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[INTERVISTA] Chiave di (s)volta. Incontro con Alfred Milot Mirashi
di Massimo Guastella   

mik_7490.jpgIn una Pietrasanta, nota come centro mondiale della lavorazione artistica del marmo e del bronzo, ma soprattutto a pieno titolo chiamata “la città degli artisti” per le sue vie che offrono un’esposizione permanente a cielo aperto di opere d’arte, si inaugura il 29 luglio Know la personale di Alfred Milot Mirashi, le cui sculture iconiche sono segni tangibili di un contemporaneo in cui la storia, l’arte e la realtà del vissuto si intrecciano e si fissano nella materia.

 

L’artista albanese (nasce a Milot, distretto di Kurbin, nel 1969), dopo aver frequentato liceo artistico a Durazzo, nel 1991, periodo del grande esodo albanese, approda a Brindisi. Inizia a percorrere la penisola italiana risiedendo prima a Napoli e giungendo, infine, a Milano dove, nel 1995, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera, il suo sogno di studente d’arte.

 

Durante il periodo di formazione, nel 1997, vince la borsa di studio Socrates Erasmus della University of Art & Design di Loughborough in Inghilterra. Due anni dopo consegue il diploma in Pittura presso l’Accademia di Brera. Il 2003 è un anno significativo sia dal punto di vista espositivo che da quello stilistico, grazie alla personale Le Veneri di Milot, tenuta presso il Maschio Angioino di Napoli. Per l’occasione Milot espone una serie di grandi tele intitolate Angolo del Mediterraneo, che propongono un dialogo tra la cultura popolare albanese e la memoria storica del Mediterraneo. La sua cifra stilistica si precisa con la serie Passepartout, costituita da chiavi distorte dalla forte valenza simbolica: rappresentano, infatti, la possibilità di apertura, di abbattimento delle barriere e del superamento dell’ostilità verso ciò che è avvertito come ‘diverso’. Nel 2008, la carriera dell’artista varca la soglia dell’internazionalità, grazie alla mostra Two Takes of Tuscany, tenuta insieme ad Alkan Nallbani presso la Peg Alston Fine Art di New York e curata da James Genovese e seguita, l’anno successivo, dalla presenza nella collettiva 18X18 curata da Charlotte Stein alla Infantellina Contemporary di Berlino. Oramai stabilmente consolidato nel panorama artistico nazionale e internazionale, le sue più recenti mostre si registrano in Cina, dove dal 2016 è docente di Arte e Design all’Università di Shandong, alla Galleria Tornabuoni di Firenze, con la personale Believe, al Palazzo Reale di Torino, con l’amico artista Helidon Xhixha in una doppia mostra personale curata da Anselmo Villata dal titolo Azione e Pensiero. Di prossima inaugurazione – oltre alla personale a Pietrasanta Know, a cura di Fiammetta Galleni – l’installazione Open. Red 2017 nell’ambito della manifestazione {All right?} Arte&Diritti umani nel Comune salentino di Lizzanello. 


Dopo la doppia personale Azione e Pensiero dello scorso anno con lo scultore suo connazionale Helidon Xhixha a Torino, sta preparando la sua prossima mostra a Pietrasanta. Ci racconti questo nuovo progetto.
Per Know, la mostra voluta dal sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni e curata da Fiammetta Galleni, in collaborazione con la Galleria d’arte moderna Open One, esporrò cinque opere pittoriche e scultoree. Si tratta di lavori realizzati negli ultimi cinque anni nel contesto di una mia personale ricerca artistica volta verso un rinnovato linguaggio visivo internazionale.

