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Home arrow VENICENESS arrow VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Giorgio Camuffo
VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Giorgio Camuffo
di Pierangelo Federici   

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Graphic designer e art director, per oltre vent’anni a capo del suo studio a Venezia. Ha sviluppato progetti editoriali, allestimenti e corporate branding, tra gli altri per Fabrica del Gruppo Benetton, Palazzo Grassi, Biennale di Venezia, Palazzo Pitti, Museo del Design e, più recentemente, per la Triennale di Milano. Nel 2016 è stato curatore del Padiglione italiano alla Biennale di Londra. Ha insegnato in diversi Atenei, è stato direttore del corso in Comunicazioni Visive e Multimediali dello IUAV di Venezia e oggi insegna alla Facoltà di Design e Arti dell’Università di Bolzano.

L’intervista
Intervistare gli amici porta sempre con sé un fondo d’imbarazzo, per via delle tante cose in comune e del pezzo di vita passato assieme.

 

Ma, nel caso di Giorgio, il mio piccolo disagio tende a crescere, perché ecco la notizia di un mesetto fa: «Giorgio Camuffo nominato ambasciatore del design italiano nel mondo». Roba seria, del Ministero degli Affari Esteri, ce lo facciamo spiegare da lui...
Credo sia stato il riconoscimento per il lavoro svolto in tanti anni della mia attività. Ne sono felice, naturalmente. A Tallinn, perché in Estonia si è tenuta la mia conferenza il 2 e 3 marzo scorsi, ho avuto un’accoglienza davvero speciale, la sala della conferenza era piena di giovani studenti con i quali stiamo realizzando anche una serie di documentari sul design italiano, materia affascinante da divulgare in giro per il mondo.

 

Altri progetti a cui stai lavorando?
Da poco ho ultimato l’edizione di quest’anno della Triennale a Milano e sto cominciano a lavorare sull’M9, di cui sarò direttore artistico. Per Mestre sarà un polo culturale di nuova concezione, con museo, spazi espositivi, aree per le attività didattiche. Insomma un'ambiziosa e impegnativa operazione di rigenerazione urbana per tutta la città, la mia città, cosa che mi rende ancora più orgoglioso.

giorgio-camuffo.jpgE pensare che quando eravamo giovani, in quel nostro strano viaggio a New York…
Un viaggio fondamentale, ne ho memoria vivissima ancora oggi che sono passati più di trent’anni! Forse anche per te, ma sicuramente per me è stato il momento in cui ho deciso che il visual design sarebbe diventato il mio lavoro, un passaggio fondamentale nella mia vita. I grandi studi che abbiamo visitato, i consigli che ci hanno dato i designer più famosi al mondo, l’aria che si respirava nella Grande Mela in quegli anni, i graffiti di Keith Haring sui vagoni della metropolitana e quelli sui muri di SAMO (lo abbiamo scoperto, dopo che erano capolavori di Basquiat). Se poi ci aggiungi la nostra incoscienza, le risate che ci siamo fatti e i malanni che abbiamo combinato…

Aristotele diceva che non si può pensare con la pancia vuota. La filosofia nasce dopo aver risolto i problemi materiali, così il design: a proposito, chi prepara da mangiare a casa tua?
A casa nostra è una divisione giusta, equanime. Insomma, un po’ mia moglie e poco io, perché sono appassionato di cucina, moderatamente. Una volta ho fatto perfino una rivista che si chiamava Sugo! Usciva due volte l’anno e parlava di tante cose, ma lasciava spazio anche ai grandi chef e alle loro idee.

Ricordiamo Bruno Munari e le sue lezioni geniali: quanto conta l’ergonomia in cucina?
Secondo me l’ergonomia in cucina conta tanto quanto l’anti-ergonomia. La storia stessa ci ha insegnato che le migliori ricette possono nascere da condizioni precarie. La cucina è un miscuglio di ordine e caos, una grande minestra…un minestrone!

Cambiamo argomento. Hai viaggiato per piacere e anche per lavoro: dov’è la cucina che preferisci?
Non mi dispiacciono le cucine orientali ma, scusa la poca originalità, amo la cucina italiana, come tutti quanti nel mondo.

Il piatto più strano, inusuale e curioso che hai avuto occasione di assaggiare?
A mia insaputa, in Cina mi hanno fatto mangiare cervello di scimmia…non farmici pensare, per favore! Nell’alimentazione sono un tradizionalista, sono per l'ortodossia della pasta al ragù.

La ricetta

Back to the Future: facciamo un passo indietro, ma soltanto per prendere la rincorsa e saltare in avanti, verso la riscoperta della tradizione. Torniamo a quell’estate newyorkese di tanti anni fa, alla mitica Manhattan Clam Chowder, la zuppa di vongole che a Boston fanno col latte e a New York col pomodoro. Da quelle parti si contendono la paternità della ricetta, a noi basta notare che ha molte somiglianze col Broeto Cìosoto e ancor di più con la cottura lenta in coccio detta “Cassopipa”. A Chioggia il nome dialettale di “casso-pipa”, cioè casso (coccio) e pipa (lenta), descrive la tradizione in uso tra i pescatori di cuocere direttamente il pescato in barca a fuoco lento.

 

casso_pipa.jpgCASSOPIPA DE CAPE


Fai rosolare la cipolla finemente tritata nell'olio d'oliva, aggiungi un misto di vongole precedentemente lavate: caparossoli, bevarasse, longoni, peoci, canestrelli, cape longhe, cape tonde, un misto a seconda del mercato con un rametto di rosmarino, sale, pepe, spicchio d'aglio e vino bianco. Col coperchio, porta avanti la cottura a bassa temperatura e fuoco molto dolce per circa 20 minuti. Esiste una versione in cui si aggiungono qualche acciuga dissalata e qualche filetto di pomodoro, padellando poi il tutto insieme ai bigoli integrali.