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Hirst is back! La nuova personale dell'artista a Palazzo Grassi e Punta della Dogana
di Anna Trevisan   
-2.jpgProvocatorio, controverso, drastico: il talento di Damien Hirst per l’arte contemporanea sembra avere qualcosa di ossessivo, fatale e compulsivamente votato al successo.
«È incredibile dove si possa arrivare con un 4 in arte, un’immaginazione bacata e una sega elettrica» pare abbia dichiarato nel 1995, ritirando il prestigioso Turner Prize alla Tate Gallery di Londra.

 

L’artista inglese, nato a Bristol nel 1965, si diploma nel 1989 in Belle Arti al Goldsmiths College di Londra, come laconicamente scrive di sé sul suo sito ufficiale, preferendo raccontare la sua intensa e prolifica vita professionale attraverso lunghi e dettagliati elenchi di mostre personali e collettive realizzate fino ad oggi.


È grazie a Frieze, mostra collettiva organizzata negli anni ‘80, quando ancora era studente, che prende piede il gruppo di cui è cofondatore: lo Young British Artists (o YBAs), conosciuto anche come BritArt, e che incontra Charles Saatchi, fondatore della celebre agenzia di comunicazione Saatchi & Saatchi e suo futuro pigmalione.

 

Un decennio più tardi, nel 1991, una delle sue opere oggi più celebri, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (uno squalo tigre lungo oltre quattro metri immerso nella formaldeide) viene venduta per 12 milioni di dollari a un collezionista americano. Nel 2003, la sua scultura Charity viene venduta per 1 milione e mezzo di sterline.


Nel frattempo Hirst, oltre ad essersi conquistato il mercato dell’arte, si è conquistato anche l’aperta e dichiarata antipatia degli animalisti, che lo stigmatizzano per l’utilizzo smodato e reiterato di cadaveri di animali. Il suo repertorio artistico infatti conta un intero bestiario sotto formaldeide: dalla mucca fatta a pezzi alla pecora, dai pesci ai volatili e ai maiali.


treasures_img1_web.jpgUna dovizia catalogatrice che contraddistingue molte delle sue opere: dalla serie dedicata alle farfalle (pare che ammontino a circa 9000 gli esemplari ‘campionati’) che ci consegna una tassonomia così rigorosa da far pensare allo studio di un entomologo; alla serie di ‘vetrine’, dentro le quali ha stipato mobilio e oggetti d’uso comune, congelandoli con lucida crudezza in simbolici riassunti di vita quotidiana; e poi le pitture caleidoscopiche, e le spot paintings, bolli di colore tutti equidistanti uno dall’altro, in una straniante e maniacale simmetria; e ancora, teschi umani tempestati di diamanti, con titoli dirompenti, come quello dato al pezzo realizzato nel 2007: The Love of God, un memento mori che è stato venduto – manco a dirlo  – ad un prezzo vertiginoso.


Il ritorno di Hirst in Italia, a Venezia, con una mostra personale, in calendario per il prossimo 9 aprile negli spazi Pinault di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è una sorprendente riemersione, dopo una lunga apnea, che durava dal 2005, anno della sua ultima retrospettiva ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Comprensibilmente, la ‘riemersione’ di Hirst suscita nel pubblico italiano una pulsante e palpabile trepidazione, trattandosi di un artista che, comunque la si pensi, è tra i più quotati e venduti al mondo.


Che l’arte di Hirst nutra un’attrazione fatale per l’inanimato e la morte è indubbio. Se però quest’attrazione nasca da un cupio dissolvi o se invece abbia un valore apotropaico che nasconde un profondo desiderio di vita mascherato a lutto, resta naturalmente questione aperta. Che cosa abbia in serbo Hirst con questa mostra è ancora un mistero, ad eccezione del titolo: Treasures from the Wreck of the Unbelievable, che promette di far scoprire incredibili tesori nascosti.

«Damien Hirst | Treasures from the Wreck of the Unbelievable»
9 aprile-3 dicembre 2017

Palazzo Grassi, San Samuele | Punta della Dogana, Salute - Venezia

www.palazzograssi.it