paesi dei due blocchi, annullando ogni sfumatura, qualsiasi differenza.

Veniamo ora più specificamente al suo percorso personale, professionale. Dove è nata la sua passione per le istituzioni europee e come ha consumato questa sua lunga strada “comunitaria”?
Ho cominciato a volermi occupare di Europa quando ero all’Università a Padova, dove frequentavo la facoltà di Scienze Politiche. Un bravissimo professore di Diritto delle Comunità Europee mi ha fatto innamorare di questa materia, all’epoca considerata ancora piuttosto esotica. Il professore era referendario alla Corte di Giustizia di Lussemburgo e andammo in visita a Bruxelles. In quel momento decisi che avrei voluto occuparmi di Europa. Dopo l’Università sono stata assistente di Diritto Anglo-Americano a Padova, per poi cominciare la mia carriera nella Comunità Europea, occupandomi di ambiti molto diversi come il diritto alla concorrenza, lo sviluppo dei trasporti, la salvaguardia dell’ambiente, svolgendo la mia attività presso il Segretariato generale e lavorando anche con Jacques Delors. Sono poi passata agli Affari sociali e all’occupazione, diventando Direttore ai fondi strutturali. Nella mia carriera mi sono occupata, tra l’altro delle più diverse tematiche, come gli imballaggi riciclabili, i diritti delle donne, o le Olimpiadi del 1992 a Barcellona. In tutte queste diverse esperienze mi sono sempre occupata di politiche interne all’Unione, salvo poi passare alle Relazioni esterne in occasione dell’adozione del Trattato di Lisbona, con la creazione di un corpo diplomatico dell’Unione Europea quando l'Alto Rappresentante dell'Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza era Catherine Ashton, continuando poi quando questa carica è stata assunta da Federica Mogherini. Ho aperto la prima ambasciata dell’Unione Europea a Strasburgo, presso il Consiglio d’Europa, e sono stata ambasciatore dell’Unione Europea per nove anni, accettando poi l’invito del Consiglio d’Europa a continuare a seguire le sue attività nella sede di Venezia. Si è trattato di un ritorno a casa per certi aspetti, caratterizzato da una di quelle coincidenze che solo la vita è in grado di regalarti: a distanza di cinquant’anni circa mi sono trovata a passare da una parte all’altra di Piazza San Marco; quando ero bambina vivevo infatti a Palazzo Reale, dove mio padre, giovane Architetto della Soprintendenza, aveva un appartamento di servizio.

Venezia, al di là della retorica che spesso accompagna la vita di questa città, è stata nella storia un crocevia importantissimo di commerci, culture, identità. Da tempo vive soffocata da un turismo oggettivamente mal gestito; se da un lato è avanguardia culturale, con gli esempi di Biennale, Palazzo Grassi o Collezione Guggenheim, dall’altro nel presente è una stereotipata vetrina e poco più. Venezia potrà giocare ancora il ruolo di città del dialogo, rinverdendo almeno su un terreno istituzionale e culturale la propria storica vocazione di grande centro internazionale? Quale futuro per questa città, visto dal suo Ufficio incline per definizione ad aprire gli orizzonti?
Io penso proprio di sì, la città ha tante risorse e un’offerta culturale seconda a nessuno a livello mondiale. Penso alle istituzioni artistico-culturali che lei ha citato, affiancate peraltro da molte altre ancora, ma penso anche alle Università, a Ca’ Foscari, allo IUAV, alla Venice International University e all’EIUC. Uno dei motivi per cui abbiamo un ufficio qui a Venezia sta proprio nella possibilità di portare avanti un networking e legarci a queste realtà intellettuali e accademiche con cui abbiamo accordi.

 

img_4652.jpgMi pare che le presenze internazionali si stiano rinforzando, con continui nuovi insediamenti di soggetti e fondazioni che esaltano lo status di Venezia come città aperta alle civiltà più differenti. Questo è un aspetto della città che dev’essere di sicuro sfruttato, un processo che negli anni passati abbiamo portato avanti attraverso centinaia di nostri esperti americani, cinesi o giapponesi, intervenuti in Laguna per parlare di tematiche trasversali come l’osservazione elettorale o la giustizia costituzionale, diffusione delle nuove droghe o altro ancora. Si tratta di personalità che vengono a Venezia volentieri e che noi accogliamo in luoghi non solo di prestigio, ma adatti a fare in modo che le rispettive professionalità possano entrare in contatto proficuo con quelle del territorio. Mi piacerebbe molto che Venezia potesse diventare una delle capitali mondiali dei diritti dell’uomo, proprio per la pluralità di soggetti che potrebbero esprimere la propria opinione in un dibattito su queste tematiche, con la Biennale che potrebbe adattare ad hoc le proprie rassegne non solo d’arte e architettura, ma di tutti i propri ambiti di ricerca. Aprire una finestra di dibattito in uno dei grandi appuntamenti cittadini sarebbe davvero bellissimo.

Quali iniziative culturali saranno promosse dal Consiglio d'Europa a Venezia per il 2017?
Cureremo una messa in scena all’Ateneo Veneto di Chronos Paradoxos, opera di Gianfranco De Bosio e Maria Gabriella Zen di forte stampo europeo, vincitrice di numerosi riconoscimenti. In programma ci sono poi le cosiddette Confidence Buildings Measures, riunioni che coinvolgono piccoli gruppi di persone provenienti da zone del pianeta che hanno visto di recente lo scoppio di conflitti, come per esempio Abcasia e Ossezia, per rendere possibile l’incontro con funzionari di associazioni non governative o soggetti provenienti dall’altro lato della frontiera.

 

Accompagniamo sindaci o giornalisti in luoghi della cultura come l’Archivio di Stato o la Biblioteca Marciana, contesti ‘neutrali’ in cui questi soggetti possono lasciare da parte dispute internazionali e mettere invece in atto un dialogo fruttuoso e concreto. Da menzionare anche la Festa d’Europa 2017, il 9 maggio prossimo, ed Eurimages, il fondo del Consiglio d'Europa per la co-produzione, la distribuzione, esposizione e la digitalizzazione delle opere cinematografiche europee, che ogni anno ci vede protagonisti nel promuovere l'industria cinematografica europea, incoraggiando la produzione e la distribuzione di film e la cooperazione tra i professionisti.