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Home arrow ZOOM arrow BIENNALE TEATRO 2017 | Strettamente personale. Antonio Latella 'mette in mostra' il suo Festival
BIENNALE TEATRO 2017 | Strettamente personale. Antonio Latella 'mette in mostra' il suo Festival
di Mariachiara Marzari e Fabio Marzari   
2alatellaandreaavezzu.jpgAtto primo: Regista. Parte da qui il neo-direttore Antonio Latella per spiegare al pubblico la sua idea di teatro, protagonista del prossimo 45. Festival Internazionale del Teatro, dal 25 luglio al 12 agosto a Venezia. Al centro la regia, con uno spaccato del panorama europeo attraverso 9 registe donne provenienti da Italia, Germania, Francia, Polonia, Olanda, Estonia, per la maggior parte intorno ai 40 anni. Un programma fatto di piccole sorprendenti personali che diviene percorso creativo nel cuore vivo del teatro.

 

Lei è un talentuoso regista, i cui meriti professionali hanno trovato riconoscimento in pubblici non solo nazionali. Cosa significa approdare alla Biennale Teatro, che per sua stessa definizione non è un Festival, ma un punto di incontro, una sorta di stato dell’arte del teatro?
Quando il Presidente Baratta mi ha chiamato è stata davvero una grandissima emozione. In primo luogo perché è bello da italiano stare in un festival italiano, ma soprattutto perché noi italiani più di tutti riconosciamo il valore di questa Biennale. Avere la possibilità di raccontarla al mondo è un’occasione unica.

 

La cosa bella per me – e l’ho capito grazie a Baratta – è che non mi si chiede di essere diverso da ciò che sono, ma di essere anzi il più possibile fedele a me stesso, cosa che mi permette di guardare alla Biennale quasi come se dovessi fare una regia. In realtà mi racconto attraverso l’ospitalità degli altri, attraverso altri corpi, altre anime, altri registi e cerco di raccontare il mio sentire il teatro, che secondo me oggi sta vivendo un periodo storico in cui non ha più bisogno di etichette.
La Biennale ormai ci fa capire che il teatro non è più teatro “classico”, teatro “off”, teatro “di ricerca”...: il teatro oggi è Teatro, punto. Questa è la grande forza che abbiamo qui alla Biennale.
L’altra cosa importante per me è convincere gli artisti che si tratta di un’occasione preziosa, ce ne stiamo accorgendo anche grazie all’archivio storico: tutti gli artisti passati qui alla Biennale sono andati poi a costruire la storia del teatro mondiale. In tal senso, la Biennale tra i mille festival e istituzioni teatrali è veramente l’unica che ha questo valore.
Con il drammaturgo Federico Bellini, mio collaboratore, abbiamo avviato un lavoro di ricerca fondamentale sull’archivio storico, perché ci offre la possibilità di comprendere che noi siamo quello che sono stati gli altri, che ci possiamo permettere di essere quello che siamo e di fare quello che facciamo solo grazie agli altri. Il confronto è incredibile, ti rendi conto che tutto è passato di qui! Quello che oggi chiamiamo “provocazione”, prima di noi è stata semplicemente “creazione”, autentico processo creativo.
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Quali sono i suoi Maestri?
Credo che i miei maestri siano stati più che altro gli incontri che ho fatto durante il mio percorso, non saprei identificare qualcuno in particolare. Ho una formazione molto classica in realtà, anche se vengo considerato un “diavoletto” (ride, ndr.). Ho studiato con Gassman, ho lavorato con Ronconi, con Patroni Griffi e con molti altri grandi del Novecento. Sicuramente una figura più di ogni altra che mi ha fatto capire l’importanza di leggere il testo, la drammaturgia, per poi tradirli naturalmente, è stato Massimo Castri. Lui è stato un punto di riferimento assoluto per me.

Prima di entrare nelle linee curatoriali dell’imminente Festival, gradiremmo una sua breve riflessione generale sulle condizioni del teatro a livello nazionale e internazionale.
Sono due cose diverse. Io risiedo in Germania e spesso mi capita di vivere una sorta di dicotomia: il mio lavoro, che in Italia è considerato di “rottura”, in Germania sarebbe un meraviglioso spettacolo classico. È proprio una diversa lettura, ma allo stesso tempo la nostra qualità maggiore è la forza creativa. Ai nostri giovani mancano le Istituzioni, manca qualcuno che creda in loro e investa su di loro, ed è un bel problema dato che sono convinto che ci sia veramente tanto talento in Italia. Non abbiamo le possibilità che hanno gli altri Paesi e questo ci pone un po’ in difetto, non riusciamo a essere competitivi, però sul versante creativo siamo sempre fortissimi. 

