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Home arrow ZOOM arrow [VENEZIA 74] Genere futuro. Incontro con Alberto Barbera
[VENEZIA 74] Genere futuro. Incontro con Alberto Barbera
di Massimo Bran   
37754-arrival_alessandro_borghi_-_director_alberto_barbera__2_____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac.jpgDopo essersi infilata una manciata di anni fa nel buco nero che sembrava essere senza fondo dell’ennesima grande opera italiana fallita, ossia il fantomatico Palazzo del Cinema mai nato, da 5 anni in qua la Mostra del Cinema ha tentato decisamente di recuperare il suo passo storico guardando diretta in faccia il futuro. La Cittadella del Cinema oggi non è più un’idea, ma fatto tangibile, con sale decisamente migliorate, col buco tappato da una nuova sala per il pubblico e dalla nuova pavimentazione, col Casino’ pronto ad essere tra breve completamente restaurato e recuperato per il festival.

 

Passo dopo passo, anno dopo anno, fuori da ogni gigantismo di sorta, la Mostra dimostra che è con l’aderenza a una precisa identità che si può disegnare concretamente il futuro. E questo anche attraverso il coraggio di fare propri i nuovi linguaggi della settima arte, le nuove modalità di fruizione del cinema, i new media, la realtà virtuale oggi. Su questo secondo fronte, ossia quello dell’innovazione nei criteri di selezione dei film da presentare al pubblico e ai media, il Direttore Alberto Barbera ha mosso le sue pedine nella scacchiera del Lido in maniera direi magistrale in questi anni.

 

Soprattutto su questo abbiamo cercato di soffermarci in questa lunga chiacchierata, tralasciando per una volta la classica carrellata su film, star, autori, tanto di questo si sa già quasi tutto, concentrandoci invece decisamente sul futuro, su come Venezia vive questo momento di grandi trasformazioni nelle modalità di vedere e vivere il cinema.


 
Sesta edizione consecutiva del Barbera/2. Esiste un tratto di discontinuità che questa 74. Mostra presenta rispetto alle precedenti? 
La risposta sintetica potrebbe essere negativa, con un discorso da aprire a parte per la sezione dedicata alla realtà virtuale. Tuttavia penso che sia assolutamente legittimo e giusto tracciare una cronistoria di questi anni. Confrontando il nostro recente percorso con quello di altri festival importanti emerge molto chiaramente la capacità che questa manifestazione ha espresso nel sapersi rinnovare continuamente, proponendo ogni anno qualcosa di nuovo e procedendo per scatti propulsivi, che ne hanno sempre aggiornato l’immagine nel mondo senza snaturarne la peculiare identità storica
Dal contenimento selettivo del numero dei film alla creazione di un nuovo format di mercato, il Venice Production Bridge che anno dopo anno cresce nella partecipazione e nella sua “riconoscibilità”, dalla fantastica esperienza di Biennale College e all’intrigante novità oggi della realtà virtuale: ogni anno è stato aggiunto un qualcosa, gradualmente abbiamo articolato idee della stagione precedente arricchendole di esperienza, aperti ai suggerimenti degli addetti ai lavori e determinati a ribadire la nostra identità in ogni iniziativa presentata al pubblico. Penso al Venice Gap-Financing Market, alla Book Adaptation Rights Area per l’attribuzione dei diritti sulla sceneggiatura, al workshop Final Cut in Venice o, come appena accennato, alla creazione del primo Concorso internazionale dedicato alla realtà virtuale.
 
37756-arrival_alessandro_borghi_-_president_paolo_baratta_-_director_alberto_barbera____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac.jpgImpossibile non pensare poi all’imponente opera di rinnovamento strutturale dell’area che da sempre ospita la Mostra, con sale di proiezione già esistenti che sono state tecnologicamente e nel comfort radicalmente rinnovate e con altre ancora create ex novo, come il Cubo che ospita le proiezioni di Cinema nel Giardino. Tanti i passi avanti che sono stati fatti nel rendere l’intera area facilmente accessibile ad un pubblico più ampio possibile, un processo di miglioramento costante di cui spero potremo vedere la fine l’anno prossimo, con la ristrutturazione definitiva del Palazzo del Casinò. Tutto questo è stato fatto con il proposito di dotare Venezia di una Cittadella del Cinema tecnologicamente avanzata, con un numero di sale adeguato al bacino di utenza della Mostra e alla domanda di un pubblico che ogni anno partecipa sempre più numeroso, attento, attivo.
 
