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Home arrow ART arrow [INTERVISTA] L'ordine del tempo. Karole Vail alla direzione della Collezione Peggy Guggenheim
[INTERVISTA] L'ordine del tempo. Karole Vail alla direzione della Collezione Peggy Guggenheim
Written by Massimo Bran e Mariachiara Marzari   

_dsc5832.jpgInutile dire che la somiglianza impressiona. Vedere al timone della Collezione Peggy Guggenheim un’erede di Peggy che la ricorda proprio nelle sue sembianze come minimo fa un certo effetto.

Karole Vail è in questi giorni protagonista di un avvicendamento che dire storico è davvero poca cosa, visto che immaginare la Fondazione senza la presenza del suo fondatore – in quanto museo aperto al pubblico – Philip Rylands, beh, fa quanta e più impressione del ritorno al dna di famiglia. 
Incontriamo la cordialissima nuova direttrice di questo straordinario museo dell’arte novecentesca a pochi giorni dal suo insediamento nei suoi “nuovi” uffici per un viaggio che non può non attraversare i fili della memoria, dei suoi ricordi in questa casa che lei ha vissuto sin da bambina in mezzo alle meraviglie che conosciamo. Un viaggio che, naturalmente, attraversa il suo mondo, le sue predilezioni, le sue idee, le sue visioni per il futuro di questo scrigno dell’arte unico.

 

Inevitabilmente non possiamo che iniziare dai suoi legami con la casa-museo. Peggy Guggenheim raccontata da Karole Vail nei suoi più stringenti ricordi.
Pensando alla casa, mi ricordo benissimo quando mangiavo da piccola nella sala da pranzo; farlo circondata da quei quadri era piuttosto impressionante. Il tavolo stretto, da cui potevo osservare i lavori cubisti dei più grandi artisti al mondo, rappresenta per me un ricordo che conservo con tantissimo piacere. Esistevano anche quadri che mi piacevano molto meno; penso alla camera da letto, piena di opere surrealiste che mi facevano una paura da matti. Sia da bambina che da adolescente, averli sopra la testa non mi permetteva di dormire sempre bene… Ricordo poi il giardino, in particolare la bellissima scultura di Jean Arp (Anfora-frutto ndr.), sulla quale a me e mia sorella era permesso salire come fosse un cavalluccio. Non essendoci molti giocattoli per bambini, si utilizzava quello che c’era e che ovviamente era permesso toccare.
Un ricordo meraviglioso sono i giri in gondola fatti con Peggy lungo i canali della città. Meno divertente, a quell’età, era scendere da quella gondola per visitare chiese e dover poi fare il resoconto di ciò che avevo visto a mia nonna, che quasi sempre rimaneva ad aspettare in gondola. Mi dava qualche moneta per accendere la luce che illuminava le tele e per me era impegnativo capire chi fosse il pittore; all’epoca aiuti tecnologici non esistevano. Ho incontrato così artisti come Carpaccio, Bellini o Tintoretto, in un’educazione informale ma molto efficace. Ricordo anche i giri in motoscafo, ovviamente fuori, in laguna, più che non in città. Il romanticismo della gondola cedeva il passo al futurismo del motoscafo, uno splendido Riva. La cena si consumava spesso in salotto, dove ricordo un piccolo tavolino blu per due persone che quasi si affacciava sul canale.

santomaso_vita_segreta.jpgMolti ricordano una casa aperta, frequentata.
So che negli anni ‘50 e ‘60 la casa era sempre molto affollata. Poi sempre meno, come si può capire anche da quello che Peggy scrive nei suoi libri. Quando venivo io, da sola o con i miei genitori e mia sorella, la casa non era particolarmente frequentata, a parte qualche ospite sporadico; erano momenti riservati alla famiglia, a una dimensione più intima, poco mondana.
Tra gli artisti ricordo di aver visto spesso Santomaso. Non sono in grado di individuare altre personalità artistiche che potrei aver conosciuto lì. Le vedevo come persone anziane, tutte più o meno uguali, che ovviamente venivano per stare con Peggy, riservandomi comprensibilmente scarsa attenzione.