mik_7370.jpgLa chiave incurvata, torta, è, almeno dal 2012, la sua cifra stilistica distintiva. La chiave quale simbolo di apertura e universalità, emblema del suo peregrinare per il mondo. Nella resa della linea spezzata o flessa di questo oggetto comune sembra, dunque, dischiudersi tutta la sua esperienza di uomo e di artista. Che spazi sta cercando di ‘aprire’ oggi?
La chiave “inutile” è un emblema della società contemporanea, da comunicare collettivamente senza pregiudizi: simboleggia, infatti, il coraggio di aprirsi agli altri, dando loro un’opportunità. Bisogna rendere “utili” queste chiavi, raddrizzarle per aprirci al mondo. Tempo fa il direttore di Mont Blanc me ne commissionò una di due metri; ne ho poi realizzata un’altra ancora più grande, di circa sei metri, per Open 14 al Lido di Venezia, collettiva on air curata da Paolo De Grandis. La scultura che ho realizzato per Lizzanello è una delle più grandi che abbia mai creato (misura, infatti, quasi sette metri), una chiave che porta diritti al cuore, al tema dei diritti umani, nei quali si manifesta la forza e il coraggio dell’uomo contemporaneo al fine di rendere ancora più aperta alle diversità la società del futuro. È appassionante uscire fuori dai circuiti del mercato per produrre opere che stimolano la riflessione critica.

Primatus Petri è un’installazione in cui sulla cattedra pontificia ha posto una chiave. Quale messaggio sottende quest’opera?
Primatus Petri è un’installazione che da tempo avevo in mente e che finalmente ora sono riuscito a realizzare. Volevo esprimere in modo personale una sorta di riconoscenza artistica e quali migliori simboli da richiamare se non la chiave di San Pietro e la sedia papale? In quest’opera ho voluto rappresentare il potere divino della Chiesa e rendere omaggio a Papa Clemente XI, alla nascita Giovanni Francesco Albani, membro di una nobile famiglia urbinate di origine albanese. Allo stesso tempo, il colore bianco della chiave richiama l’abito ecclesiastico del Pontefice: il vescovo vestito di bianco, la veste di luce, che è quel sentimento di speranza straordinariamente incarnato da Papa Francesco. La chiave, consegnata a Pietro da Cristo, immagine del potere divino sulla terra, è uno dei simboli più umanamente potenti della storia, rielaborato e declinato in chiave propria e assoluta dai più grandi artisti italiani ed europei nei secoli.

Nella sua produzione artistica si è occupato sia di pittura che di scultura. Vi è una stringente urgenza espressiva che la porta a preferire di volta in volta l’uno o l’altro, oppure il tutto viene da sé, più o meno casualmente?
È indubbio che oggi l’artista debba avere familiarità con tutte le tecniche espressive. Io, che mi reputo fortunato di vivere da tanti anni in Italia, ho studiato – soprattutto a Brera – sia pittura che scultura ed entrambe sono oggi inseparabili per la mia creatività artistica. Tuttavia anche la fotografia, il video e le nuove tecnologie coinvolgono i miei interessi artistici.

mik_7531.jpgProssimamente si misurerà a Lizzanello con un progetto temporaneo dedicato ai diritti umani. Per lei, che non approccia questo tema da intellettuale e che ha vissuto in prima persona, sulla sua pelle, l’esodo dall’Albania nel 1991 sulle carrette del mare, cosa rappresenta affrontare dopo un quarto di secolo queste esperienze mai come ora così attuali? Cosa ha inteso rappresentare in questo senso con la sua Open. Red 2017?
Innanzitutto penso che il Salento, da Brindisi a Otranto, per me e i miei connazionali rappresenti una seconda patria. Ho costantemente vivo il ricordo di quel 1991, la forza del mio popolo che, come un vulcano, fuggiva dal comunismo spietato che lo aveva messo in ginocchio. Ognuno cercava in Europa la propria libertà personale, un’opportunità, una speranza di vita diversa. Non fu un momento facile, anzi. Non tutti ebbero una giusta considerazione di quello storico esodo, un flusso migratorio premonitore di grandi cambiamenti a livello perlomeno mediterraneo. Per questo la mia opera vuole rappresentare i miei connazionali e tutti quegli emigranti che sono riusciti, non senza sofferenze e privazioni, a consacrare i loro sogni in questa terra piena di cultura millenaria.

 

Ma trovare una chiave di accesso in una nuova comunità è stata dura. Per questo il mio monito a provare sempre a trovare la chiave giusta. Raddrizzarla e renderla utile si può, per accedere e per essere accolti in un’altra società nel rispetto delle diversità e dei diritti di ognuno. Io provo a farlo ogni giorno, sia con i miei lavori artistici, sia come cittadino.

