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Home arrow ZOOM arrow BIENNALE DANZA 2017 | Dell'Universo e degli Dei. Intervista a Marie Chouinard
BIENNALE DANZA 2017 | Dell'Universo e degli Dei. Intervista a Marie Chouinard
di Delphine Trouillard   

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Marie Chouinard è una vera e propria ambasciatrice culturale del Québec, celebrata nel mondo per il suo lavoro audace e talvolta provocante. Alta, slanciata, discreta, cammina con leggerezza pur dimostrando un’innegabile forza e determinazione. Ancora più dei suoi lunghissimi capelli biondi è proprio quest’andatura, al contempo sicura e graziosa, che contraddistingue la neodirettrice di Biennale Danza. Se, come ha teorizzato Balzac nel suo Traité de la démarche, l’andatura non è altro che «la fisionomia del corpo», capace di tradire un vizio, un ripianto o uno stato d’animo, la naturalezza e la generosità che traspaiono dall’incedere di Marie Chouinard testimoniano la sua immensa riconoscenza di essere viva e la sua straordinaria voglia di condividere la sua passione con il pubblico. Un pubblico che, con i suoi occhi cristallini, osserva acutamente, alla Balzac, evincendo da semplici movimenti eseguiti con innocenza sentimenti e desideri nascosti. In occasione di questo 11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, intitolato First Chapter, Marie Chouinard propone una selezione di opere e artisti in cui crede profondamente, «che aprono i nostri schemi mentali e percettivi verso altre dimensioni, che forzano il dialogo tra noi e le nostre abitudini, tra le nostre strutture mentali e la nostra libertà». La complessità, la gestualità e i pensieri dell’essere umano nutrono quindi i suoi lavori, restituendo a esso una migliore conoscenza di sé e, di conseguenza, del mondo che lo circonda. Dell’universo e degli Dei.

 

Dal 23 giugno al 1 luglio, la curatrice canadese offrirà al pubblico la propria visione nel cuore di Venezia con un’intensissima programmazione di spettacoli, di cui nove in anteprima per l’Italia e uno in anteprima europea, cui si aggiungono tre brevi creazioni originali, frutto del lavoro dei coreografi di Biennale College – Danza, e una nuova creazione di Benoît Lachambre, ideata per i giovani danzatori di Biennale College.

 

nr-soft-virtuosity-megan-walbaum-covered-nude_1000.jpgVi è un filo rosso che il pubblico dovrà seguire nei 9 intensissimi giorni del Festival, che prevede fino a 5 appuntamenti quotidiani?
Lo spettatore che vorrà vedere tutto avrà la possibilità di farlo. Abbiamo infatti cercato di non sovrapporre le rappresentazioni. Non c’è un vero e proprio filo rosso. Lo spettatore è invitato a ‘disporre’ gli spettacoli in prospettiva con la propria intelligenza corporea. Il filo conduttore è quello con cui uno si relaziona con la propria anima, con l’arte in generale, la società, l’essere di per sé nel mondo. Tutto ciò è, per me, alla base dell’arte. Offre uno sguardo nuovo sulle cose per riorganizzarle diversamente, con un’intelligenza intuitiva, organica, sensibile e, soprattutto, spoglia di pregiudizi. Ogni giorno è un’occasione rinnovata di aprirsi al mondo. Essere vivente, essere sulla terra rappresenta una chance unica: capita solo una volta nella vita! Non dobbiamo quindi sprecarla appesantendoci con pregiudizi inutili. Sfruttiamo piuttosto la nostra capacità di meravigliarci, di agire.
L’arte della danza ricolloca il corpo al centro del mondo. Spesso la paragono all’accordatura di un violino: prima di ottenere la tonalità giusta si creano suoni fluttuanti. Si gioca con quelle fluttuazioni per ampliare la gamma delle possibilità ed è proprio questo che fa l’arte, offrendo delle occasioni inedite di aprirsi a nuove modalità di percezione, di nutrirsi per crescere all’interno di noi stessi. Nella danza quelle fluttuazioni possono rivestire delle forme molto diverse: alcuni artisti sono sconvolgenti, altri violenti, altri ancora teneri. Lo spettatore è libero di guardare, senza pregiudizi, di ascoltare e poi di decidere se l’artista che ha visto gli è piaciuto, se ha fatto emergere in lui dei pensieri, delle domande che gli hanno permesso di accedere a un’altra parte di se stesso. Scoprire una parte di sé che non sospettavamo e imparare a conoscerla è per me il senso fondamentale dell’arte.
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Lei è stata la coreografa di Soft Virtuosity, Still Humid, on the Edge, uno spettacolo sulle variazioni della camminata presentato al Festival di Avignone l’anno scorso. Ha detto di essere affascinata dal modo in cui «ognuno di noi danza attraverso la nostra camminata». Questo risuona in modo particolare in un luogo come Venezia, dove il fatto di camminare è, come in nessun’altra città del mondo, parte integrante del quotidiano dei cittadini. Questa tematica sarà anche presente nell’edizione 2017 della Biennale Danza?
Da quando ho iniziato a danzare osservo la gente camminare. Faccio uno scanner di tutte le persone che mi circondano e credo di capirle guardandole muoversi nello spazio: come respirano, come stanno i loro organi…; nessuno sospetta quante cose il mio occhio riesca a vedere! Quando si è capito com’è fatta una persona e di cosa potrebbe aver bisogno, allora poi si riesce a offrirglielo, senza dirglielo naturalmente. Il mio progetto In Museum è centrato attorno a questo scambio tra danzatori e spettatori: il danzatore improvvisa una danza spontanea che convoglia le forze per fare sì che il desiderio espresso dallo spettatore si realizzi.
Ci sono, quindi, migliaia di piccoli gesti che ognuno di noi fa inconsciamente con il proprio corpo e che tradiscono un passato, uno stato d’animo. Il nostro corpo si costruisce attorno al nostro vissuto e i suoi movimenti dipendono da com’è costruito. Siamo questo corpo, questo involucro unico e complesso ed è un lavoro lunghissimo trasformarlo e modularne i movimenti. È il lavoro del danzatore quello di partecipare alla ri-creazione delle cose, di rimettere il proprio corpo in gioco.