La sua attenzione agli artisti, oltre che alle opere, pare segnare in modo indelebile il legame con Peggy Guggenheim. Quali elementi fondamentali della sensibilità artistica di Peggy ritiene siano un’eredità assoluta e imprescindibile?
Sicuramente la passione, assieme ad un’inesauribile curiosità. Penso poi alla sua capacità di ‘guardare’ con la stessa attenzione a ciò che c’era di nuovo e assieme a ciò che invece ha fatto la storia, recente o meno recente, intesa sempre come parte di un tutto e mai a compartimenti stagni. La cosa più importante per lei era aprire le porte della casa al pubblico, casa che all’epoca non era ancora museo e che quindi era espressione tangibile della voglia di mostrare ai propri ospiti tutta se stessa, con pregi e difetti.
Ora che la casa è diventata museo, mi preme che il pubblico coinvolto sia sempre più vasto ed eterogeneo. A lei piaceva intrattenersi con il pubblico, rimanere seduta nelle sale a osservare; il museo apriva tre pomeriggi alla settimana ed era gratuito, mentre il catalogo era in vendita.
La missione della sua vita era la costruzione di una Collezione assolutamente aperta a tutti, rivolta ad un grande pubblico che superasse la cerchia degli amici o degli stessi artisti esposti. Credo che questa generosità rappresenti uno degli aspetti più genuini del suo carattere, il presupposto che ha reso possibile la nascita di una Collezione tanto ricca e interessante, viva e aperta.
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In quale momento si è fatto sentire in lei il richiamo prepotente del dna di famiglia?
Non prestissimo e forse inconsciamente. O magari era vivo da qualche parte da sempre, chissà; davvero difficile isolare un momento preciso. Ho sempre respirato questa Collezione e da sempre l’arte per me è fonte di immenso interesse.

Quali gli artisti della Collezione che più aderiscono alla sua idea di arte?
Penso che tutti, o quasi tutti, aderiscano in pieno alla mia idea di arte. Ovviamente ho i miei preferiti, come i cubisti francesi della sala da pranzo o i futuristi italiani quali Severini o Balla. Penso alle opere di de Chirico o ai primi lavori dell’Espressionismo americano di Motherwell e Rothko, o ancora alla gran quantità di Pollock che abbiamo la fortuna di poter ammirare, nonostante Peggy ne abbia regalati in passato poco meno di 20, quando non suscitavano tanto interesse come oggi. Le opere di Mondrian sono straordinarie, come immensamente affascinanti sono i lavori di Alexander Calder. La luminosità dei quadri di Tancredi è eccezionale, così come il rapporto che lo legava a mia nonna, che lo ha sempre sostenuto, offrendogli anche uno studio proprio qui, negli spazi della Collezione.

Da qui ai prossimi anni esiste un quadro che Karole Vail vorrebbe assolutamente aggiungere alla Collezione? Ad una domanda simile, l’ex direttore Rylands fece riferimento agli orecchini tanto inseguiti e poi infine acquisiti…
Sì e no, nel senso che considero la Collezione perfetta e sotto molti aspetti compiuta. Ma se fossi stata al posto di Peggy forse avrei incluso tra questo fiume di capolavori opere dell’artista ungherese László Moholy-Nagy. Ovviamente mi rendo conto di quanto sia facile parlare a posteriori e di come invece Peggy in alcuni casi sia davvero stata preveggente nell’intuire la direzione che l’arte poi avrebbe puntualmente imboccato. Comunque sia Peggy, non collezionò mai sue opere nonostante l’artista ungherese fosse stimato da uno dei maestri assoluti di mia nonna, Sir Herbert Read. Molto probabilmente Peggy e Moholy-Nagy non si incontrarono a Londra. Quando l’artista ungherese si trovava lì, infatti, Peggy non aveva ancora aperto la sua galleria Guggenheim Jeune, che inaugura nel gennaio del 1938. Nel 1937 Moholy-Nagy arrivò negli Stati Uniti, non a New York ma a Chicago, palesando una visione dell’arte che non si coniugava propriamente con quella di Peggy.
Lei stessa in alcuni casi ha manifestato dispiacere per non essere riuscita ad acquisire un determinato quadro, o magari pentimento per aver venduto un’opera che a posteriori non avrebbe ceduto. Sarebbe del resto inquietante se tutto fosse andato alla perfezione…
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Da curatrice a direttrice. Come vive questo cambiamento e come immagina questo percorso? Esiste un filo rosso capace di unire i due ruoli?
Conosco diversi curatori che sono diventati direttori, per certi aspetti quindi considero la cosa abbastanza naturale. Lo stesso Richard Armstrong, direttore del Museo Solomon R. Guggenheim di New York, era un curatore in precedenza.
Un tratto di continuità esiste di sicuro. Cambiano ovviamente le cose di cui mi dovrò occupare, dovendo probabilmente delegare ad altri degli aspetti che precedentemente mi coinvolgevano in prima persona.
So di poter contare su uno staff di livello assoluto, che ha fatto le fortune di questa Collezione, rendendola quella che oggi è. Delegare non mi farà ovviamente sentire meno coinvolta, anzi: sono convinta che questo aspetto rappresenti l’essenza del nuovo ruolo che andrò a ricoprire.