Venezia, dopo un immobilismo durato praticamente un trentennio, ha visto negli ultimi 5-6 anni cambiare praticamente tutto, riuscendo ad attirare nuovamente il mercato americano e quello indipendente di cinematografie transnazionali.
L’aspetto predominante nella realizzazione del festival è quella di tracciare ipotesi su quello che potrà essere il cinema di domani, piuttosto che scattare un selfie su quella che è la situazione attuale. Cerchiamo di far capire quale possa essere il ‘domani’ del cinema analizzandone le complessità, ipotizzando quali potrebbero essere le realtà con cui dovremo necessariamente fare i conti.

Venice Virtual Reality, più di 30 film selezionati, una sede dedicata, una nuova ‘illustrissima’ giuria: John Landis, Céline Sciamma, Ricky Tognazzi. Venezia è il primo grande festival a creare un concorso specifico per la VR. Come nasce questo progetto?
Naturalmente il festival non può e non deve essere rivoluzionato ogni anno, piuttosto cesellato ad ogni edizione migliorandolo e arricchendolo dove si pensa possa essere utile. VR nasce dall’esperienza dell’anno scorso, progettata in dimensioni più ridotte, che ha registrato il sold out durante tutti e tre i giorni di programmazione. La decisione di indire nel 2017 il primo concorso internazionale dedicato a questa particolare tecnologia di riproduzione è stata però un’autentica scommessa al buio. Avevamo la percezione che in quest’ambito stesse succedendo qualcosa di significativo, dati gli investimenti massicci che l’industria cinematografica sta portando avanti in questa specifica direzione, con moltissimi registi di primissimo piano che vi si stanno cimentando, vedi Spielberg, Malick, Iñárritu. Tutti questi segnali ci hanno spinto a giocare d’anticipo, dedicandoci ad un settore che parla la lingua del futuro pur non rappresentando ancora un vero e proprio standard, dato che ci vorrà necessariamente del tempo perché la realtà virtuale possa diffondersi in maniera significativa e aumentare la qualità dei propri prodotti. Inoltre non sappiamo esattamente dove questo settore potrà trovare una propria collocazione all’interno del mercato, essendoci la necessità di predisporre luoghi di fruizione congrui alla grammatica di questa tecnologia. 
 
Quando abbiamo lanciato l’idea del concorso i tempi erano molto stretti. Tra fine gennaio e metà maggio avremmo avuto bisogno di raccogliere le adesioni per poter allestire un programma definitivo. Ci aspettavamo, che so, non più di 20-40 film; ne abbiamo ricevuti 109! Un numero enorme, una cifra che ci diceva chiaramente quanto la nostra intuizione potesse contare su tempi di reazione rapidissimi, impulsi che non potevamo in alcun modo ignorare. La qualità altissima poi del materiale ricevuto ci ha fatto scoprire come ci sia un sacco di gente, in tutto il mondo, impegnata a costruire nuove, agili società di produzione in grado di muoversi specificamente ed esclusivamente in questo settore di mercato, inventando davvero un nuovo settore, altro rispetto ai canoni che hanno regolato le dinamiche classiche dell’industria cinematografica. I film che vedremo al Lazzaretto Nuovo sono caratterizzati da una fortissima diversità che li distingue gli uni dagli altri. La selezione è stata fatta da degli specialisti, Michel Reilhac e Liz Rosenthal. Il primo è uno dei massimi esperti mondiali di questo nuovo media, già nostro collaboratore per Biennale College e fondatore di una delle prime società di produzione di realtà virtuale; Liz Rosenthal è la creatrice di Power To The Pixel, una Biennale College ante litteram dedicata alla promozione e alla salvaguardia di progetti transmediali, con un’attenzione, quindi, rivolta a tutte le evoluzioni che hanno portato il cinema ad assumere nuove forme in questi ultimi anni.
Non si tratta tanto dell’ennesima, conclamata rivoluzione nell’universo cinema, quanto più semplicemente di un suo probabile e possibile futuro. Non possiamo conoscere con esattezza gli sviluppi di questa nuova tecnologia, ma sono convinto che essa non stravolgerà per forza il rito di visione collettiva che sta alla base dell’esperienza cinematografica. Si sta verificando quello che accadde con la nascita stessa del cinema, vale a dire la creazione di un nuovo mezzo espressivo che non porta necessariamente a far tabula rasa di quanto visto e osservato precedentemente.

