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Home arrow ART arrow [INTERVISTA] Le metafore dello spazio. Loris Cecchini al T Fondaco
[INTERVISTA] Le metafore dello spazio. Loris Cecchini al T Fondaco
Written by Mariachiara Marzari   

2._ritratto_l.cecchini.jpgLa parentesi spaziale progettata da Rem Koolhaas tra il tetto e la copertura interna, divenuta in poco tempo fulcro della fitta programmazione culturale di T Fondaco dei Tedeschi, si trasforma grazie all’installazione site-specific di Loris Cecchini in una forma organica, che contamina l’intero spazio e gioca con la gravità, interagendo con l’architettura e creando un effetto tridimensionale, al contempo naturale e artificiale. Sono i moduli di Waterbones, nuovo progetto dell’artista italiano che inaugura il 7 aprile la stagione Biennale del gruppo DFS.

 

Assemblati all’infinito fino a combinarsi in innumerevoli modi, i moduli spingono il pensiero ai confini tra scienza ed estetica, tra narrazione poetica e produzione industriale. Cecchini mette in scena un mondo in equilibrio tra realtà e finzione, che trova linfa vitale nello spazio stesso. Grazie all’allestimento curato da Hervé Mikaeloff, altrettanto suggestivo, che offre l’opportunità di un’immersione totale nell’opera, il pubblico è invitato a perdersi nelle moltitudini di realtà su cui si aprono le infinite possibili interpretazioni di questi frammenti di natura. L’installazione appare così concreta ed evanescente al tempo stesso, dando forma perfetta al pensiero creativo di Loris Cecchini.

 

Il suo profilo di artista. Background, formazione, esperienze e maestri. Da dove nasce la sua ricerca multiforme? E come definirebbe la sua arte?
Il percorso fino a oggi è assai lungo. Il mio lavoro inizia circa 25 anni fa, con una ricerca già allora aperta su più mondi creativi. Nasco con la fotografia, in pieno cambio analogico/digitale, però mi avvicino alla scultura in modo abbastanza rapido. Stiamo parlando del ‘95/’97 all’incirca. Tutto questo percorso si è consumato principalmente a Milano, dove ho vissuto per 15 anni in quel periodo. Ho acquisito una posizione autonoma, una maturità lavorativa grazie alle numerose mostre collettive a cui ho preso parte in Italia e soprattutto grazie all’avvio della mia collaborazione con Galleria Continua, che prosegue tutt’ora da ormai 20 anni. Nell’arco di questo lungo periodo ho sviluppato il mio linguaggio creativo intorno alle idee di oggetto, modello e architettura. Sono anni che lavoro con lo spazio praticabile; quello che produco oggettualmente si riferisce in diversi modi all’idea di abitare lo spazio. Oggi perseguo lo spazio frantumando la materia, seguendo un’idea di parcellizzazione, quasi di deflagrazione della scultura, dopo avere per molti anni compiuto un’indagine basata sul rapporto umano con lo spazio curvo, uno spazio dove l’angolo retto cede alla deformazione ottica e ambientale, dominando il senso della forma. Quello che realizzo di volta in volta sono serie di lavori sviluppati attraverso diversi medium, dall’acquerello alla fotografia, dalla grande installazione alla microscultura, allo spazio che viene completato dallo spettatore, mantenendo costante l’idea di “doppio paesaggio” in cui la fisicità dei materiali rimanda a una progettazione virtuale e viceversa. Questo in estrema sintesi la mia idea di lavoro.