Passaggio di testimone. L’esperienza direzionale di Philip Rylands e della sua squadra ha trasformato la Collezione Peggy Guggenheim negli anni da casa a museo, sapendosi trasformare in luogo di produzione culturale e di aggregazione intergenerazionale, con un pubblico sempre più vasto, aperto alla città e al mondo, diventando luogo iconico per Venezia e per chiunque la visiti. Quale direzione e quali nuove sfide per il futuro?
Nella prossima intervista potremo di sicuro aggiornarci meglio in tal senso. Sono convinta di ereditare una situazione che ci fa guardare al futuro con tanto ottimismo e la mia volontà è ovviamente quella di costruire nuovi successi che si vadano a sommare a quelli numerosi e importanti degli ultimi anni. Per rendere possibile tutto questo è fondamentale confermarsi, non indietreggiare rispetto ai risultati ottenuti da Philip Rylands.
Siamo il secondo museo più visitato a Venezia; il proposito è ovviamente quello di diventare il primo, senza esasperare una competitività che non deve diventare ossessione, ma invece sana voglia di migliorare, giorno dopo giorno, raccogliendo le sfide del quotidiano. Sono felice di come la Collezione venga considerata. Dobbiamo rimanere dinamici per poter coinvolgere il più ampio pubblico possibile, penso ovviamente e soprattutto alle nuove e nuovissime generazioni. In quest’epoca in cui si è sempre più abituati a volere tutto e subito, il pubblico con cui abbiamo a che fare è giustamente esigente; noi dobbiamo capirne le necessità e cercare di intercettarle rimanendo fedeli a noi stessi.

Quale il rapporto tra Karole Vail e l’arte contemporanea?
Il mio orientamento professionale mi ha portato a studiare l’arte del Novecento, raramente mi capita di avere a che fare a livello professionale con artisti viventi. È un mondo che naturalmente mi interessa, frequento mostre e gallerie pur non trovandomi nel mio ambito specifico di studio e lavoro. Quello che posso dire è che sono contenta che sempre più artisti decidano di occuparsi di tematiche legate al sociale e all’ambiente; credo che non farlo voglia dire isolarsi da un mondo che sta attraversando una fase per certi aspetti difficile, ma che rappresenta di fatto la realtà con cui fare i conti quotidianamente e che non può essere ignorata. Questo rinnovato approccio “sociale”, aperto alla complessità del vivere contemporaneo è un motivo di risveglio nel fare arte che considero assolutamente positivo. Da non dimenticare, tuttavia, all’interno del contemporaneo la componente estetica. L’arte contemporanea è certo elemento necessario in una collezione, penso tuttavia che il nostro pezzo forte sia rappresentato dagli esponenti della scena artistica del Novecento. Questo è il nostro tratto identitario e su questo dobbiamo continuare a indagare e scommettere.
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La Venezia dell’infanzia e la Venezia di oggi. Quali i ricordi indelebili della città e quali gli elementi che ora la colpiscono?
So che sembrerò banale, ma Venezia rimane sempre bellissima. Sono venuta qui molte volte e mi è anche capitato di mancare per periodi di tempo piuttosto lunghi, ma il risultato non cambia: ogni volta rimango a bocca aperta, al cospetto di tanta bellezza non ci si abitua mai, per fortuna!
Vedo una città che negli ultimi anni è migliorata, anche sotto l’aspetto del decoro e della pulizia, che conserva la magia di affiancare posti molto affollati ad angoli poco conosciuti in cui poter godere del silenzio e di scorci impareggiabili. Però ci vorrebbe comunque molta più cura da parte di tutti verso questo fragile capolavoro dell’umanità. Voglio quindi anch’io, nel mio piccolo, prendermi cura di questa città al massimo delle mie possibilità, mantenerla il gioiello che secondo me è e che spero possa continuare a essere, a patto che venga protetta.
Come Collezione ovviamente guardiamo al grande pubblico, ma credo che in questo momento si corra il serio rischio di diventare ‘vittime’ del grosso riscontro che la città riscuote a livello turistico, con numeri sempre più imponenti, forse sin troppo. Un tema difficile quello dei grandi numeri che attraversa tutte le città del mondo a vocazione turistica. La differenza è che questa città è unica anche nella sua delicatezza e fragilità. E in questo senso chiede ancora più concentrazione, più elaborazione, più risposte e idee nel governo di queste masse sempre più crescenti, da cui comunque, nel bene e nel male, tutti noi dipendiamo.


Collezione Peggy Guggenheim

Ca' Venier dei Leoni, Dorsoduro 701

www.guggenheim-venice.it

 
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