Lo scorso anno è stato invitato, accanto a Melsi Labi, Direttore del Museo nazionale di Tirana, in veste di curatore alla VI Biennale di Fotografia di Jinan, in Cina. Che esperienza è stata?
Io e Mesli Labi, su invito del direttore Zeng Yi e del presidente della Biennale Pan Lu Sheng, abbiamo curato questa grande esposizione di fotografia che vedeva la presenza di molti artisti provenienti da oltre cento paesi del mondo. È stata un’esperienza molto positiva e continueremo a lavorare insieme con grande professionalità artistica. Anche per la buona accoglienza e la disponibilità che abbiamo trovato in Cina.

In base alla sua esperienza, che periodo sta vivendo l’arte contemporanea in Cina? E in che relazione si pone oggi l’arte contemporanea cinese con quella occidentale?
Oggi la Cina è la locomotiva dell’economia mondiale. È l’unico Paese al mondo che investe in tutti i campi, dalle infrastrutture fino ai teatri e ai musei. È un Paese che fa grandi cose e i cinesi sono un popolo grande, ma soprattutto un grande popolo. Credo che sia l’unica Nazione in cui si ha la possibilità concreta di divenire un artista di rilievo internazionale grazie all’aiuto dello Stato, che offre a migliaia di giovani e meno giovani la possibilità di esporre oltre i confini nazionali. A Pechino ho conosciuto molti artisti affermati, a partire, per esempio, da Liu Ruowang, considerato il “Michelangelo cinese”: le sue installazioni sono delle opere impressionanti! Siamo diventati amici e ora, ogni volta che vado in Cina, ho l’opportunità di dipingere e realizzare grandi sculture nel suo studio. Una vera emozione per me. A Shangai ho avuto invece la felice occasione di conoscere Li Lei, originale artista che pratica sia la pittura che la scultura di enorme formato. 
In Cina c’è una grandissima attenzione all’arte contemporanea, sì. A Pechino, a Shangai e in tutte le città culturalmente più vitali sono esposte opere contemporanee negli spazi pubblici e ci sono centinaia di musei e gallerie d’arte. Penso che fra pochi anni i cinesi saranno i più affermati artisti al mondo, perché lì possono sfruttare un collezionismo di arte contemporanea in vorticosa ascesa. Ho avuto la fortuna di conoscere uno dei più famosi collezionisti internazionali, Zang Rui: vive a Pechino, compra solo opere d’arte contemporanea e ha una collezione che io credo sia unica al mondo. Non a caso lo hanno già definito “il nuovo Guggenheim della Cina”.

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In occasione dell’inaugurazione della Biennale di Jinan ha avuto la nomina di professore associato di Arte e Design per tre anni presso l’Università di Shandong. Che esperienza è stata?

Per me è un grande onore far parte di questo progetto dell’Università di Shandong: terrò due o tre sessioni per anno di lezioni di pittura, scultura e arte contemporanea. Devo, a riguardo, ringraziare Zeng Yi, fotografo e direttore della Biennale di fotografia di Jinan. È stata un’esperienza utile e stimolante, con decine di giovani che hanno fame di imparare, di interagire, di confrontarsi con altri stili, linguaggi, metodi di fare arte.

Oramai da tempo è fiorentino d’adozione. Dal suo punto di vista come è oggi la situazione dell’arte contemporanea nella culla del Rinascimento?
Firenze è magica, unica al mondo. Mi trovo molto bene, dipingo tutti i giorni nel mio studio che si trova vicino agli Uffizi e convivo gomito a gomito, di ora in ora, con l’arte. Se penso che ogni giorno posso sfiorare, accarezzare le opere di Cimabue, Giotto, Brunelleschi, Masaccio, Botticelli, Michelangelo… Chi l’avrebbe mai creduto quando studiavo sui manuali di storia dell’arte in Albania? Ogni giorno, ogni ora questo luogo mi arricchisce.

Quali i progetti futuri?
Ce ne sono tanti in cantiere, fra cui una mia personale in un museo d’arte moderna a Pechino nel 2018 insieme al gallerista milanese Matteo Lorenzelli, con il quale porteremo la grande installazione di 150 lupi dell’artista Liu Ruowang a Pietrasanta, dove quest’anno terrò la mia mostra personale.

«Alfred Milot Mirashi. Know»
29 luglio-30 settembre Palazzo Civico, Pietrasanta


www.comune.pietrasanta.lu.it

 
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