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Human Flow. L'impegno civile di Ai Weiwei attraversa le arti
di Anna Trevisan   

p04ydk8p.jpgRaccontare Ai Weiwei è come cercare di imbrigliare a mani nude l’acqua che scorre e volerla separare dalla sua intrinseca natura versatile di liquido, capace di trasformarsi in ghiaccio solido oppure in vapore aereo. Difficile infatti dire se la sua poliedrica personalità artistica nasca dal suo attivismo o se sia invece vero il contrario. Difficile etichettare la sua prolifica e variegata produzione, che si esprime e si è espressa in installazioni, video, documentari, musica, progetti di architettura e di design.

 

Impossibile dimenticare i centomila semi di girasole di porcellana (Sunflower seed, 2010) disseminati alla Tate Gallery di Londra, le sue panchine e i suoi tronchi d’albero (Maps of China, 2008) fatti con il legno recuperato dai resti dei templi della dinastia dei Qing.


Impossibile dimenticare l’architettura futuribile e suggestiva dello Stadio Nazionale di Pechino, progettato insieme allo Studio Herzog & de Meuron in occasione delle Olimpiadi del 2008.

 

Impossibile elencare qui i titoli di tutti i documentari finora realizzati da Ai Weiwei, all’insegna dell’attivismo politico: Fukushima Art Project (2015), Ai Weiwei’s Appeal ¥15,220,910.50 (2014) per citare solo i più recenti. Quest’ultimo documentario è il racconto giorno per giorno della sua vita, a partire dal suo arresto nel 2011 e dalla sua detenzione, durata 81 giorni, in seguito alle sue aperte denunce mosse al governo cinese in merito alle responsabilità per le migliaia di vittime causate dal crollo di una scuola nella regione del Sichuan. Il suo impegno civile e la sua produzione artistica, insomma, sono legate a filo doppio l’uno all’altra. Così come la sua attenzione alla tradizione e la sua vocazione alla sperimentazione.

 

Venezia in questi giorni di settembre ospita l’arte di Ai Weiwei in due contesti diversi eppure contigui. A Palazzo Franchetti, in occasione della mostra biennale e itinerante Glasstress, promossa dalla Fondazione Berengo, Ai Weiwei si confronta con la millenaria tradizione del vetro di Murano, dando forma con il suo immaginario alla maestria dell’arte vetraia.


Al Lido di Venezia, l’1 settembre presenta invece Human Flow, il suo ultimo deflagrante documentario, in concorso alla 74. Mostra del Cinema, frutto di un anno di lavoro, dedicato a testimoniare e a raccontare la condizione dei rifugiati e le ragioni delle loro migrazioni. Girato in 23 Paesi, dal Bangladesh alla Germania passando per la Grecia e la Turchia, dal Messico alla Giordania, il film raccoglie interviste e immagini di più di 40 campi profughi.

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La scelta di presentarlo qui in Italia, in un momento così critico e cruciale, in cui il tema delle migrazioni è così vivo e reale, non è certamente un caso. Ancora una volta l’impegno civile di Ai Weiwei si sposa con il suo lavoro artistico, fondendo vissuti e biografie personali con quelle di un intero pianeta. In qualità di esule, infatti, Ai Weiwei – che dopo i contrasti occorsi con la Cina, suo Paese di origine, vive a Berlino – conosce molto bene la questione dei richiedenti asilo e dei rifugiati. «Il film – dice – è stato realizzato con la più profonda fede nei diritti umani. In un periodo di incertezza abbiamo bisogno di più tolleranza, compassione e fiducia gli uni negli altri. Altrimenti, l’Umanità farà i conti con una crisi ben più grave».


«Glasstress 2017»
Fino 26 novembre 2017
Palazzo Franchetti, San Marco 2847

Berengo Exhibition Space-Murano
glasstress.org

 
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