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[VENEZIA74] Guillermo Del Toro, in conferenza stampa presenta "The Shape of Water"
di Cesare Stradaioli   
the-shape-of-water-guillermo-del-toro-trailer-header.jpgRegista e cast quasi al completo – mancavano Michael Shannon e Michael Stuhlbarg, due splendide maschere del cinema americano di oggi – nell’incontro con la stampa per The Shape of Water. Ovviamente la maggior parte delle domande al regista messicano vertevano sulla storia d’amore fra in due protagonisti, sulla forza stessa dell’amore. Lontano da stereotipi quali La bella e la bestia, dove tutto è casto e politicamente corretto, mentre qui, l’autore ci tiene a sottolinearlo suscitando più volte risate complici in sala, la ragazza muta e la Creatura fanno sesso per davvero, il significato primo dell’opera è quello di contrapporre l’amore al cinismo di questi giorni, la speranza alla paura.

 

Sono messicano,” ha detto più volte Del Toro, “e so bene cosa significa essere guardato con diffidenza, come un estraneo”. Le due diversità, una donna delle pulizie che non parla e la Creatura, l’essere alieno, che non a caso viene dal sud del mondo che deve essere prima umiliato, quasi a ribadire con la violenza la supremazia dell’Occidente e infine ucciso per poter essere studiato da una scienza aggressiva e guerrafondaia (il film è ambientato in piena Guerra Fredda), rappresentano la forza della speranza in un mondo dove chiusura, muri e odio sembrano dominare le nostre vite.

 

Sono due esseri viventi oggetto di scherno e di ribrezzo, ignorati nella loro umanità, anche se la Creatura ha decise caratteristiche antropoidi, ma anche magiche e salvifiche, perché Del Toro non dimentica la favola e la forza espressiva che sta dietro a una narrazione contrapposta alla realtà e che alla fine, come in ogni favola che si rispetti, potranno vivere il loro amore, anche se il mondo purtroppo sembra non cambiare.


Cita Pasolini, il regista, parlando dei cosiddetti ultimi e della forza delle loro espressioni, cita Douglas Sirk, perché, lo dice con orgoglio, il suo ultimo lavoro è un melodramma a tutti gli effetti, caratterizzato da forte passione  e fa continui rimandi alla diversità, facendo notare che al cinema ogni gorilla è figlio di King Kong e ogni mostro è figlio del Mostro della Laguna Nera. Un film "francese", così ha definito il suo ultimo lavoro, "per l’amore per il cinema che si vede nella storia“, nella quale peraltro il melodramma non oscura l’intento volutamente politico dell’opera: l’ambientazione a ridosso della crisi di Cuba, la presenza invasiva dei militari, il sessismo, il razzismo vengono denunciati con forza. E non manca, nelle risposte, spesso al di là delle domande fatte, un chiaro riferimento a quella grandezza americana che Trump vorrebbe rinvigorire, e che però ripropone gli stessi stilemi del mondo diviso in blocchi, senza prospettive, sotto la costante minaccia non solo dell’atomica ma anche dell’intolleranza.
Un’epoca, quella in cui è ambientato il film, che secondo Del Toro proponeva l’ideale di un futuro migliore, che voleva una discontinuità e che è stata bruscamente segnata dall’assassinio di Kennedy.

 

39237-photocall_-_the_shape_of_water_-_guillermo_del_toro__-_____la_biennale_di_venezia_-_foto_asac__7_.jpgIl Daily di «Venezia News» gli ha chiesto di parlare del suo essere autore.
CS: Lei dirige il film, basato su uno script originale di suo pugno e firma pure la sceneggiatura: un controllo quasi totale di un’opera che, al di là della narrazione, presenta un forte impatto visivo, dovuto a una notevole caratterizzazione e scelta dell’uso del colore e delle luci. Quanto spazio lascia, in questo lavoro e in genere nella sua filmografia, ai collaboratori della fotografia?


GDT: In realtà, non molto. Per quanto mi riguarda, l’uso del colore e della fotografia è talmente importante da dover essere deciso con largo anticipo. Per questo film, addirittura quasi tre anni prima. Poi, naturalmente, è mia cura scegliere persone di alta professionalità e sono stati tutti bravissimi, ma anche se non appaio come autore della fotografia, di fatto lo sono. Mi piace avere un controllo completo dell’opera e nel cinema, ovviamente, la fotografia è fondamentale. Più nello specifico, l’uso del rosso, ad esempio, lo si trova in sequenze scelte, come pure la differenza di luce fra la casa dove vive la protagonista e quella a fianco del suo bizzarro amico artista fallito, che in realtà è una casa sola, divisa in due con due ambientazioni del tutto differenti, soprattutto dal lato cromatico.”

 

Quanto alla musica, sia Del Toro sia l’autore della colonna sonora hanno spiegato che l’uso della stessa voleva sottolineare le varie situazioni senza enfasi e in questo il regista ha parlato di Nino Rota, definendolo il punto di riferimento per ottenere una melodia di ampio respiro, profondamente sentimentale.
 

 

di Cesare Stradaioli