Ma ci sono dei teatri, al di là di eventi temporanei come Festival o Biennali, che scommetterebbero in una stagione con contenuti più, diciamo così, sperimentali, o comunque sia di ricerca?
Per una volta potremmo metterla in modo contrario. Spesso i direttori artistici sono portati a pensare che il proprio pubblico non sia pronto ad accettare determinate cose e quindi non se la sentono di osare. Credo invece che sia tutta una questione di come accompagnare il pubblico; è chiaro che se in una stagione molto convenzionale si programma uno spettacolo di “rottura”, quello resta soltanto tale, perché non si dà al pubblico il tempo di comprendere il nuovo linguaggio. Ma se si cominciasse a osare veramente, sono convinto che troveremmo un pubblico molto pronto.
È anche vero che forse siamo troppo legati al concetto di abbonamento, e abbiamo paura di perderne una bella somma, perché ovviamente in Italia i numeri sono importanti. Ma in alcuni casi perdere abbonati significa compiere delle scelte e, se si ha pazienza, arriva poi il nuovo pubblico. Il Teatro Nazionale riceve finanziamenti anche per occuparsi del nuovo pubblico, non solo di quello già acquisito! Il compito è dunque avvicinare questo nuovo pubblico e per far ciò è necessario accompagnarlo nella conoscenza di linguaggi diversi. Forse in questo manca un po’ di coraggio. Secondo me c’è più coraggio nel pubblico che nei direttori artistici.
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Lei ha dedicato il suo incipit di quadriennio alle registe donne. Il nuovo linguaggio del teatro secondo lei è davvero più femminile, oppure è un omaggio a una parte fondamentale dell'universo finora relegata ai margini dall'ego di genere maschile?
Questo primo anno è stato un anno di ricerca serissima, perché ci siamo dati il compito di portare in Biennale registi che non c’erano mai stati. Durante questo lavoro abbiamo notato una prevalenza di registe donne e, approfondendo questo aspetto, abbiamo scoperto che la percentuale delle registe donne varia molto a seconda del Paese. La cosa strana dello “sguardo femminile sul teatro” è che in Italia siamo ancora costretti a parlarne: vuol dire che qualcosa non torna, perché in altri Paesi non si parla più di questo. E anche in Biennale fortunatamente non se ne parla proprio, visto che in ogni direzione si guardino i suoi settori, i suoi festival, le sue mostre, l’orizzonte è connotato fortemente dal tratto femminile. Non c’è neanche bisogno di dirlo qui, è un fatto normale, acquisito.
La cosa che da regista percepisco è che a noi uomini spesso basta essere bravi e talentuosi, mentre per le donne non è sufficiente. Le donne devono sempre riuscire in qualche modo a scardinare vecchi linguaggi portandone di nuovi, solo così riescono ad affermare la loro presenza. Non è una questione di talento o bravura, ma si tratta proprio dell’essere creatori di nuove prospettive. Nel nuovo millennio questo delicato compito è affidato a loro, basta guardare le statistiche. In Biennale portiamo registe che con i loro linguaggi stanno aprendo nuove discussioni, nuovi confronti.

È ora di entrare nella Biennale Teatro 2017. Attorno a quali linee di fondo ha articolato il programma?
Non mi soffermo sui nomi, perché aprirei una parentesi troppo lunga, però devo dire che per la prima volta in Biennale mettiamo “in mostra”, nel senso che abbiamo voluto assolutamente evitare il ‘supermercato’ o la clonazione di altri festival, dove girano sempre gli stessi nomi. Non è perché ci sentiamo migliori di altri; semplicemente abbiamo pensato che la Biennale debba essere qualcosa di unico. Ci siamo sforzati di portare figure che stanno segnando, come dicevo prima, nuove tracce di teatro in tutta Europa, in particolare nei Paesi dell’Est.
La vera unicità di quest’anno è l’essere riusciti a creare per ogni regista una vera e propria personale, portando due o tre spettacoli, anche se è uno sforzo incredibile. In questo modo lo spettatore, l’addetto ai lavori, o l’attore stesso che viene a seguire il Festival, hanno la possibilità di penetrare all’interno di un processo creativo, di capire perché a volte dello stesso regista alcuni spettacoli ci piacciono e altri no. Non è una questione estetica, ma un fattore legato al processo creativo.
Cercare di mettere in mostra i registi e il loro processo creativo è quindi il tema fondamentale della ricerca che perseguiremo nell’arco dei quattro anni, creando personali che abbiano un valore non solo d’intrattenimento, ma anche di educazione a un nuovo linguaggio. Ovviamente la Biennale non aveva bisogno di me per fare ciò, perché l’ha sempre fatto, ma questo per me significa mettersi al servizio della Biennale. Lo sto notando anche nel Festival di Danza, che in questi giorni ho l’opportunità di vivere da vicino. Io e Marie Chouinard abbiamo un po’ lo stesso sentire: mettiamo quello che siamo al servizio della Biennale perché possa rappresentarci, e questo mi piace molto.