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Rimanendo al “cinema di domani”, ai suoi nuovi modelli di fruizione che determinano necessariamenti nuovi formati, nuove modalità nel progettare e realizzare il prodotto cinema, inevitabilmente l’attenzione va all’esplosione della serialità, con investimenti e qualità dei prodotti che stanno mettendo in discussione il primato eterno del cinema per la sala. E’ ancora viva l’eco della reazione conservativa di Cannes verso quei film la cui distribuzione non prevedesse prima il passaggio in sala rispetto alla fruibilità degli stessi su altri media. Sembra una battaglia persa già prima di iniziare a combatterla. Qui a Venezia invece Netflix, tanto per non fare nomi, è presente in grande stile...
È assolutamente impensabile rimanere ancorati a modelli che appartengono deliberatamente al passato. Non è vero che al giorno d’oggi il cinema è meno seguito; ci potrà essere un calo delle presenze in sala, ma la gente ‘consuma cinema’ più di prima seppur in maniera differente e trasversale, forse con più fame e partecipazione di sempre. 
Se Netflix può vantare 180 milioni di abbonati nel mondo è perché la voglia di cinema è ancora tantissima. Bandire una piattaforma di questo tipo da un festival internazionale vorrebbe dire rinchiudersi in torri d’avorio che al cinema non hanno mai fatto bene, significherebbe negare il futuro del cinema solo perché slegato da modelli di consumo vissuti in passato. Sarebbe un paradosso imperdonabile. Scorsese farà produrre proprio da Netflix il suo prossimo film, così come i fratelli Coen; dovremmo ostacolare lo sviluppo di nuove piattaforme solo perché lontane dai meccanismi di distribuzione tradizionali? Sarebbe semplicemente assurdo.
Riscrivere le regole del gioco non è sbagliato a prescindere; può permetterci di scoprire nuovi orizzonti, di esplorare nuovi territori, ovviamente a patto che queste nuove regole siano poi seguite e condivise da tutti, senza favoritismi di sorta.
Netflix si sta dimostrando molto efficace anche in termini produttivi: se un progetto viene approvato la piattaforma gode poi delle disponibilità economiche per curarne la realizzazione e la distribuzione in streaming online, senza condizionare e tantomeno limitare in alcuna fase del processo creativo la libertà espressiva del regista, che consegna il film finito e pronto per la distribuzione nella piena soddisfazione della propria autonomia artistica. Nessuno, in questo momento, è in grado di garantire la stessa libertà.

Tra realtà virtuale, new media, altre nuove tendenze e filmografie emergenti, traspare quindi abbastanza chiaramente una Mostra del Cinema mossa come da un’urgenza di definirsi nel vortice del futuro, senza precludersi alcun orizzonte...
È proprio così. Il festival può e deve essere luogo di salvaguardia del cinema d’autore, senza per questo motivo escludere tutto il resto. Sarebbe una negazione della realtà che andrebbe in totale controtendenza con quella che è l’identità stessa della Biennale di Venezia.

37906-preapertura-rosita_-_alberto_barbera____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac__2_.jpgOrmai Venezia sembra diventata davvero il trampolino di lancio verso la conquista delle statuette dell’Accademy. Come e quanto è stato importante in queste ultime edizioni aver intercettato pellicole che poi si sono rivelate autentici trionfi agli Oscar?
Importantissimo, perché ha fatto cambiare radicalmente l’atteggiamento e la percezione del nostro festival nel mercato americano. Prima la tendenza, che sembrava quasi irreversibile, era di andare direttamente a Toronto e limitarsi ad una promozione ‘domestica’; poi sono arrivati film come Gravity, Birdman, Il caso Spotlight e La La Land che hanno sradicato felicemente queste convinzioni facendo decisamente cambiare il vento. Da quel momento in poi si è pensato fosse strategicamente utile una promozione a Venezia, al cospetto di tutta la stampa internazionale e in un periodo in cui il mercato americano comincia a muoversi. In termini di visibilità, la Mostra di Venezia è diventata un investimento da inserire in agenda perché capace di dare un riscontro immediato e di produrre benefici promozionali tangibili. L’unico tra le grandi produzioni americane che ha deciso di non venire è Blade Runner 2049 diretto da Villeneuve, ma per la precisa scelta da parte della distribuzione di non esporre il film alla critica prima del suo lancio commerciale in sala. La pellicola è stata conseguentemente negata a tutti i festival, non solo a noi. 

