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VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Pino Musolino
di Pierangelo Federici   

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Neo presidente dei porti di Venezia, Chioggia e Porto Levante, Pino Musolino si racconta come Giudecchino DOC. Cresciuto a Venezia, laureato in Giurisprudenza, dopo la pratica forense lavora alla Provincia di Venezia e quindi completa la formazione con un Master in International Commercial and Maritime law a Swansea, in Galles (dove conoscerà la sua futura moglie). Nel 2011 si trasferisce ad Anversa, prima per lavorare presso una multinazionale del settore siderurgico, poi presso un grande studio di Maritime risks consultants. Nel 2016 una delle più grandi compagnie di navigazione del mondo lo assume come Corporate Risk Manager presso il loro HQ per l’Asia a Singapore, dove ha coordinato tutte le attività legate all’area Middle East. Il resto, è cronaca recentissima.

 

L’intervista
Eccoci qui per un’intervista di quelle importanti, da prima pagina di giornali ben più qualificati della nostra rubrica Veneziani a Tavola (già questo la dice lunga sulla naturale empatia di Pino).

 

Perché, come sappiamo tutti, Pino è sì il nuovo presidente del Porto, ma siccome è prima di tutto un giudecchino purosangue, qui parleremo di tutto tranne che delle grandi navi, degli scavi, di off-shore, di MOSE o delle scelte strategiche per l’economia di questa città, qua soltanto argomenti vitali: bòvoeti, saòr e articiochi de Sant’Erasmo! Caro Pino, caliamoci subito nella nostra realtà quotidiana di “veneziani doc”: come procede il tuo rinnovato rapporto con la città?
Devo confessare che, nonostante gli anni passati all’estero, non ho mai completamente reciso il cordone ombelicale con Venezia, e con la Giudecca in particolare, dove sono comunque periodicamente ritornato per le vacanze e dove risiede ancora mia madre. Sto invece “ri-venezianizzandomi” rispetto al modo di vivere e muoversi in città, cosa che a volte è più complicata del previsto. Nulla comunque che in un altro paio di settimane non si risolva. Il fatto è che adesso, con pupo e passeggino, tutto diventa molto più complicato, dai ponti ai vaporetti, e Venezia così congestionata non è facile da vivere appieno. Tutti e tre ci stiamo ambientando.

Se tu dovessi scegliere il meglio della cosiddetta ‘venezianità’, cosa salveresti e cosa butteresti?
Il meglio della venezianità risiede nella creatività, nella capacità di vedere opportunità dove altri vedono problemi (basti pensare a dove è stata costruita questa meraviglia di città, su velme e barene inospitali) e in una innata attitudine ad apprezzare la bellezza. La cosa invece che dovrebbe essere buttata al più presto è una certa tendenza al piagnisteo, credo sia arrivato il momento di rimboccarci le maniche e fare, invece di autocommiserarci. Anche perché, si sa, a Venezia a volte si piange il morto per… fare qualcosa di diverso al vivo.

Bacaro tour o mise en place di lusso?
Bacaro tour tutta la vita. Polpette e cicheti come se piovesse! È la cosa che in assoluto mi è mancata di più negli anni all’estero…

Se, come immagino, te la cavi ai fornelli: segui una tua strada, ti affidi alla tradizione o ti lasci trascinare da queste nuove legioni di esegeti che esaltano gli chefs televisivi?
Uso il cucinare come una valvola di sfogo dallo stress, mi rilassa e mi dà piacere servire delle pietanze cucinate da me alle persone care e con le quali condividere un momento spensierato. Di solito parto dalla tradizione e ci aggiungo qualcosa di mio, spesso più perché mi manca qualche ingrediente che per spirito di innovazione. E, di solito, tutti si alzano da tavola soddisfatti! Non seguo molto gli chef stars da televisione, anche se possono essere fonte di ispirazione.

Questa breve intervista serve a tracciare il tuo profilo psico-culinario. Genererà una ricetta che dovrebbe rappresentarti, come fosse un ritratto di Arcimboldi, un piatto che ti calzi a pennello. A proposito, qual è il colore che ritieni più appetising?
Contrariamente a quelle che sono le scelte cromatiche che faccio in generale, essendo io un amante del blu, in cucina stimola di più il mio appetito tutta la gamma delle sfumature che dal giallo virano al rosso.

E la musica da ascoltare in cucina?
Io ascolto ogni genere musicale, a seconda del mood del momento. Forse classic rock e un bicchiere di rosso mentre cucino sono le scelte che faccio più spesso.

Cambiamo argomento. Hai viaggiato e vissuto all’estero a lungo: dov’è la cucina che preferisci?
Devo dire che l’offerta culinaria di Singapore è fantastica. La varietà di cucine e stili, mescolata alla grandissima qualità, rendono Singapore una meta ideale. Inoltre lo street food è imbattibile. Ci aggiungo però lo Stoofvlees di Anversa (stufato di carne alla birra scura) che con una birra trappista ti può mettere in pace col mondo, alla fine di un’uggiosa giornata nel nord Europa.

Mi hai dato buoni spunti per creare la tua ricetta dedicata, spero che questa breve chiacchierata abbia divertito anche te. Ultima domanda e ti lascio al tuo lavoro: (trattenendo una lacrimuccia) nella nostra “isola delle foche” cosa rimane della Giudecca degli anni della lotta, dell’impegno politico e delle canzoni di Alberto D’Amico?
In apparenza molto poco. Poi però, se sai leggere le pietre e le persone, ti accorgi che non è cambiato molto e che c’è ancora una grande e vibrante umanità, unita ad un forte senso di comunità, difficile da trovare altrove. Come dico sempre, l’essere giudecchino è forse la cosa di cui vado più orgoglioso.

filettiranapescatrice.jpgLa ricetta
Ora prendi il battello della linea 2, in pochi minuti sbarchi alla Giudecca, dove le ‘r’ si arrotano: par colpa del vin rosso che pèta la lengua. Quando noi ancora non c’eravamo, negli anni ’60 i giudecchini l’hanno esportata in terraferma la loro ‘r’, insieme a quella rabbia antica che faceva dell’isola a forma di banana il luogo meno sicuro della città. In quella parentesi che chiude Venezia alla Laguna Sud, paravento per gli sguardi indiscreti e un po’ invidiosi de quei de Ciòsa, in quella striscia curva di case, chiese e orti, in quel posto da banditi, de sciopài pieni de crècoe, quell’isolotto lungo che va dalle Zitelle a Sacca Fisola dove adesso ci abita tutta la crème de la crème, insomma alla Giudecca siamo cresciuti tutt’e due, caro Pino.

CÒA DE ROSPO COME ALL’ALTANEA
La coda di rospo preparata secondo la ricetta originale della Trattoria Altanella, il locale dove, dal 1889 e per quattro generazioni della famiglia Stradella, si entra dalla stretta Calle delle Erbe per poi affacciarsi sul Rio del Ponte Lungo. Ci son passati tutti: più Gnecca de cussì no ghe xe! Fai rosolare i filetti della coda di rospo in un filo d’olio extravergine con un battuto fine di prezzemolo, pomodorini tagliati a metà e olive taggiasche disossate. Sfuma con vino bianco e completa la cottura abbassando la fiamma e inumidendo man mano con fumetto di pesce. Un piatto che va servito rigorosamente con polenta lasciata morbida.