therage_natalia_kabnow_55.jpgIl Leone d’oro è stato assegnato quest’anno a una scenografa, Katrin Brack. Quali le ragioni della scelta?
Il punto forte del lavoro che faccio, del mio essere regista e quindi direttore artistico, è quello di credere fortemente nella drammaturgia. Quando parlo di drammaturgia non intendo solo il testo, ma la totalità del lavoro del processo creativo, dalla scelta delle luci ai costumi; non è estetica, è scrivere per il palcoscenico. Anche la scenografia è scrivere per il palcoscenico, soprattutto quando non è un elemento estetico, ma un valore aggiunto al testo.
Per il primo anno mi sono sentito in dovere di sottolineare il fatto che tutti gli artisti che mettono il proprio talento a servizio di un regista sono ‘scrittori’ di uno spettacolo, non sono solo le parole a costituire la scrittura: si parte dal testo per poi scrivere per quel grande luogo che è il Palcoscenico. Quindi alla Biennale, per la prima volta se non vado errato, il Leone d’oro viene assegnato a una grandissima scenografa, Katrin Brack. È stata una scelta quasi istintiva, perché in Germania avevo visto alcuni spettacoli che mi erano piaciuti molto e di cui desideravo invitare i registi, quando mi sono reso conto che in tutti erano presenti le sue scenografie. La sua scrittura scenica è incredibile, sta condizionando le nuove generazioni. Quindi in realtà la Brack sta tracciando un nuovo linguaggio nel teatro ed è bello e doveroso poterle dare un simile riconoscimento.   

E del Leone d’argento cosa ci dice?
La scelta di Maja Kleczewska segue un doppio binario, perché mi sono avvicinato a lei, anche grazie al mio drammaturgo, osservando le sue grandi operazioni sulla Jelinek. I suoi spettacoli storici più importanti sono infatti tutti su testi di Elfriede Jelinek, drammaturga austriaca, premio Nobel. Ho trovato interessante che una ragazza polacca si prendesse la responsabilità di mettere in scena questi potentissimi testi. Credo che tra Maya e Jelinek ci sia un legame molto forte, soprattutto perché Maya riesce ad aggirare i testi e ad aggiungere una personale scrittura scenica alle parole della Jelinek, creando delle operazioni che non hanno paura di suscitare una discussione seria. Quello della Kleczewska è un teatro che serve ancora a creare dibattito, confronto. Per l’età che ha Maya – credo che ora abbia quarantadue anni – e guardando al suo passato, non poteva che essere un Leone d’argento, premio importante e quanto mai meritato, anche considerando la Polonia di oggi, dove è riuscita a farsi valere nonostante difficoltà politiche molto chiare sul territorio.