Costruire una selezione di film per un grande festival internazionale con svariate sezioni, oltre ad essere probabilmente faticosissimo quanto divertente, è sicuramente un lavoro che in parte restituisce le predilezioni estetiche dei selezionatori, in parte robusta ha a che fare con le dinamiche mutevoli del mercato. Come si costruisce un sano equilibrio tra queste due componenti?
I direttori di festival hanno o danno l’impressione di essere gli unici chiamati in causa nella scelta delle pellicole, quando invece spesso sono i film stessi a scegliere i festival a cui partecipare. È un confine fragile ma persistente che ovviamente si spiega pensando a tutte le variabili che entrano in gioco perché una pellicola venga inserita nel programma dei grandi appuntamenti cinematografici internazionali, come la data di uscita del film e le scelte strategiche delle diverse produzioni. Un film che intende correre per l’Oscar molto probabilmente uscirà in autunno, tagliando fuori festival come per esempio Cannes a maggio e concentrando la promozione massiccia nella seconda parte dell’anno, trovando così a Venezia il contesto ideale di cui approfittare.
Naturalmente una nostra scelta c’è, e anche molto ben connotata, nel costituire la cifra caratterizzante del Festival: abbiamo lasciato a casa un sacco di autori e registi, alcuni film sono stati visionati e non ritenuti adatti, come legittimamente capita in ogni manifestazione di questo livello. Non si vedono 2000 film isolandone poi 200 e procedendo a ‘scremature’; mano a mano che si procede nella visione si decide se includere la pellicola nel programma, tenerla in sospeso o escluderla, sempre con il proposito di creare una selezione il più possibile equilibrata. Il risultato è un programma con alcuni grandi nomi che non possono non esserci, registi meno noti al grande pubblico ma conosciuti dai critici e ben inseriti nel circuito festivaliero internazionale, gli immancabili esordienti.
Non possono accusarci certo di chiamare sempre i soliti noti, visto che quest’anno ci sono 15 registi su 21 che non sono mai stati in Concorso.
La mia scelta è ovviamente alla base della collocazione dei vari film nelle diverse sezioni, uno dei momenti che apprezzo di più nel mio lavoro. Spesso mi chiedono il motivo dell’inclusione di un film in una sezione piuttosto che in un’altra, scelta che motivo pensando a come il film potrebbe essere protetto rispetto alle aspettative degli addetti ai lavori, della critica, ma ancor di più all’impatto che la pellicola potrebbe avere sul pubblico. Preferisco che un film Fuori Concorso venga considerato meritevole dell’inclusione in Concorso piuttosto che il contrario, mentre altre volte mi sento più libero di rischiare, perché è il film stesso a suggerirmi cosa fare, parlando al mio istinto. 

37752-arrival_alessandro_borghi_-_director_alberto_barbera____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac.jpgOgni sezione possiede un diverso pubblico di riferimento, anche nel contesto ristretto ma globale dei dieci giorni del festival. Quante attenzione date a questi pubblici necessariamente ristretti, ma assai importanti nella costruzione della prima reputazione di un film?
Molta, naturalmente, com’è giusto che sia. Il successo del Concorso si misura da un lato in base al riscontro dei critici, dall’altro dall’accoglienza del pubblico della proiezione serale in Sala Grande. Il pubblico di Orizzonti è per certi aspetti più cinefilo, in cerca di pellicole più estreme, radicali, nuove. Tutti questi aspetti, assieme ad altri s’intende, vanno assolutamente considerati quando si stabilisce in quale sezione collocare un film.