Ha realizzato un’opera ispirata dal trittico Il Giardino delle delizie di Bosch. Come trae ispirazione dalle arti visive per creare un’opera? Ci sono altre discipline a cui attinge?
Da quando sono adolescente sono sempre stata estremamente attratta dalle arti visive. Anche e ancor più della danza! Praticavo la danza perché consideravo facesse bene al corpo, ma artisticamente le mie fonti di comprensione del mondo passavano prima per le arti visive. Ora sono quarant’anni che creo coreografie e spesso faccio riferimento a dipinti o fotografie, proprio per quella mia passione per le arti visive che sviluppo dall’adolescenza. Ho realizzato ad esempio un’opera basata su alcuni disegni di Henri Michaux, un’altra a partire da una fotografia di Nijinsky e, più recentemente, un lavoro ispirato per l’appunto dal trittico di Bosch. Prendo tuttavia spunto anche da altre discipline: la mitologia, con Orfeo e Euridice, la storia, la musica, soprattutto le opere di grandi compositori, a partire dai capolavori di Bach.

dsc_0262_2_2.jpgQuest’anno le arti performative si sono invitate all’interno dei Padiglioni nazionali della Biennale Arte. Si pensi in particolare alla Francia e alla Germania. Cosa pensa di questa  contaminazione sempre più frequente tra differenti linguaggi artistici? Le piacerebbe collaborare con un artista visivo alla realizzazione di un’opera?
Lo trovo doveroso e sono molto felice che la danza entri finalmente nei musei. Personalmente, oltre alla coreografia creo anche i set, i costumi, le luci, gli ambienti e, quindi, non mi è mai venuto in mente di chiamare un artista per realizzare un lavoro attorno alle mie coreografie. Anzi, sarei piuttosto io propensa a diventare artista visiva tra non molto!

Quali elementi determinanti hanno caratterizzato la scelta della coreografa americana Lucinda Childs quale Leone d’oro alla Carriera?
Mi sono detta che era giunta l’ora per lei di ricevere questo prestigioso riconoscimento per la sua straordinaria carriera. Avevo voglia di invitarla con il suo spettacolo Dance che è, secondo me, una bellissima coreografia, una vera opera d’arte classica che, come tutti i capolavori, trova perfettamente il suo posto all’interno di un festival di danza contemporanea.

Dana Michel, afroamericana di Ottawa, tra le figure più originali e che maggiormente stanno catalizzando l’attenzione della stampa internazionale, è il Leone d’argento di questa edizione. Quale gli elementi distintivi e l’originalità della sua attività artistica?
Per il Leone d’argento volevo premiare qualcuno che è all’inizio di un percorso già significativo, come augurio di poter ricevere alla fine della carriera un Leone d’oro. Dana Michel ha un’energia fenomenale e spero veramente possa andare avanti così per lungo tempo. È una donna libera, in costante e radicale ricerca di libertà, talvolta con una propria peculiare urgenza, non rinunciando artisticamente anche alla violenza. Mi piace.

mercurialgeorge_1_jocelynmichel.jpgQuale progetto sarà al centro di Biennale College, importante laboratorio che vede protagonisti i giovani talenti della danza internazionale?
Sono stata stupita dal fatto che vi fosse una Biennale College per danzatori ma non per coreografi. Come se esistesse una Biennale College per gli attori e non per i registi! L’arte della danza è anche saper orchestrare e mettere in scena un insieme composito di movimenti, una danza, appunto. Per cui ho proposto a Paolo Baratta di aprire Biennale College anche ai coreografi e ha accettato immediatamente. Ho scelto, quindi, tre giovani coreografi all’inizio della loro carriera e ho offerto loro la possibilità di lavorare per sei settimane con sette ballerini professionisti, tutti molto diversi uno dall’altro, ma con una solida esperienza del palcoscenico, del proprio corpo e dell’interpretazione. Ogni coreografo ha creato con i danzatori un’opera di minimo dodici minuti, che andrà in scena durante il Festival.

«11. Festival Internazionale di Danza Contemporanea | First Chapter»
23 giugno - 1 luglio 2017

Arsenale, Ca’ Giustinian e Campo Sant’Agnese, Venezia

www.labiennale.org