2waterbones.jpgLe sue opere si collocano tra la scultura, l’architettura e la dimensione organica e sembrano percorrere linee di confine: tra scienza e arte, tra poesia e ultra-realtà, tra unicità e serialità. Quali gli ingredienti fondamentali del suo linguaggio creativo?
Parto sempre da suggestioni personali. Ho una cultura visuale che cerco di rapportare anche a discipline diverse, per questo parlavo prima di architettura, però sono anche molto affascinato dai diagrammi scientifici; in generale perseguo un approccio multidisciplinare. Quello a cui tendo è traslare poeticamente tutto quello che si stratifica in me nel tempo cercando di trovare un bilanciamento in un indice di saperi. In modo particolare negli ultimi anni sto elaborando delle immagini che hanno diretto rapporto con l’ambito scientifico, dalle vibrazioni applicate alle pareti alle strutture fatte di molecole, di componenti di forma differenti, che di volta in volta danno luogo a insiemi diversi. Questi insiemi in realtà sono delle metafore tridimensionali, dove energia e movimento ricordano qualcosa di superiore, che riguarda le leggi proprie della natura, della matematica, della fisica, che traducono la mia curiosità. Un atteggiamento poetico espresso quasi tramite l’ingegneria! Chiaramente la ricerca ogni volta prende direzioni proprie; le opere sono tra loro diverse ma afferenti tutte a un contesto più ampio e comune. Credo sia sempre presente un filo che le tiene insieme. Il fine è quello di produrre un’installazione, un oggetto o un disegno che parlino di noi, che leggano la natura tramite i filtri della cultura, nel senso più ampio del termine, dalla narrativa alla saggistica scientifica, all’ingegneria. Ho una grande fascinazione per i processi di produzione e per il design, di cui però mi servo cercando un’altra finalità.

In una parola come definirebbe ora la sua arte?
Io mi ritengo sempre uno scultore, perché tutte le volte che approccio solo un’immagine bidimensionale non mi basta. Una definizione secca, fissata in una sola parola sinceramente non saprei darla; la devono trovare eventualmente altri per me! Io mi preoccupo solo di mettere in fila delle cose; la lettura, nel senso dell’unitarietà o della frammentazione dell’opera, avverrà soltanto in un secondo momento.
Ci sono degli elementi, dei linguaggi o delle serie di lavori a cui naturalmente siamo più legati, che magari hanno più successo di pubblico e possono risultare quindi più rappresentative di un artista o di una ricerca, ma in generale quello che si conosce degli artisti e quello che si vede di loro non è che una parte veramente minima del loro essere creativo.

L’allestimento, in Waterbones curato da Hervé Mikaeloff, è sempre parte integrante delle sue opere. Il risultato è un’immersione totale nell’opera. Quale ruolo ha il pubblico nella sua arte? E quale ruolo ha lo spazio espositivo, in questo caso un’architettura fortemente connotante?
Lo spazio, in particolare in questo tipo di lavoro per grandi installazioni, diventa un soggetto con cui non posso che costruire una relazione stretta. La sfida è sempre quella di danzare nello spazio e proporre un tipo di scultura che si sviluppa come un organismo, una pianta rampicante, come un aggregato molecolare di cui si possono contare in questo caso quasi ottomila elementi montati insieme in una sorta di catena continua. Un progetto, un processo che mi permette quasi di reagire allo spazio in maniera performativa.
Il far attraversare al pubblico un ambiente del genere mira ad attivare l’immaginazione dell’osservatore e a suggerirgli tutto ciò di cui abbiamo parlato prima, ossia le relazioni che possono esistere tra discipline diverse. In questo senso lo spettatore riempie e conclude l’opera, o perlomeno attiva delle risposte personali a seconda del proprio bagaglio culturale. Il mio lavoro diventa di nuovo una sorta di indice rielaborato da chi lo guarda, che a sua volta ha un sapere con cui leggere l’opera. Questo è quello che mi interessa. Di base la forma per definizione ha una struttura e un suo andamento, però è metafora di molte altre cose.

Waterbones: quali le suggestioni all’origine di quest’opera?
Waterbones è un piccolo modulo tripolare che dà luogo a delle catene e a degli aggregati che molto semplicemente potrebbero non esaurirsi mai. Ricorda una sorta di cosmologia o un corallo, o ancora un diagramma tridimensionale. Tuttavia considerando il seme come elemento singolo che compone il tutto, la mia opera può essere letta anche come una ripetizione di una stessa scultura seminale, in cui il modulo originario in sé è già scultoreo.
 