Prima ha citato Basilea. Ci sono stata di recente e mi ha colpito tantissimo il teatro multisala, cosa qui da noi quasi impensabile. Nei prossimi quattro anni porterà un’idea di questo tipo, cioè una rappresentazione in parallelo di vario genere, o vedremo sempre un filone ‘unico’?  
I miei colleghi sono stati già grandissimi in questo senso, perché in Biennale il teatro multisala c’è. Io personalmente amo moltissimo la concentrazione, quindi sono per il multisala, sì, ma senza dispersione, perché per me lo spettatore deve ‘lavorare’; non può vivere il teatro solo come intrattenimento, soprattutto una Biennale. Lo spettatore deve essere consapevole che quando viene alla Biennale sta dedicando del tempo a se stesso, e questo è un lavoro. Ho cercato di concentrare il Festival il più possibile in Arsenale; quest’anno non ci saranno molti spettacoli, uno o due al giorno, proprio per permettere un respiro un po’ più calmo. Prenderemo in considerazione in seguito se sia il caso di aggiungerne altri. Bisogna avere il tempo per capire, per respirare, per discutere di quello che si vede e, magari, ricavarsi del tempo per tornare. A me sta capitando con la Biennale Arte: è la quarta volta che la vedo e ogni volta la comprendo meglio. È necessario avere e dare questo tempo al pubblico. Il Festival è un po’ più lungo rispetto agli altri anni semplicemente perché, come dicevo, abbiamo cercato di non programmare più di due spettacoli al giorno, anche in conseguenza dell’idea delle retrospettive: è difficile che un artista riesca a mettere in scena due spettacoli nello stesso giorno, soprattutto se ha lo stesso cast di attori.

therage_natalia_kabnow_174.jpgIl suo lavoro per Biennale College.
Il primo anno è stato veloce; non volevo assolutamente cancellare il lavoro del mio predecessore, perché secondo me ha dato il via a qualcosa che diventerà sempre più importante nel tempo. Quello che a me premeva come regista, confrontandomi con il teatro d’Europa, era cercare di capire dove sono i nostri giovani. Faccio un esempio su tutti: sta spopolando in questo momento Simon Stone, regista e drammaturgo di soli 32 anni, sul mercato da quando ne aveva 25 o 26. In molte strutture teatrali europee ci sono spesso registi giovani, sui trent’anni; io lavoro a Basilea e in Germania e sono considerato un regista anziano giustamente, perché ho 50 anni, mentre qui da noi in alcuni casi sono ancora un enfant prodige! Per me dunque era importante aprire uno sguardo deciso sui giovani. Così in stretta collaborazione con Baratta, cui sta molto a cuore il tema della formazione, abbiamo costruito un bando under 30 rivolto ai registi italiani – ma ci apriremo presto anche al mondo – per tentare di trovare un giovane che in futuro possa raccontare e rappresentare il nostro Paese. Proseguiremo anche con i College così come si sono svolti negli anni passati, solo che saranno più lunghi, in modo che il collaboratore scelto dal Maestro – non voglio chiamarlo allievo, perché sono tutti professionisti – abbia modo di comprendere che non si trova lì per ricevere passivamente un insegnamento, ma che spetta a lui osservare il lavoro di chi insegna e cercare di capire dove trovare il suo fuoco, la sua persona. Perché tutto ciò si compia occorre un po’ più di tempo, ma, anche se dieci giorni sono sempre pochi, credo che un minimo di collaborazione possa comunque nascere. Abbiamo dato un unico tema, cosicché i Maestri possano lavorare nella stessa direzione e, alla fine, le restituzioni permettano anche al pubblico di assistere al processo creativo.

Lei ha messo in scena anche dei classici, vedi Natale in Casa Cupiello. Sarebbe bello vedere alla Biennale anche qualche ‘classico’ rivisto sotto una luce contemporanea, non crede?
Qualcosa quest’anno in Biennale c’è. Ad esempio un Molière rivisto con uno sguardo nuovo...
Questo è anche un po’ il compito che mi darò. Siamo in un momento storico importantissimo, che non dobbiamo lasciarci scappare. Quello che a me interessa di più è riuscire a capire cosa ancora sia il Teatro e se ci dobbiamo continuare a porre questa domanda, perché ci sono stati tanti scardinamenti. La cosa da considerare è che nonostante tutto si stia tornando a un teatro di drammaturgia testuale, forse perché si è voluto appunto scardinare talmente tanto che ora si avverte la necessità di tornare al punto di partenza.
La discussione più importante in questi ultimi anni è sul fatto che “non ci sono più registi”. Non è vero. Diciamo che bisogna capire che cos’è un regista. C’è differenza tra un regista e un uomo di teatro che “mette in scena”. Il regista deve farci vedere il suo punto di vista – su cui poi magari non ci troveremo d’accordo –, altrimenti stiamo parlando di mettere semplicemente in scena un testo per come è scritto, che va benissimo lo stesso, intendiamoci. Ma io sono affascinato dal conoscere le ragioni che spingono un regista oggi a scegliere di mettere in scena Natale in Casa Cupiello. Ovviamente non con l’intenzione di farlo allo stesso modo di Eduardo, che nessuno sarebbe mai in grado di eguagliare. Quindi per quale motivo prendo un testo contemporaneo e decido di metterlo in scena così? Questa è la responsabilità del regista.
Ronconi ad esempio è stato un creatore ‘architettonico’ della lingua italiana, ha inventato una “modalità del dire”. Togliendo il bel canto nella nostra recitazione ha trovato una nuova modalità di esprimere la parola; queste sono creazioni di linguaggi, e infatti i grandi Maestri restano tali per quello, non solo perché al loro tempo hanno scardinato, ma perché hanno proprio creato nuovi linguaggi.

