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VENEZIANI A TAVOLA | Intervista a Francesca Montinaro
di Pierangelo Federici   

montinarook.jpgArtista visiva multimediale, si è fatta conoscere innovando il concetto di ‘scenografia’ nella televisione italiana. Sue sono le scene delle trasmissioni cult come Le invasioni barbariche di Daria Bignardi, quelle di Fabio Fazio per Vieni via con me di Rai 3 e del Festival di Sanremo, quelle di Corrado Formigli per Piazza Pulita. L’elenco sarebbe lungo, ma preferiamo concentrarci sul suo lavoro d’investigazione dell’umanità, tradotto in installazioni d’arte capaci di coinvolgere in esperienze dirette l’osservatore, che ne diventa parte integrante.

 

L’intervista

Questa volta intervisto una non veneziana. Faccio volentieri uno strappo alla regola della mia rubrica perché si tratta di una ‘foresta’ che sta esponendo le sue ultime opere in una mostra che ho trovato veramente molto interessante, al Museo Archeologico Nazionale, proprio in Piazza San Marco.
Francesca, benvenuta in Veneziani a Tavola! Vogliamo cominciare parlando proprio di Communitas Immunitas?

È importante parlare di cibo! Il cibo unisce tutti gli esseri umani e proprio di unione parla il mio ultimo lavoro in mostra qui a Venezia, realizzato in collaborazione con una donna veneziana straordinaria come Annamaria Larese, direttrice del Museo Archeologico Nazionale, ovvero di ciò che ci unisce (la Communitas) e di ciò che ci isola (l’Immunitas). Si tratta di un lavoro contro l’isolamento che è un invito a prendere coscienza delle differenze tra le persone, le culture, le religioni, per ricostruire insieme una comunità più complessa che comprenda tutti, la Communitas del futuro. Al contempo, la cornice non casuale di questo museo suggerisce che alla contemporaneità sia unita la visione e il rispetto del passato.

Altri progetti a cui stai lavorando?

Ora sto lavorando al concetto di ‘autostima’, partendo dal rapporto con il giorno del compleanno. A proposito, Pierangelo, tu ti fai festeggiare sui social?

Donne in tutte le declinazioni possibili: suore, spose, libere, detenute, in una discussione continua sul tema del pre-giudizio. Guardando i ben noti format televisivi di cucina viene il dubbio che l’argomento valga anche per chi sta ai fornelli, il che è paradossale se si pensa alla storia dell’umanità…
La costruzione dei simboli è un fatto tutto maschile. Vale per il cappello da cuoco come per il velo, e parlo di tutti i veli. La donna velata e la donna non velata sono i simboli visivi su cui si fronteggiano le diversità culturali maschili a spese del corpo femminile.
La donna che cucina è uno stereotipo antico quanto banale che rientra nel ruolo di massaia già cucito per lei. Il cappello da cuoco, pure fallico nella foggia, mascolinizza questa figura femminile e salva l’onore dell’uomo ai fornelli incoronandolo chef.
Tra le 650 donne protagoniste dei ritratti in mostra una donna porta in messaggio: «So cucinare», come una nota a margine dell'essere umano libero. Un’altra invece ci informa: «Ho belle gambe, ma non mi servono per scrivere». Come vedi tutte le donne, anche le più libere e emancipate, continuano a dover combattere i pregiudizi maschili.

Aristotele diceva che non si può pensare con la pancia vuota. La filosofia nasce dopo aver risolto i problemi materiali, credo valga anche per l’arte: a proposito, chi prepara da mangiare a casa tua?
Io e il mio compagno ci alterniamo e cuciniamo sempre cose diverse, anche se organizzarlo ci costa del tempo. Costituisce un rituale quotidiano importante per nostra figlia Nora, che a nove anni ha già un palato raffinato e curioso. Il modo di mangiare racconta la situazione storica ed economica dei popoli, proprio come cerco di fare con il concetto di ‘camminare’ nell'opera 11.146.312 metri in mostra, che mette in rapporto il camminare in cerca di un destino migliore con il camminare senza meta in palestra sui tapis roulant. Aristotele a pancia piena ha detto anche che il totale è maggiore della somma delle sue parti, che è il concetto di partenza di Communitas Immunitas .

Cambiamo argomento. Hai viaggiato per piacere e anche per lavoro: dov’è la cucina che preferisci?

Ho viaggiato molto e assaggiato di tutto, dalle bancarelle ai super ristoranti. La cucina che preferisco resta quella italiana: ha radici profonde e diversissime, è ricca di sapori e colori meravigliosi. E poi, puoi trovare ricette segrete in ogni famiglia!
 
Il piatto più strano, inusuale, curioso che hai avuto occasione di assaggiare.

Io amo mangiare piccante e ricordo con gioia i sapori misteriosi della cucina cinese del Sichuan.
 
L’ultima e tolgo il disturbo, una domanda che pongo spesso agli amici artisti e che mi aiuta molto nella creazione della ricetta personalizzata: c’è un colore che ritieni particolarmente invitante e appetibile?
Mi piacciono i cibi chiari, all’onda, dove gli ingredienti si incontrano e si amplificano.
Non a caso mi piace cucinare ed inventare ricette di risotti. Il dramma è che a Roma, dove vivo, arrivano tutti in ritardo e quindi c’è il rischio che te li rovinino…

La ricettarisotto-digo.jpg
“Cibi chiari, all’onda, dove gli ingredienti si incontrano e si amplificano” per diventare risotti? Ecco per te una ricetta talmente veneziana da valere più della cittadinanza! Il risotto di ghiozzi, per i veneziani è un autentico “mito”.

RISOTO DE GÒ

 

300 gr. di riso Vialone Nano, 500 gr. di ghiozzi (), prezzemolo tritato, 1 litro circa di brodo vegetale (vi prego, non usate il dado! Basta bollire acqua salata, cipolla, carota, sedano e patata), olio extravergine d'oliva, un bicchiere di vino bianco secco, spicchio d'aglio in camicia, una foglia di alloro, sale e pepe.


Lava e asciuga i pesci, quindi friggili nell'olio. Deliscali e passali al setaccio (conserva qualche filetto integro). In un tegame con poco olio, fai rosolare l’aglio e l'alloro, dopo averli tolti versa il riso così da tostarlo leggermente. Sfuma col vino. Versa la polpa di gò e lascia insaporire per pochi secondi, quindi porta il risotto a cottura mescolando e versando, ad assorbimento, il brodo caldo. Verso fine cottura aggiusta di sale e, fuori fiamma, manteca spolverizzando col prezzemolo e il pepe. Servilo al dente, guarnito con i filetti interi e accompagnato da un calice di Malvasia del Collio.