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Home arrow MUSICA arrow VENEZIA JAZZ FESTIVAL 2017 | Tra le dita. Incontro con Stefano Bollani
VENEZIA JAZZ FESTIVAL 2017 | Tra le dita. Incontro con Stefano Bollani
di Davide Carbone   

img_7144.jpgUna scaletta che, semplicemente, non esiste. Un concerto unico e irripetibile perché figlio dell’istante, di un’ispirazione che si nutre del rapporto diretto e del dialogo concreto con il pubblico. Il piano solo di Stefano Bollani al Goldoni il 28 luglio consegna agli annali un’edizione di Venezia Jazz Festival traboccante di appuntamenti e contenuti, affidando il palcoscenico ad uno degli artisti più creativi del nostro contemporaneo. Con lui abbiamo parlato di improvvisazione, di jazz, di vita…

Come Stefano Bollani definirebbe l’idea jazz per eccellenza dell’improvvisazione, ma soprattutto come ama declinarla sera dopo sera?
Per me significa “vivere il presente”, un concetto valido sia in musica che nella vita. Non significa suonare delle note a caso, ovviamente, ma utilizzare la grammatica della musica per dire quello che desideriamo trasmettere in quel preciso momento, in quel determinato istante.

 

Stare nel presente, magari utilizzando una canzone già scritta da me o da altri per sviluppare però un discorso inedito, irripetibile perché legato a quel preciso momento. Per questo motivo a me piace suonare da solo, ritrovarmi in contatto diretto con il pubblico, con il teatro e con il pianoforte, protagonisti del concerto. Quando suono da solo non stabilisco una scaletta, improvviso sia nel numero di brani che nella loro esecuzione. È un tentativo di non portare mai in scena uno spettacolo preconfezionato, legando invece la musica al momento preciso in cui viene eseguita e proposta al pubblico.

 

Si è parlato e scritto tanto di come non sia possibile individuare l’origine pura di questo genere musicale. Si è però concordi nel definirlo risultato di culture diverse, genere meticcio per eccellenza. In un’epoca in cui lo ‘scambio’ vive di forme esasperate che non sempre corrispondono alla ‘condivisione’, quali potrebbero essere i tratti somatici del nuovo jazz?
Per sua stessa natura il jazz cannibalizza tutto ciò che incontra sul proprio cammino, non per distruggerlo ma per digerirlo e poi riproporlo in maniera diversa, imparando sempre qualcosa di nuovo. Non si tratta di una musica ‘pura’, del resto c’è molto poco al mondo che senza forzature si possa definire ‘puro’. Questo non è certo un punto a sfavore del jazz: pensando al termine ‘puro’ a me viene da pensare subito alla ‘pura razza ariana’, quindi...questa idea di ‘purezza’ credo abbia fatto più danni che altro, in diversi ambiti oltretutto.
Come tanti altri elementi della cultura occidentale, la stessa lingua italiana è frutto di incontri tra persone, tra percorsi storici individuali e collettivi, eventi che ci hanno portato nel tempo ad utilizzare le parole che poi sono diventate comuni, a mangiare le cose che mangiamo, a leggere i libri che leggiamo. Considero la purezza un’attrazione poco interessante; tutto ciò che facciamo viene da altrove ed è in continuo movimento. Penso che nessuno sia in grado di dire dove possa andare il jazz: potrebbe andare in mille direzioni diverse e altre ancora, a seconda dei musicisti che lo suonano e che fortunatamente lo fanno in maniera differente l’uno dall’altro.

img_3649_2bas.jpgSi può individuare una scena, penso per esempio a quella scandinava, in grado di dialogare con il panorama italiano in maniera stimolante e produttiva?
A me piacciono essenzialmente i musicisti, senza interessarmi della nazionalità a cui appartengono. Più che la ‘scena scandinava’ a me piacciono gli esseri umani; suonare con loro nel corso della mia carriera mi è piaciuto al di là delle considerazioni sul loro paese d’origine e sulla influenza di cui possono essere considerati portatori. Il brasiliano Hamilton de Holanda potrebbe anche essere moldavo per quel che mi riguarda, importante è la sua sensibilità musicale e come questa può essere espressa attraverso il suo talento.
Critici e giornalisti dividono spesso il jazz in scuole nazionali, cosa che mi fa un po’ sorridere, proprio perché capita spesso che musicisti di nazionalità diverse siano in realtà cresciuti ascoltando la stessa musica. È come voler mettere dei confini dove in realtà non dovrebbero essercene, confini che poi necessariamente ci fanno approcciare all’altro come nelle barzellette, in un gioco di comodi e sterili stereotipi, spesso assecondati pigramente da troppa stampa, non ultima quella italiana. Naturalmente la musica e la comunicazione vanno ben oltre queste generalizzazioni.

