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[VENEZIA74] Intervista a Beatrice Bordone Bulgari, In Between Art Film
di Fabio Marzari   
b-b._2.jpgProduttrice italiana del film di Shirin Neshat Looking for Oum Kulthum e di Controfigura di Rä di Martino, siciliana, oltre vent'anni di cinema d'autore alle spalle (ha disegnato i costumi per Tornatore, Polanski, Vadim), una passione per l'arte condivisa con il marito, Nicola Bulgari. Beatrice Bordone Bulgari è una donna colta ed entusiasta del suo lavoro con la società di produzione cinematografica In Between Art Film, un’esploratrice attenta e curiosa nei territori di mezzo tra arti visive e cinema, performance e teatro.

 

Looking for Oum Kulthum, film di Shirin Neshat in concorso alle Giornate degli Autori: cosa l’ha colpita per determinarla all'impegno produttivo?
È il quarto anno che In Between Art Film porta alle Giornate degli Autori un film da noi prodotto. La nostra piccola casa di produzione ha puntato lo sguardo sulla via mediana tra arte e cinema, indagando lo spazio non ben definito tra un video-artista e un regista vero e proprio. Nel caso di Shirin Neshat, lei è un’artista poi passata anche al cinema, tenendo fermi i suoi punti legati al mondo dell’arte. È un’esploratrice del senso poetico dell’arte, passata al cinema vincendo anche un Leone d’argento per la regia nel 2009. Ha tenuto molto forte il suo desiderio di essere libera, di essere artista piena senza cedere totalmente a tutto quello che è imposto dall’industria cinematografica. A me interessava che questo film potesse uscire nei cinema, ma potrebbe tranquillamente essere esposto anche in un museo di arte contemporanea.


Un’idea di narrazione che si svolge di piscina in piscina e limita i mondi ai confini delle proprie chiusure, sembrando il paradosso del nostro quotidiano. Cosa ci dice di Controfigura?
Quando me ne ha parlato Rä di Martino sono andata a rileggere il libro di John Cheever, un racconto meraviglioso. Attraverso questo saltare da una piscina all’altra – un’idea folle, onirica e un po’ irreale –, c’è la presa di coscienza di un uomo che realizza compiutamente il tracollo della sua vita e quando arriva alla fine di questo percorso a tappe nelle piscine, dove visita i suoi vecchi amici, le ex mogli e le sue vecchie amanti, costruisce il puzzle di questa vita disperata. Ne fecero un film meraviglioso nel 1968 con Burt Lancaster. Quando Rä mi ha parlato di questo remake, lo sentivo molto legato alla video arte, poi lei ha preferito dare la visione di una regista e della sua troupe che lavorano a questo progetto pensando a come poter realizzare il film. Nel caso di Rä ho visto che lei procedeva per una sua strada molto precisa e quindi come d’abitudine per In Between Art Film abbiamo lasciato l’artista libera di procedere anche se si perde il senso della fiction, e lo si recupera in senso più artistico.


Lei è una donna di cinema che ha iniziato da tempo a lavorare con l'arte. Qual è stata la causa scatenante di tale scelta?
Il film Atto Unico di Olmi su Kounellis è stata la scintilla. Io provengo dal mondo del cinema, del teatro e della televisione. Ho sempre lavorato con una grande disciplina, perché il cinema impone delle regole ferree di organizzazione, di tempi, di metodi di lavoro. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti, diplomandomi in scenografia, da ragazza dipingevo ed ho sempre coltivato una grande passione per l’arte contemporanea. Poi ho sentito il bisogno di fissare momenti importanti del lavoro di artisti, cominciando con piccoli interventi di backstage su grandi opere monumentali come quella di Gormley fatta per la Galleria Continua di San Gimignano. Per un mese abbiamo filmato tutto il processo di lavorazione, mi interessava fermare i momenti per renderli godibili e vedere la genesi dell’opera d’arte. Poi ho collaborato con Asiatica Film Festival, coinvolgendo artisti che conoscevo e mettendoli in contatto con dei registi che si trovavano a Roma per il festival, registi importanti che spesso non avevano idea di chi fossero gli artisti con cui sono entrati in contatto per realizzare dei piccoli film di 5/6 minuti. Ne è uscita una terza opera che non era il documentario sull’artista, ma un’invenzione di un incontro tra i due. Abbiamo realizzato 12 di questi lavori e probabilmente riprenderemo più avanti il progetto con altri artisti. È molto interessante cercare di esplorare l’interdisciplinarietà delle arti, perché niente è solo fotografia, niente è solo video, c’è sempre un dialogo molto profondo tra essi. L’opera non va spiegata, l’opera deve comunicare sempre qualcosa. Nelle immagini di Shirin l’uso del colore e dell’inquadratura rafforza l’immagine fotografica. Noi siamo sempre abituati a catalogare tutto, ci sono dei lavori meravigliosi, in cui dobbiamo provare ad essere più flessibili senza dare sempre delle rigide classificazioni.
 
ildesertorosso.jpgLei è abituata a confrontarsi con il bello più esclusivo, qual è il suo film assoluto e quale il suo artista di tutti i tempi?
Tutta l’arte senese mi affascina, i fondo-oro mi sconvolgono. E poi Piero della Francesca, la sua eleganza, la proporzione, la perfezione. Le sue opere parlano, comunicano in modo totale.
Amo molto i film di Antonioni. Deserto rosso è un film visionario e incredibilmente attuale, sembra quasi un film da video artista anche se è stato girato più di 50 anni fa.

 

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