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Out of the blue. L'eleganza del signor C.
di Lara Cavalli   

paolo-conte_2.jpgSe chiedete ad un ragazzino di sedici anni, palla al piede faccia sporca di terra, chi sia il suo maestro ispiratore, probabilmente vi risponderà Cristiano Ronaldo. Se lo chiedete ad un concorrente di Masterchef, potrebbe dire Alain Ducasse. Quando lo hanno chiesto a me ho risposto che Caetano Veloso era il mio maestro sentimentale, ma la poesia l’avevo imparata solo con Paolo Conte. L’ex avvocato di Asti è la sublime bellezza della lingua italiana, usata con una maestria senza pari, celebrata, amata e odiata per la sua difficile fluidità musicale, mescolata con una creatività da ragazzino. Dai suoi dischi ho imparato a parlare dell’amore che avrei voluto provare, «Dammi un sandwich e un po’ d'indecenza», della libertà che mi sarei voluta prendere, «Che ora fai? È un’ora inglese, si va, agguanta la mia mano e ce ne andiamo, tanto di noi si può fare senza». Le sue musiche mi hanno mostrato la bellezza del linguaggio, il potere delle parole, quello in grado di rendere la cosa più banale un evento eccezionale, la magia che trasforma il niente in eternità. Non c’è banalità, niente è scontato nei suoi pezzi e tutto, ma proprio tutto, è intriso di un’eleganza atemporale. Pure la sua voce roca, sghemba, così ricca di graffi e umidità.

 

Veneto Jazz, dopo avergli messo a disposizione Piazza San Marco e il Teatro La Fenice, lo ha invitato a festeggiare i suoi primi ottant’anni il 30 giugno con un concerto nel maestoso parco di Villa Pisani a Stra per il Venice Met Festival, in uno dei più celebri esempi di villa veneta nella Riviera del Brenta, accompagnato dalla sua orchestra di dieci elementi. Sarà una notte in cui varrà la pena indossare una camicia bianca stirata a regola d’arte, su una barba un po’ lunga per non prenderci troppo sul serio.

 

pconte-1200x800.jpgSarà una notte in cui lasciarci fluttuare, sedurci e innamorarci, in cui lasciar fare alle sinestesie di Monsieur Conte, in cui godere completamente della bellezza, negli occhi, nelle narici, nelle orecchie, sulle labbra. Tra i profumi dell’orangerie si sprigionerà il fascino, il sarcasmo di uno degli autori, compositori e interpreti più raffinati, longevi, creativi e geniali della storia della musica mondiale. Tra i fiori delle serre tropicali si espanderà la nostalgia e l’ironia di un musicista che non è musicista ma è un panorama, un cielo che si beve, siamo noi che scappiamo da una festa troppo ingessata, sono gli uomini che cercano lo scheletro del jazz e le donne che ne vogliono l’imbottita melodia. Paolo Conte è il mentolo, è il limone, il caffè, l’odore della pioggia, è una storia d’amore.

 

È il nostro primo appuntamento, quando arrivammo in ritardo al suo concerto. Ricordi? Non c’era nessuno intorno a noi e se anche ci fosse stato sarebbe stato trasparente. Tu mi prendesti la mano mentre io dicevo «Muoviti, è già iniziato!». La tua stretta era d’aspettativa, lo sguardo diceva «Ma chi se ne frega!». Le mie guance divennero fuoco, così il cuore. Lasciai cadere la borsa sul marciapiede e tu accennasti due passi, solo due interminabili passi di danza. Tutto intorno era estate e le note di Sotto le stelle del jazz riempivano la strada e la strada sapeva di buio, «…con l'odore di spezie che ha il buio, con noi due dentro al buio, abbracciati…».

Paolo Conte
30 giugno Villa Pisani-Stra (Ve)
www.venetojazz.com