Una carriera che affianca all’esperienza discografica iniziative editoriali e programmi televisivi: come si delinea il processo creativo di un progetto?
Se fosse semplice descrivere il processo creativo, sarebbe poi facile anche realizzarlo, questo è sicuro! Si tratta di un procedimento che la gente magari immagina rigidamente organizzato, ma che in realtà raramente lo è. Nel mio caso specifico si tratta di occasioni che si palesano e che qualche volta ho colto. Per quanto riguarda l’esperienza televisiva, per esempio, si è trattato di proposte che mi sono arrivate ed ho poi modellato su di me. Idee nell’aria che devi afferrare e che rendono il processo creativo, quindi, sempre diverso.
Tendenzialmente ho la fortuna di vivere un momento in cui posso sedermi al pianoforte e riordinarle, queste idee. Tutto il resto è da inventare ogni volta. Sostiene Bollani e L’importante è avere un piano sono diversi perché diversa era la loro destinazione, rispettivamente Rai Tre e Rai Uno, come diverso era il contesto in cui li ho realizzati. Si tratta di fotografie di quello che desideravo fare in quel preciso momento, progetti che ho gestito in prima persona.

In Arrivano gli alieni ascoltiamo per la prima volta un Bollani cantautore: quale il bilancio di questa esperienza? Timori confermati o piacevoli sorprese?
Da bambino sognavo di fare il cantante. Ogni tanto canto ancora, mi ha fatto piacere farlo, ma ovviamente non considero questa esperienza come una svolta; non necessariamente ho sentito l’obbligo di diventare cantautore da quel momento in poi. E da tutto questo ho avuto l’ennesima conferma di quanto sia importante portare avanti i progetti che davvero vogliamo realizzare. Io ho la possibilità di farlo e sento quindi il dovere di farlo, principalmente per una mia esigenza personale. Ho cantato quel pezzo perché altrimenti avrei sentito magari il bisogno di scrivere un libricino in cui esprimere quel concetto, esattamente come ho scritto il Concerto Azzurro perché volevo realizzare un progetto per pianoforte e orchestra. Si tratta di desideri che vengono concretizzati, tutto qui.
Tom Robbins, in un proprio romanzo, fa dire ad uno dei suoi personaggi, un pittore nello specifico: «Mi trovo a dipingere qualcosa che non c’è ancora e che vorrei ci fosse». Semplicemente mentre suono, o dipingo, non smetto di essere utente: suono qualcosa che vorrei sentire e ancora non c’è, dipingo qualcosa che vorrei vedere e ancora non c’è. Credo che questa sensazione si possa cercare e provare nella musica come nella vita: una forma di veggenza che permetta di scorgere e immaginare qualcosa che ancora non esiste, godendo poi della sua nascita creativa.

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Un progetto che da sempre sogni di realizzare e uno già affrontato su cui magari torneresti, per arricchirlo o modificarlo.
I progetti discografici, una volta ultimati e pubblicati, li considero figli in grado di camminare sulle proprie gambe, non ci torno più sopra. Piuttosto faccio direttamente una cosa nuova, nel caso dovessi sentire la necessità di aggiungere qualcosa, avere altro da dire.
Il “progetto dei sogni” è un film, al quale sto pensando da un po’ di tempo. E intendo un film da regista, non come curatore della colonna sonora. Non sono sicuro di dover essere necessariamente uno degli attori. Ho già buttato giù qualcosa ma sento di doverci ancora riflettere un po’.

Giocando con la curiosità, sarebbe già possibile ipotizzare attori e attrici coinvolti?
È più che possibile, è facilissimo: la protagonista sarebbe di sicuro Valentina Cenni, come sicuro sarebbe l’autore della colonna sonora…, mancano tutti gli altri! Forse ho già una storia e poi ci sarebbe da divertirsi per un toto-attori legato agli altri protagonisti del racconto. Ci passo le giornate pensando a questo progetto. Non mi stanco mai di sognare.

 

«X. Venezia Jazz Festival»
Fino al 29 luglio vari luoghi a Venezia
www.venetojazz.com