no42eldorado_tiit_ojasoo10.jpgHa mai lavorato nella regia di un’opera lirica?
Da ragazzo, ma ero troppo stupido per affrontare l’opera, perché vivevo ancora di idealismi – volevo il mio tempo, il mio spazio… –, invece l’opera possiede un meccanismo proprio, in cui bisogna saper entrare per poter fare qualcosa di serio. Io forse ero ancora troppo presuntuoso e credo di aver fatto anche qualche grosso strafalcione. Però ci sto tornando, anche se in modo completamente diverso, perché ho scoperto che in realtà c’è spazio di racconto, che è quello che a me manca come regista. Mi capita a volte di trovarmi solo a coordinare le cose, mentre avverto il bisogno di uno spazio di racconto che nell’opera esiste. Farò Cenerentola a Basilea, e poi piano piano riprenderò…

La sua Venezia.
Premetto che io sono un amante di questa città e tutte le volte che potevo sono venuto a vedere la Biennale, anche da ragazzino, facendo l’autostop, indebitandomi, dormendo negli ostelli, e quindi so che questo è un luogo guida e che lo è stato per molti di noi. Parlo di tutta la Biennale, dall’arte all’architettura: è un appuntamento che chi fa teatro non può mancare. Se non sei curioso di venire a vedere quello che succede a Venezia vuol dire che non stai studiando veramente, perché è davvero un’occasione rara di assorbimento del sapere che scorre nelle vene del mondo.
Detto questo, quando mi ha chiamato Baratta, lo dico senza vergogna, è stata una sorpresa, non me lo aspettavo. E il fatto che mi abbia chiamato esclusivamente per il mio lavoro è un qualcosa di straordinariamente importante per me. Lavorare qui significa confrontarsi con qualcosa di caro, che è la memoria: ci si confronta con quello che siamo stati in rapporto con la tradizione, che è il grande tema su cui si continua a discutere. La tradizione è il trampolino per poter andare avanti; non è clonazione, non è fare sempre le stesse cose, immancabilmente uguali in modo che il pubblico non si spaventi. La nostra grande tradizione deve essere l’opportunità che ci permette di andare oltre “l’orticello di casa nostra”, e credo che questo confronto con la memoria a Venezia sia fortissimo.

no43filthtiit_ojasoopressifoto7.jpgQuindi Venezia sa ancora essere fonte di ispirazione?
Venezia sa ancora essere fonte di ispirazione se si vuole che lo sia, altrimenti la troppa bellezza acceca. Se ci si ferma a quello che c’è, non si fa più niente, perché c’è talmente tanto! Dipende dalla voglia di riuscire ad abbracciare la città per poi poter andare altrove, dipende anche dagli uomini secondo me. Però il rapporto con Venezia è unico: quando cammini, quando senti parlare le persone… Alcune volte avverti anche che la città è ostile, che c’è stanchezza, data forse dalla ripetitività, dal ‘rituale’ del turismo, mentre non ci rendiamo conto che il turismo è proprio ciò che ci deve raccontare nel mondo.
Quando arrivo qui entro in luogo di astrazione positiva, perché Venezia ti astrae da ciò che non ti serve e ti permette di concentrarti su te stesso, di andare oltre te stesso. L’astrazione è una condizione ideale per essere creativo. Forse è un concetto troppo artistico, ma credo che anche il turismo possa rientrare in una sorta di astrazione che dovrebbe essere anche in grado di portare via con sé. Non è solo perché “non c’è il rumore delle macchine”, c’è qualcos’altro nell’ascolto. È una particolare capacità di ascolto che Venezia richiede, un ascolto che cambia il rapporto con i sensi.

«45. Festival Internazionale del Teatro»

25 luglio-12 agosto 2017 

vari luoghi a Venezia

www.labiennale.org