1.-waterbones_l.jpgTra storia e contemporaneità, quali sono i suoi artisti di riferimento, i suoi eventuali maestri?
I maestri sono tutti quegli artisti che in qualche modo ci rimangono addosso nel corso del tempo e che poi rileggiamo. Sono passioni della nostra vita che, proprio come certi momenti, ci portiamo dentro a lungo. Posso dire più generalmente che ci sono artisti della mia generazione, o precedente alla mia, che ho osservato a lungo ma che ho anche dimenticato. Per fare questo lavoro bisogna sapere molto, ma forse anche dimenticarsi delle cose che si sanno per arrivare a stabilire un’autonomia, un segno proprio. Quindi non saprei, i maestri sono veramente tanti in tutta la storia dell’arte... Posso solo dire che oggi sto guardando all’arte antica in modo veramente ‘sfegatato’!

Che ricordo ha di Venezia e delle sue Biennali?
Abitando da lungo tempo in un paese di cultura anglosassone come la Germania, con un’architettura molto diversa dalla nostra, ritorno ben volentieri a Venezia. Lavorare qui è sempre magnifico. Ho avuto il privilegio di partecipare a due Biennali e ad altri Padiglioni esterni, ma ogni volta è come fosse sempre la prima, con una gioia e un’emozione sempre nuove.

A ogni Biennale si pone sempre lo stesso, stucchevole tema della presenza italiana. Nella mostra principale di Christine Macel sono davvero pochissimi, quattro o cinque su centoventi, mentre il Padiglione Italia ha fatto una scelta di campo schierandone tre. Secondo lei, che ha vissuto e vive a Berlino e ha un’esperienza internazionale, qual è, se c'è, il gap che penalizza gli artisti italiani?
Il gap degli artisti italiani in questo momento storico, negli ultimi cinque/dieci anni almeno, secondo me va inquadrato in un’ottica geopolitica internazionale. Le problematiche socio-antropologiche, post-coloniali, o fattori legati a Paesi e Continenti non più “emergenti”, ma ormai emersi, come l’India, la Cina e l’America del Sud, che hanno saputo rinnovare i linguaggi dell’arte inserendosi rapidamente in un contesto internazionale, costringono a non riferirsi più a peculiarità strettamente proprie, territoriali. Parlare oggi di geografie o di Paesi diventa riduttivo. La peculiarità oggi si costruisce più su una certa visione e un certo approccio alle tematiche sociali e politiche e in questa direzione gli italiani faticano, scontando un humus in qualche misura provinciale. Non si può naturalmente generalizzare, però questo credo sia uno dei motivi principali del perché ci siano così pochi italiani nelle manifestazioni internazionali.
Bisognerebbe poi parlare più ampiamente delle differenze sistemiche dei diversi circuiti internazionali. A Berlino, per fare un esempio a me prossimo, la dimensione sociale del produrre arte si inserisce in una vitale, dinamica rete culturale che vede tutti protagonisti: dagli artisti alle gallerie, dai musei alle associazioni. Quello che manca sempre da noi, al di là di ogni polemica, è un’idea di rete, cosa sempre più grave in un paese piccolo come l’Italia dove potrebbe anche risultare semplice fare sistema adottando degli obiettivi comuni. Mi domando perché i musei italiani, per esempio, non propongano a nastro delle personali di artisti della mia generazione o di quella precedente, dei quaranta/cinquantenni per intenderci. Abbiamo per prima cosa bisogno di essere supportati dal nostro Paese e messi alla prova lavorando professionalmente con degli spazi importanti, grandi o piccoli che siano, a disposizione. Fatto questo poi le cose si esportano. Un artista o un professionista di quarant’anni ha la necessità di affrontare prove diverse, di mettersi in gioco in modo nuovo per fare un salto di qualità e acquisire consapevolezza. È questo ciò che ti permette poi di uscire dal Paese. Va detto che i più giovani, i ventenni e trentenni per intenderci, sono continuamente in movimento; ci sono tantissime esperienze attive di residenza all’estero che permettono a questi artisti di confrontarsi e di esprimersi in contesti altri, nuovi, però da qui a emergere a livello internazionale la strada è lunga senza un sistema robusto alle spalle.
Ciò detto, sono felicissimo della scelta del Padiglione Italia che, presentando solo tre artisti, punta a focalizzare il lavoro di pochi, andando in profondità e ricercando le loro origini creative. Apprezzo quindi davvero molto la scelta di campo di Cecilia Alemani. Non so quasi nulla invece degli artisti scelti per la mostra internazionale da Christine Macel. Aspetto di vedere, spero di essere sorpreso.


