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Home arrow CINEMA arrow [VENEZIA74] L'ordine delle cose. Intervista ad Andrea Segre
[VENEZIA74] L'ordine delle cose. Intervista ad Andrea Segre
di Marisa Santin   
973942.jpgRegista da sempre attento al reale, Andrea Segre porta a Venezia un film di forte impronta contemporanea, reso ancora più attuale da fatti di cronaca recente e recentissima, ormai quotidiana. Tra percorsi geografici e personali stanno le storie dei protagonisti, sospesi tra convinzioni intime che le nuove dinamiche sociali sconvolgono.


Con L’ordine delle cose tocchi ancora una volta un tema a te molto caro. Qui, però, attraverso il personaggio di Corrado lo sguardo è spostato dalla parte di un funzionario di polizia…
Lo spostamento di sguardo coinvolge in primo luogo noi stessi. I miei film sono spesso stati definiti ‘film sull’immigrazione’, quando in realtà parlano del nostro Paese e delle trasformazioni che lo hanno cambiato e lo stanno cambiando. Parlare di questo fenomeno come di un concetto esterno alla nostra vita non ha senso. Vorrei che fossimo in grado di vivere questo momento storico parlando di ‘noi’.
Il personaggio di Corrado nasce dall’incontro con tanti ‘Corradi’ veri, persone che ti fanno capire come la complessità della questione sia in forte contrasto con la superficialità che spesso accompagna le dichiarazioni attorno ad essa. Il suo percorso interiore cambia quando si trova coinvolto come persona, prima che come funzionario statale. In quel momento scopre una tensione interna che nasce dall’incontro reale con una persona ‘esterna’.

Il film parla anche della crisi d’identità che l’Europa sembra attraversare, in un epoca che, come tu stesso hai dichiarato, “sembra aver metabolizzato l’ingiustizia”?

Penso che il film parli essenzialmente di questo, di come l’Europa stia disperatamente cercando di tenere lontano da sé una questione che invece la riguarda intimamente, a più livelli. La nostra stessa identità sta cambiando: non può che essere così data la portata del fenomeno, e la cosa peggiore che possiamo fare è proprio non rendercene conto. Il rischio è di arrivare impreparati a quello che la storia ci metterà di fronte giorno dopo giorno. Il film mette al centro questo rapporto tra ‘interno’ ed ‘esterno’, questo alternarsi di prospettiva che continuamente ritorna, senza risolversi. Troppo spesso chi parla di migrazione, a tutti i livelli, lo fa confinando il fenomeno in uno spazio esterno e preoccupandosi solo di delimitarlo. Non ci si rende conto di quanto questo sommovimento di persone e popoli stia modificando il nostro organismo fisiologico e storico.

Quali le tappe durante le riprese del film?
Il film è interamente ambientato tra Italia e Libia. Per motivi di sicurezza non è stato possibile girare in Libia, ma attori e consulenze vengono dal paese nordafricano. La collaborazione con una parte di società libica è stata più che importante. Abbiamo girato a Padova, Roma e sulla costa sud occidentale della Sicilia, nelle zone di Mazara del Vallo e Trapani.

Cosa ti ha guidato nella scelta degli attori?
Di Paolo Pierobon, un fantastico attore che era con me anche ne La prima neve, mi ha colpito soprattutto la capacità di entrare nel ruolo e di lavorare fino a quando il corpo e l’espressione arrivano a immedesimarsi in pieno con il personaggio interpretato. Paolo fatica nel senso buono del termine, attitudine tenacemente coltivata alla scuola di Ronconi. Ho pensato subito a lui per il ruolo di Corrado. Beppe (Giuseppe Battiston ndr) è invece un attore istintivo, che respira il personaggio e lo interpreta immediatamente con esiti di altissimo livello. La nostra ‘fratellanza’ non nasce oggi; a lui mi lega un forte affetto e un senso di comunione, conseguenza di tutti i progetti affrontati assieme e di tutto il sostegno che mi ha sempre saputo regalare. Swada è interpretata dall’attrice anglo-somala Yusra Warsama, cantante, performer e artista poliedrica, nata in Somalia ma cresciuta in Inghilterra. Una commistione vivente tra Africa ed Europa, cosa che l’Italia ancora fatica ad avere, che riesce ad arricchire con la propria cifra stilistica tutta l‘opera. Sua è la voce della canzone finale del film, una ninna nanna somala, accompagnata da Sergio Marchesini, che ha curato tutte le musiche del film.

l_ordine_delle_cose_1.jpgHINTS

BOOK
La banalità del male di Hannah Arendt

MUSIC

Fondamentale nel film è il kanoun, una sorta di arpa da tavolo che si suona pizzicando le corde con le unghie. Un autentico ponte tra Africa ed Europa che nella colonna sonora, composta da Sergio Marchesini, è suonato magistralmente da Sofia Labropoulou.

ART
Non ci avevo pensato durante le riprese, ma vedendo in seguito la locandina realizzata da Marco Lovisatti, che cattura un’immagine del film, mi sono reso conto che inconsciamente mentre giravo avevo in mente Magritte.