Orizzonti si conferma sezione forte e capace di camminare benissimo sulle proprie gambe, avamposto che sta al passo coi tempi spesso anticipandoli. Quale parola le viene in mente di primo acchito se dovesse descrivere in un secondo questa crescente sezione della Mostra?
Libertà, non c’è dubbio. Più che per il Concorso, dove naturalmente le pressioni e le mille componenti nel costruire la selezione sono necessariamente più forti, qui davvero c’è la possibilità di esplorare nuovi percorsi, di scoprire nuovi talenti, di offrire nuove opportunità a cineasti dimenticati o mai compresi fino in fondo. Anche quest’anno troviamo in programma autori già affermati affiancati da altri invece alla prima esperienza e sconosciuti al grande pubblico, o ancora registi che, pur non essendo alla propria opera prima, ancora non hanno goduto del riscontro internazionale necessario ad essere legittimamente percepiti come autori in quanto tali.
 
Non siamo alla spasmodica ricerca di capolavori, ma di film che nascano da stimoli forti e riescano a far trasparire un senso di ricerca e novità, magari con risultati molto diversi l’uno dall’altro, tutti però particolarmente bisognosi di essere sostenuti nella promozione, perché spesso provenienti da cinematografie mediaticamente più fragili rispetto al circuito mainstream.
È bellissimo vedere come tanti film passati negli anni scorsi a Venezia nelle sezioni considerate non “principali” abbiano fatto incetta di premi all’estero, in festival cui hanno partecipato da settembre in poi. Magari non hanno vinto qui, ma poco importa. Quel che conta è che Venezia ha rappresentato il trampolino di lancio per poter sviluppare il proprio percorso di vita artistica e la loro fortuna è la miglior conferma del buon funzionamento di questa sezione. 
Orizzonti ci permette di portare avanti un lavoro di selezione in cui, come dicevo, siamo meno condizionati da fattori esterni. Possiamo assecondare meglio i nostri gusti e dare spazio in alcuni casi ad opere davvero estreme, alcune delle quali pure disturbanti, vedi quest’anno Caniba di Verena Paravel e Luciane Castaing-Taylor, in altri a pellicole dalla potenza poetica allo stesso tempo delicata e dirompente, come La nuit où j’ai nagé di Damien Manivel e Igarashi Kohei, opera capace di comunicare la propria forza espressiva solo attraverso le immagini, totalmente priva di dialoghi. Un film di una potenza espressiva e di un’interiorità rare.

Venezia Classici è un altro dei gioielli della Mostra. Una sezione che cresce impetuosamente di anno in anno, oltre il recinto stretto della logica da retrospettiva, come se il più antico festival del mondo sentisse l’obbligo di dare uno spazio “generalista” a quella che è ormai un’industria sempre più prolifica, ossia quella dei restauri di pellicole storiche. Cosa dobbiamo attenderci quest’anno?
Abbiamo ricevuto un sacco di proposte davvero interessanti. I passi da gigante fatti dalla tecnologia permettono un recupero sempre più massiccio di materiale che si credeva perduto irrimediabilmente, amplificato dalla moltiplicazione delle piattaforme di fruizione di cui abbiamo già parlato. Per fortuna è un restauro che sta interessando tanto i grandi successi delle epoche passate, quanto i cosiddetti ‘dimenticati’, pellicole che hanno rivelato il proprio valore solo a lungo termine. 
Non si tratta di una sezione autoreferenziale, di pura, mera nicchia, anzi! Basti pensare a Incontri ravvicinati del terzo tipo, che il giorno dopo la proiezione a Venezia (il 31 agosto, ndr) uscirà nelle sale degli Stati Uniti in 800 copie (!), non certo una distribuzione per pochi nostalgici. Anche in questa sezione la ricchezza arriva dalla varietà: accanto agli Incontri… di Spielberg c’è, che so, Batch ’81 di Mike De Leon, restaurato dalla Cineteca di Manila, Novecento di Bertolucci, This is the war room! di Boris Hars-Tschachotin, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Una grande immersione nella storia del cinema in chiave futuribile, con delle tecnologie di intervento e restauro delle vecchie pellicole prima impensabili che faranno di questo “genere” un must per il futuro, sia nei festival che nella fruizione più estesa del pubblico nelle varie piattaforme.

