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L’arte ai tempi della “società liquida”. Alamak! nuovi talenti dal Sud dell’Asia agli Arsenale Docks
di Marisa Santin   
kawita-2.jpgNel tragitto tra l’Arsenale e i Giardini vale la pena fare una piccola deviazione, percorrere tutta la Fondamenta di Sant’Anna e attraversare il ponte fino ai Docks di San Pietro di Castello, un’area cantieristica ristrutturata e restituita da alcuni anni a spazio espositivo urbano. Oltre all’Evento Collaterale della Catalogna (Blindwiki, un network di registrazioni e informazioni geo-localizzate sulla città per utenti ciechi e ipovedenti), questo luogo affascinante e ricco di memorie industriali ospita fino al 24 settembre Alamak! Project in Venice. Islands in the Stream, ideato e prodotto in collaborazione con il Concilio Europeo dell’Arte - fondazione per la creazione e realizzazione di progetti culturali e artistici -, una mostra multimediale che presenta opere di talenti emergenti della scena artistica asiatica. Talent scout e curatore della mostra, Yoichi Nakamuta ci accompagna fra le opere degli artisti da lui selezionati: «Ho iniziato a lavorare a questo progetto tre anni fa su commissione del governo di Singapore, che mi ha chiesto di esplorare e promuovere il nuovo panorama artistico del sud-asiatico.

 

La prima tappa è stata nel 2016 alla Triennale di Milano, dove abbiamo presentato un gruppo di autori che si muovono sul confine tra arte e design. Quest’anno siamo a Venezia, in occasione della Biennale, con 5 proposte provenienti da Thailandia, Giappone, Filippine e Corea del Sud».

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Alamak”, il nome del progetto nel suo complesso, è una parola di origine araba, usata diffusamente come esclamazione di sorpresa nel gergo colloquiale malese e in molti altri paesi asiatici. La seconda edizione aggiunge un sottotitolo, Isole nella corrente, che vuole essere un omaggio a Venezia oltre che un rimando alla “società liquida” descritta da Zygmunt Bauman. Stefano Casciani, scrittore, filosofo e co-curatore del progetto descrive Alamak! come un «grande ambiente abitativo dove la funzione principale è creare nel pubblico dei visitatori positive inquietudini e incertezze».

 

Un omaggio ad alcuni artisti asiatici, dunque, ma anche un’occasione per l’osservatore «di vedersi riflesso non solo nella personale nevrosi dell’artista, ma in oggetti che a lui richiedono una forma di partecipazione». Cercare di conoscere l’arte contemporanea asiatica attraverso le opere di una piccola rappresentanza di artisti così distanti e diversi tra loro è come avere la visione di un bosco osservandone solo qualche foglia, ma è questo l’approccio che il nuovo “paesaggio liquido delle cose” ci impone.

 

Fra le opere esposte, i video di Kawita Vatanajyankur colpiscono immediatamente per la loro forza espressiva. Kawita è una giovane video-artista thailandese che si è formata a Melbourne in Australia. Il linguaggio con cui ha deciso di esprimersi è quello del corpo e nei suoi video è lei stessa a esibirsi in posizioni fisse, trattenute, che lasciano intuire la difficoltà e la sofferenza di lunghe sezioni di posa.

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Le immagini nitide e luminose del suo corpo, legato e sospeso sopra cesti di frutta, si alternano ad altre in cui il movimento si fa frenetico, sincopato e ripetitivo: l’artista appoggiata in orizzontale su un perno diventa l’asse di una bilancia da cui pendono due canestri pieni di ortaggi (Scale of Justice); il suo volto in primo piano, di profilo, un imbuto in bocca mentre qualcuno fuori inquadratura continua a versare acqua (Poured)…

 

Dietro l’estetica perfetta e accattivante, che attinge ironicamente al linguaggio visivo della rete, si nasconde un messaggio sociale che è sempre centrale nell’arte di Kawita: «I video sono documenti delle mie performance. Metto in scena i mercati rionali tailandesi, dove la povertà e il lavoro estenuante e ripetitivo della popolazione è sotto gli occhi di tutti. La bilancia, un elemento che rappresento spesso, rimanda a una giustizia che manca nella nostra società. La mia fatica nel riprodurre queste pose ha lo scopo di avvicinarmi alla loro fatica, ma è anche un modo per dare una misura del valore del loro lavoro, che solitamente non viene considerato».

 

imgl8453.jpgThailandese è anche Anon Pairot, la cui arte si concentra sulla presa di coscienza delle persone nei confronti dei loro stessi desideri. Oggetti e beni considerati status symbol, come auto e accessori di moda, vengono trasformati da Pairot in modo da svelarne l’aspetto effimero. Lo incontriamo di fronte alla Chiangrai Ferrari, una riproduzione in scala reale dell’automobile più famosa al mondo: «Ho cominciato a lavorare a questo progetto tre anni fa, chiedendo a un gruppo di artigiani di Chiang Rai, una città nel Nord del Paese, di scegliere un oggetto da realizzare con i materiali naturali, perlopiù bambù e rattan, che loro solitamente usano per produrre ceste o altri souvenir per turisti. Provengono da famiglie povere, non hanno studiato, non possiedono niente, non sanno niente di business o di economia, ma sanno cos’è una borsa di Louis Vuitton o una Ferrari. Sono simboli di un sogno che non potranno mai realizzare, sono ciò che essi credono di desiderare. Ma quali sono le loro reali necessità? Hanno una vera coscienza dei loro desideri? Le loro proposte riguardavano solo oggetti di lusso e alla fine si sono decisi per la Ferrari. Un’ingenuità che può farci sorridere, ma per loro è una questione seria. Vedono in questi oggetti il simbolo di una vita migliore, di un sogno. Inizialmente non è stato facile: oltre alle difficoltà pratiche, hanno dovuto superare la resistenza degli altri membri della comunità che ridicolizzavano il progetto. Ma alla fine hanno portato avanti la loro idea e hanno lavorato insieme per realizzarla. Ora ne sono molto orgogliosi».

 

In un’altra sala incontriamo Kenjiro Matsuo dell’Invisible Design Lab. A Venezia il collettivo di compositori, artisti visivi e tecnici informatici giapponesi presenta KO-TONE, uno strumento-scultura in legno che, azionato dal pubblico, funziona come dispositivo per la riproduzione di suoni: «Sperimentiamo nuovi modi di unire musica e arte attraverso oggetti, sculture musicali.

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Questa struttura che presentiamo ad Alamak! è fatta di legno di Hinoki, un cipresso tipico del paesaggio giapponese. La pallina colpisce le assi della scala a spirale e la lunghezza degli scalini determina ogni specifica nota. Si tratta di conformare la forma al suono». Nella stessa sala, la scultura-strumento di Matsuo dialoga con le forme tubolari realizzate dal coreano Kwangho Lee utilizzando combinazioni di materiali quali marmo, rame e acciaio, mentre all’esterno il designer filippino Gabriel Lichauco ha creato il Magazine Lounge, un ambiente in cui rilassarsi seduti nella terrazza che si affaccia sul Canale di Sant’Anna, un luogo aperto, spontaneo e minimale dove è possibile consultare diverse riviste asiatiche di arte e design.

«Alamak! Project in Venice. Islands in The Stream»
Fino 24 settembre 2017

Arsenale Docks, San Pietro di Castello 40 - Venezia

www.alamakproject.com