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[VENEZIA74] La regista algerina Sofia Djama in Orizzonti con "Les bienheureux" (intervista)
di Chiara Sciascia   
35446-les_bienheureux_-_director_sofia_djama.jpgMolto apprezzata con il suo corto Mollement un samedi matin, presentato e premiato due volte al Festival di Clermont-Ferrand nel 2011, Sofia Djama è una sceneggiatrice e regista algerina residente a Parigi. La cineasta riflette sul fallimento delle primavere arabe con Les bienheureux, suo primo lungometraggio.

 

Che cosa significa vivere in Algeria oggi, secondo lei?
Vivere in Algeria è un po’ come essere schizofrenici. Ma è grazie a questa ‘schizofrenia’ che si riesce a prendere la giusta distanza. Ho bisogno di essere là ma anche di andarmene regolarmente altrove. Vivere in Algeria oggi significa convivere costantemente nella contraddizione: il conservatorismo religioso, l’ignoranza sacralizzata – e talvolta istituzionalizzata –, e al contempo il forte desiderio di libertà, di emancipazione, di universalità. L’Algeria non ha la scelta, deve aprirsi al mondo e liberarsi dei pensieri oscurantisti.
 
Che ostacoli ha trovato nel suo percorso di “regista-donna-algerina”?
In Algeria si tende a essere pessimisti, le iniziative spesso vengono stroncate, c’è molta disillusione, scoraggiamento. Ho scelto di vivere tra la Francia e l’Algeria, sia per mantenere una connessione con Algeri a me carissima, sia per beneficiare di tutto ciò che ha da offrire una città come Parigi. Riguardo alla mia condizione di regista donna, direi che non è così diversa rispetto a quella dei registi uomini. Le Istituzioni, il Ministero della Cultura e gli attori economici, pubblici o privati, non sostengono la cultura in generale, e tanto meno il cinema, così come tutte le altre forme di espressione che si allontanano dai discorsi ufficiali. Al di là della scarsità di appoggio, in Algeria c’è anche un problema dovuto all’assenza di un ‘circuito’ vero e proprio (scuole, distributori, sale). Bisogna creare il pubblico di domani. A cosa serve restaurare le sale cinematografiche se il pubblico non c’è ? La formazione del pubblico dovrebbe iniziare fin dall’infanzia, ma questo disturba sia lo Stato che gli islamisti. Non vogliono una società emancipata, temono che una coscienza culturale possa portare a un crescente desiderio di libertà.
 
È preoccupata per l’accoglienza che il suo film riceverà in patria?
Penso che alcune scene potrebbero causare una reazione, un dibattito, se viste come una mia volontà di provocare. Detto ciò, il pubblico più severo non è ad Algeri ma all’estero, e spesso gli algerini di Francia sono molto più ‘difficili’ rispetto ai connazionali. Abbiamo bisogno di guardarci in faccia, di rappresentarci. Più film ci saranno, più punti di vista potremo mettere a confronto; ciò permetterà alla società e allo Stato di capire che la diversità è necessaria, che non possiamo essere uniformi e coltivare un unico pensiero. L’Algeria si deve liberare dei suoi vecchi riflessi e accettare di essere guardata con uno sguardo amorevole e al contempo spietato. Censurarci aiuterà solo a rinforzare la nostra resistenza.
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HINTS
 
INSPIRATION
Instanti, momenti di vita e ricordi sparsi. Le conversazioni con il mio compagno o il mio produttore che è un militante politico. La sensazione di vertigini e di schiacciamento davanti al colossale palazzo Aéro-Habitat e il piacere di accorgermi che un equilibrio identitario esiste guardando Diar el Mahçoul (città della promessa mantenuta) disegnata dall’architetto Fernand Pouillon.


ART


Hotel Room di Edward Hopper

 

MUSIC

Shuffering and Shmiling di Fela Kuti


THEATRE

Chi ha paura di Virginia Wolf? di Edward Albee (e Elisabeth Taylor nella versione cinematografica).

 

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