paolo_baratta_robert_redford_alberto_barbera_giorgio_napolitano_foto_asac.jpgRimanendo nella grande storia del cinema, Robert Redford e Jane Fonda Leoni d’Oro alla carriera sono un gran lampo di luce in queste presente sempre più torvo, a partire dal loro stesso Paese alle prese con un post-Obama assai complicato, per utilizzare un generoso eufemismo. Due straordinarie stelle della settima arte sempre attentie al mondo. Com’è nata questa scelta?
Inutile dire che parliamo di due autentiche leggende che come pochi altri personificano l’immaginario cinematografico di più generazioni. Quando abbiamo saputo che avrebbero lavorato di nuovo insieme in Our Souls at Night abbiamo subito voluto il film, ottenuto il quale è stato naturale pensare immediatamente a questo riconoscimento per onorare le loro splendide carriere. Il film, tratto dal romanzo di Kent Haruf che personalmente adoro e che ho letto tutto d’un fiato, presentava un’opportunità imperdibile di omaggiare due personalità che hanno rappresentato il cinema che ci ha appassionato di più negli ultimi cinquant’anni, quello caratterizzato dal forte impegno democratico e dall’attenzione ai diritti civili, dalla tutela dell’ambiente e dalla lotta al razzismo. Robert Redford e Jane Fonda hanno lavorato dentro e fuori il recinto di Hollywood con uguale convinzione, prendendo posizione in ambito sociale con veemenza e risolutezza. Si sono assunti responsabilità in prima persona e hanno corso i loro non scontati rischi. Hanno inventato progetti innovativi, di rottura, basti pensare al Sundance Institute fondato da Redford nel 1981, fondamentale per lo sviluppo del cinema indipendente americano e non. Entrambi battaglieri ma sempre connotati da un’attitudine positiva, sanamente progressista, niente affatto “ridotti” in logiche meramente resistenziali. Hanno vissuto da protagonisti primari la macchina dello show-business e così bene conoscendola l’hanno saputa mettere a nudo nelle sue spietatezze, contraddizioni, ma anche nelle sue autentiche luci.

Al di là del fatto che il tema abbia davvero negli anni tediato assai, ciò non toglie che la Mostra sia l’occasione immancabile per un’istantanea sullo stato di salute del cinema italiano, quest’anno davvero presente in maniera massiccia. Quindi…come se la passa il paziente?
Per anni mi sono lamentato del progressivo decadimento qualitativo del cinema italiano, ma quando a fine marzo abbiamo cominciato a prendere visione di alcuni film le sensazioni sono state subito molto positive. Le cose interessanti che abbiamo visto sono state davvero tante. Ci siamo subito chiesti se una serie di eventi fortuiti avesse fatto giungere a maturazione nello stesso momento film e registi di indubbie qualità espressive, o se invece ci fosse qualcosa di più sotto questa nuova vitalità. Propendo per la seconda ipotesi e guardo al futuro con una buona dose di fiducia; mi sembra di vedere il tanto invocato ricambio generazionale di cui abbiamo parlato a più riprese e spero davvero di non essere smentito nei prossimi anni.
Il vento sembra essere cambiato grazie alla combinazione di elementi fondamentali quali il talento, presupposto basilare, e, soprattutto, il coraggio di cimentarsi in qualcosa di veramente innovativo, assumendosi i rischi del caso. Potranno magari nascere film non riusciti al 100%, ma ci sarà comunque la constatazione di aver visto qualcosa di non realizzato prima, di aver battuto un sentiero non tracciato. In alcuni casi, poi, è evidente lo scatto di maturazione di registi arrivati alla seconda o terza esperienza, capaci di regalarci film davvero significativi e mai banali, con un totale controllo della messa in scena.
Un numero così elevato di ‘coincidenze’ ci mettono di fronte ad un fenomeno per forza di cose complesso, che negli anni dovrà confermarsi come autentica inversione di tendenza nei compositi esiti della nostra cinematografia. Un’inversione che avverto essersi finalmente innescata.