1waterbones_l.jpgIl nostro problema è come sempre, e come quasi in tutti i settori, sistemico. Non mancano poi le eccezioni, che però nella loro virtuosità fanno ancora più emergere la mediocrità di questo gap, dimostrando che i contenuti ci sono eccome e anche qualche isolato, eccellente contenitore. Lei ad esempio lavora per una Galleria che fa dell’internazionalità la sua filosofia, esponendo artisti senza guardare alle provenienze, ma piuttosto a un mix di linguaggi e di ricerche artistiche.
Hanno adottato questa filosofia fin dall’inizio. Posso garantire, lavorando dall’interno, che ho assistito a grandi scommesse in questi 20 anni di collaborazione con Galleria Continua, e non smettono ancora di stupirmi. Per di più se pensiamo poi che sono partiti dalla lontana provincia italiana... Mi ricordo che quindici, vent’anni fa si parlava molto del riscatto della provincia come luogo di grande possibilità, energia e sviluppo. In parte forse è ancora così, ma è ora che anche il centro, i centri, si sveglino in fretta!

Molto del ‘buono’ nell’arte contemporanea oggi è legato più al lavoro di certe gallerie che a quello delle istituzioni preposte, non crede?
Ormai ai privati è affidata una buona parte della ‘scommessa’. La crisi ha portato a dei tagli diffusi, non solo in Italia. Forse un po’ ovunque è cambiato il luogo del fare arte rispetto alla storica sacralità del museo. La grande diffusione di informazioni e il consumo più generale di cultura hanno portato tutti oggi a rincorrere questa brutta parola “entertainment”, che ha inglobato lo stesso modo di pensare istituzionale. E davvero non so quanto sia corretto e producente.

Da ormai berlinese acquisito, perché ha deciso di tornare in Italia?
Torno perché nonostante tutto io amo moltissimo le peculiarità dei nostri infiniti luoghi: vengo a Venezia a sperimentare con il vetro, vado a Carrara per lavorare con il marmo... Questa molteplicità di esperienze uniche sono impossibili altrove, Germania compresa. Il mio è un bellissimo lavoro, perché anche se ovviamente si possiede un proprio progetto, si ha bisogno per realizzarlo di aiuti con esperienza. In Germania questo aspetto del lavoro è stato più complesso, anche perché utilizzando spesso tecnologie di taglio laser, macchine a cinque assi che scolpiscono prototipi e così via, le aziende in cui mi sono trovato a lavorare erano piuttosto grandi e non sono riuscito a stringere quel bel rapporto di dialogo e di sfida condivisa che invece si instaura in Italia con realtà più artigianali, dove l’elemento umano è ancora spiccatissimo. Torno in Italia per questo; un po’ per il made in Italy e un po’ per la grandissima qualità della vita.
Vorrei stare in Italia senza pensare di esserci, semplicemente prendendo le cose buone del Paese.  Bisogna amare il luogo dove si sta, creare una base in un qualche punto. Sono anni che vado in giro, ho avuto tanti studi, uno anche in Cina, collaborazioni in Polonia, gallerie negli Stati Uniti... Ora forse maturando sono alla ricerca di una radice un po’ più profonda, da cui sento però la necessità di staccarmi ogni tanto; devo fargli prendere un po’ d’aria a questa radice, sennò si indurisce.


«Loris Cecchini | Waterbones»
7 aprile – 27 novembre 2017

Event Pavilion, T Fondaco dei Tedeschi, Rialto - Venezia
www.dfsgroup.com | www.tfondaco.com

 
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