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BIENNALE ARTE 2017 | Incontro con Paolo Baratta. Biennale Toujours
di Massimo Bran   

paolo_baratta__photo_by_francesco_galli.jpgInutile dire, per chi conosce la vita della Biennale da molto tempo, che Paolo Baratta, nei suoi diversi mandati a cavallo dei due secoli, è stato più di ogni altro il protagonista chiave della crescita strutturale di questa istituzione culturale unica al mondo. Crescita che circolarmente ha coinvolto sia il percorso dei contenuti, delle visioni che i grandi festival e mostre dovevano e devono esprimere artisticamente sulla vita dei nostri giorni, quindi con delle conseguenti, adeguate scelte curatoriali, sia la radice strutturale, fisica su cui distribuire in particolare le grandi esposizioni, con un lavoro certosino e continuo di recupero e riqualificazione di spazi storico-industriali, in primis l’Arsenale, che ha risposto e risponde tuttora a una visione più complessiva della destinazione alta delle funzioni che questa città dovrebbe fare sue oggi. Una lettura d’insieme rara in un establishment come quello italiano, e quindi, va da sé, veneziano, che fatica a esprimere interpreti in grado di produrre visioni sistemiche, complesse e articolate in cui inserire adeguatamente ogni processo e progetto di trasformazione della società, del territorio, della cultura, fuori da ogni vitalismo interventista fine a se stesso. 


 

In questo breve ma stringente incontro abbiamo cercato di fare un punto sugli assi portanti di questa 57. edizione curata da Christine Macel, senza mai però rinunciare a stimolarlo su una lettura di natura storica delle trasformazioni da lui espresse in questa straordinaria macchina della cultura contemporanea.

 

Da spettatori esterni siamo ammessi a partecipare solo all’ultimo atto dell’universo concettuale ideato e realizzato in occasione di ogni nuova Esposizione. Il ‘viaggio’ per la Biennale però inizia fin dalla scelta di ogni nuovo curatore. Perché Christine Macel? Riesce a farne un ritratto dopo questi mesi di collaborazione e a poche settimane dall’avvio di Viva Arte Viva?
La scelta di un curatore non è una scelta neutrale. Non si tratta semplicemente di una categoria di professionisti con diversi gradi di bravura tra cui scegliere volta per volta, secondo opportunità. Questa può essere l’opinione di chi si avvicina alle grandi mostre non distinguendo tra mostre e fiere commerciali. Una tentazione, questa, che può essersi diffusa negli anni scorsi di fronte ai sorprendenti fenomeni di boom delle valutazioni economiche, che possono aver alimentato un atteggiamento cinico nei confronti di arte, artisti e di quanti se ne occupano, assimilati in parte a giocatori di borsa. Viviamo questa contraddizione: l’attrazione per l’arte, che dovrebbe rappresentare il desiderio della nostra liberazione dalle maschere con cui quotidianamente celiamo almeno in parte noi stessi per adattarci alle necessità della vita pratica, diventa per assurdo manifestazione della nostra capacità di vita pratica. Non dobbiamo cadere nella trappola (né nelle bolle).
I curatori sono ricercatori ispirati, ciascuno con propria precisa fisionomia.

 

macel_baratta_-_photo_by_andrea_avezzu.jpgLa scelta del curatore non è una scelta al buio, ma è effettuata nella chiara conoscenza di questa fisionomia. È condizionata dalle finalità specifiche e generali che si perseguono. Una Biennale deve presentare arte contemporanea. Ma una mostra, ancorché debba anche aggiornare, non deve necessariamente cadere verso un eccesso di atteggiamenti vetrinistici, pena l’avvicinarsi troppo ad atteggiamenti propri della moda. Ove si manifestassero nuove tendenze è doveroso mostrarle, ove si intuissero nuove vitalità emergenti è importante assumersi il rischio di presentarle non attendendo il loro preventivo successo, ma non a discapito di una continua riflessione sull’arte contemporanea e di una continua meditazione sui vari fenomeni che caratterizzano la vita artistica del nostro tempo, che chiede a volte di tessere correlazioni con il passato. Infatti non ad acquirenti ci rivolgiamo, ma al pubblico. È questo un obiettivo, anzi un modo di essere della Biennale che abbiamo perseguito e che semmai perseguiremo con ancora maggiore impegno.


 