È un cinema italiano che è riuscito finalmente a mettere da parte una certa provinciale autoreferenzialità che spesso in questi anni ha condizionato non poco troppi lavori?
Sì, si tratta di opere caratterizzate da più produzioni, già pronte per una distribuzione massiccia e che soprattutto si confrontano con modelli narrativi ed estetici di forte stampo internazionale. Nel suo The Leisure Seeker in Concorso Virzì coinvolge due grandi star come Helen Mirren e Donald Sutherland, la Nicchiarelli con Nico, 1988 ,inserito in Orizzonti e film di apertura, coinvolge più produzioni italiane ed europee mettendo assieme un cast internazionale e realizzando un prodotto che potrebbe essere facilmente attribuibile ad una major. Film del genere confermano una convinzione che già avevo, ossia la necessità di ritornare a un approccio più puro in termini valutativi verso un film, cercando di giudicarlo avendo di esso meno informazioni possibili: sul regista, i produttori, i distributori, eliminando i titoli di testa e di coda. Come quando, nei wine-tasting, si è obbligati a riconoscere e descrivere un vino tenendo nascosta l’etichetta, affidandosi alla pura percezione del gusto. In questo modo si eliminano i rischi e i preconcetti, le aspettative che automaticamente si innescano nella nostra mente quando osserviamo l’opera di questo o quel regista. Alcuni film, da cui non ci aspettavamo niente, ci hanno piacevolmente stupito, stravolgendo le nostre convinzioni. 
Talento, coraggio e voglia di confrontarsi con il mercato internazionale costituiscono in sintesi i connotati dell’identikit del nuovo cinema italiano, che non potrà non beneficiare di quella tanto agognata Legge sul Cinema che finalmente dovrebbe andare in approvazione entro fine anno, una volta perfezionati i decreti attuativi.

Anche quest’anno le varie giurie contemplano nelle proprie fila autentici fuoriclasse della settima arte, con collocazioni niente affatto banali, a partire da Annette Bening, prima presidenza al femminile del Concorso della Mostra. Ci racconti un po’ come sono nate queste scelte.
Purtroppo il cinema è tradizionalmente maschilista e per alcuni aspetti continua ancora ad esserlo, anche se fortunatamente sempre meno. Ho incontrato Annette Bening a Los Angeles e ho avuto modo di conoscere una persona molto intelligente, grande conoscitrice di cinema e dotata della personalità necessaria a mettere d’accordo un gruppo di nove diverse individualità che per dieci giorni dovranno condividere impressioni e giudizi sui film in Concorso. Una persona cordialissima, colta, appassionata. Una scelta di cui sono molto orgoglioso.
È stato fantastico raccogliere poi l’adesione di John Landis a presiedere la sezione VR. Dopo un’iniziale titubanza, un sostanziale rifiuto diciamo, è stato lui stesso a ricontattarmi dopo tre ore per raccogliere con entusiasmo l’invito, vedendola come occasione di arricchimento formativo e personale. La sua curiosità e voglia di imparare sono rimaste intatte, come e più che in un ragazzino.
Gianni Amelio può svolgere una funzione doppiamente importante per Orizzonti, mettendo al servizio della sezione la propria competenza di giudizio e attirando l’attenzione mediatica su una sezione molto dinamica ma meno ricca di nomi di grido.
A Benoît Jacquot, presidente della sezione Opera Prima, mi lega una stima personale e professionale profonda che dura da tantissimo tempo. Artista e uomo dalla grande intelligenza che mantiene una posizione originale fuori dai tradizionali meccanismi istituzionali.

37768-arrival_alessandro_borghi_-_alessandro_borghi_-_director_alberto_barbera__2_____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac.jpgIn tema di prime volte, non si può non chiudere con il “madrino” Alessandro Borghi, primo uomo a battezzare la Mostra.
Dopo l’impronta ‘femminista’ data alle giurie, perché non scombinare del tutto le carte e scegliere una personalità maschile, per un ruolo che negli ultimi anni ha visto le nostre madrine conquistare le copertine della stampa internazionale grazie alla loro bellezza e bravura? La scelta cade su un attore bravo e intelligente, che parla benissimo l’inglese e sarà certamente in grado di fare brillantemente gli onori di casa. Anche qui si può dire che vi è sempre stato una sorta di riflesso maschilista, come se fosse pacifico che la donna e solo la donna, possibilmente vampissima, dovesse svolgere il ruolo per così dire di “presentatrice”, mentre l’uomo doveva svolgere il ruolo più, diciamo così, serioso, istituzionale, direttoriale. Era ora, insomma, via!
 
«74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica»
30 agosto-9 settembre Palazzo del Cinema Lido di Venezia