Ed ecco, allora, che le diverse Biennali diventano una serie di riflessioni a uso del pubblico tra loro collegate da fili che possono persino far pensare a un unico, continuo “discorso”. Ebbi già a dire che le ultime Biennali, quelle di Daniel Birnbaum, Bice Curiger, Massimiliano Gioni e Okwui Enwezor, potevano essere lette come i successivi capitoli di una ricerca sugli elementi utili alla formazione di un’estetica per l’arte contemporanea, che aiutasse il pubblico verso una maggiore dimestichezza e intensità di dialogo. L’idea che l’opera d’arte non sia un oggetto, bensì un mondo che l’artista crea per sé e per gli altri, fu la premessa di Birnbaum. L’Illuminazione di Curiger era l’esaltazione di un elemento fondamentale, la luce, e sottolineava la conoscenza emotiva che l’opera d’arte sollecita con la sua vitalità. Le ossessioni e le utopie furono identificate da Gioni come le forze primarie che spingono l’artista a creare, mentre Enwezor mostrò come le immagini provenienti da realtà esterne e drammatiche, dalla storia e dalle sue tragedie possano essere l’acciarino che infiamma l’opera dell’artista. Questi alcuni dei temi delle precedenti Biennali. Abbiamo ritenuto utile dedicare questa edizione a una riflessione diversa che, pur partendo da una visione del mondo come luogo dei conflitti e degli infingimenti, mostrasse il gesto dell’artista come atto di libertà e resistenza. Usiamo per questa Mostra l’espressione “Umanesimo”, anche se invero tutte le Biennali sono ispirate da una visione umanistica nel senso più proprio del termine, quello delle origini dell’Umanesimo stesso (contrastante compresenza di forte disincanto e fiducia nell’uomo, di acerba condizione umana e di utopia), anche se è vero che in quest’ultima Mostra l’atto della fuoriuscita dell’artista e della resistenza viene messo in maggior evidenza nella composizione e nella scelta degli artisti e delle opere. 
Conoscevamo Christine Macel per tutto quello che aveva fatto e scritto e ci è parsa la curatrice più adatta per questa sfida ulteriore in tale direzione.

photo_by_andrea_avezzu_courtesy_of_la_biennale_di_venezia.jpgNon da oggi la Biennale è luogo di libero incontro e di libero dialogo. Con Viva Arte Viva però queste prerogative, questi strumenti di interazione con il pubblico diventano centrali al tema stesso dell’Esposizione. Alla luce dell’approccio “umanistico” dichiarato da Christine Macel, quale posto rimane – in questa edizione – all’opera d’arte in sé e in che modo invece l’incontro con chi l’ha creata, con l’artista, può facilitarne la comprensione?
Della centralità del ruolo del pubblico nel nostro lavoro, nelle finalità ultime delle nostre mostre abbiamo appena detto. Questo obiettivo prioritario non solo ci sollecita a decisioni coerenti nella scelta dei curatori, ma informa di sé anche le modalità organizzative. Se l’organizzazione di festival e grandi mostre è già un servizio importante, può esserlo ancora di più se la visita o l’ascolto delle opere d’arte avviene accompagnato dal rito della parola. 
Il “Rito della Parola” è importante perché stimola a tradurre in pensieri esprimibili quanto si osserva e a farne oggetto di comunicazione e scambio con altri, ma soprattutto perché, così facendo, noi stessi ci sfidiamo a una maggior verifica della nostra capacità di osservazione.
Tutte le attività della Biennale saranno ispirate a questo impegno, dagli incontri con gli artisti della Mostra, dei Festival di Danza, Teatro e Musica fino alla Mostra del Cinema, in particolare nella sezione Orizzonti. Il dialogo diretto con gli artisti che caratterizzerà questa Mostra sottolineerà l’importanza di un alto grado di autonomia dello spettatore nel suo avvicinare il mondo dell’arte, che deve svolgersi non solo tramite “mediatori”. Si aggiunga il fatto che la conoscenza degli artisti comporta oggi un’attenzione particolare ai vari curricula, che concorrono a formarne l’identità; artisti la cui geografia di nascita, vita operativa, formazione e quant’altro oggi non appaiono più desumibili da pochi dati anagrafici come poteva capitare nella tradizione.


L’evoluzione degli spazi espositivi, con relativo recupero di nodali siti storico-industriali della città, rimane uno dei segni indelebili del suo ultradecennale mandato presidenziale. Quest’anno ci sono forse recuperi meno eclatanti in Arsenale, mentre il progetto della Cittadella del Cinema al Lido pare procedere a passi forzati. Quali ulteriore novità possiamo attenderci?


_alvise_nicoletti.jpgSe il segno esterno più evidente degli sforzi compiuti in tutti questi anni è la dilatazione degli spazi, per quanto riguarda la Mostra d’Arte il segno ulteriore, di non minor importanza, sta nell’innovazione introdotta in via definiva della sua formula rispetto a quella della più antica storia della Biennale. 
La maggiore novità è stata nella scomparsa definitiva della Biennale mosaico, quella delle sezioni, delle personali, delle selezioni, delle mostre ad hoc, delle retrospettive, delle ritualità italiche, che da sempre avevano costituito il grande limite della Biennale, di cui poco si parla quando si fa della sua storia un quadretto encomiastico, ma che pure hanno condizionato non poco la sua vita e la sua collocazione internazionale. Nella Mostra del 1980 una sola piccola sezione appariva per la prima volta definita internazionale e dischiusa al mondo, la sezione “aperto”, che sopravvisse per anni contenuta in limitate dimensioni nel mosaico (o, comunque, allestita in sedi diverse dai Giardini).


Col 1999 tutta la Biennale si identificò con questa sezione, scomparvero alcune ‘zavorre’, ma svanirono anche tutte quelle iniziative e componenti (appunto le personali, le retrospettive, ecc.) che sono di per sé ovviamente importanti, ma che sono meglio realizzabili nei tempi correnti da altri soggetti e altre istituzioni che non da una Biennale. 
Nacque allora un’unica Mostra aperta, e proprio per realizzare questa nuova ambizione erano necessari nuovi spazi unitari in luogo delle frammentazioni in vari siti non più desiderabili. Per questo si affrontò la questione Arsenale e si raddoppiò lo spazio permanente a disposizione. E anche per questo suo più preciso carattere il numero dei Paesi partecipanti alla Mostra aumentò.






 

 

 
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