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Home arrow ART arrow [INTERVISTA] I labirinti del tempo. Chiara Bertola e il contemporaneo vissuto in prima persona
[INTERVISTA] I labirinti del tempo. Chiara Bertola e il contemporaneo vissuto in prima persona
Written by Mariachiara Marzari   

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Una Fondazione, la Querini Stampalia, che ha saputo e continua a saper governare i cambiamenti mantenendo alto il profilo e l’offerta culturale e artistica, sapendosi trasformare, sia negli spazi che nei contenuti, senza perdere identità. A ogni Biennale, ma non solo, la Fondazione si apre al contemporaneo, promuovendo quella ricerca trasversale nell’arte e nel tempo che parte dall’importante Collezione storica del Museo, attraversa la Biblioteca, passa per le diverse trasformazioni architettoniche e giunge al presente. Da anni Chiara Bertola è l’anima del contemporaneo della Fondazione, ideatrice e sostenitrice di progetti espositivi che pongono sempre l’artista al centro. In mostra, Giovanni Anselmo, Elisabetta Di Maggio e Maria Morganti, fino al 24 settembre.

 

La Fondazione Querini Stampalia si è presentata all’appuntamento con il contemporaneo con tre mostre di diretta ideazione della Fondazione. Quali sono state le linee programmatiche di questa stagione e quale ideale filo rosso lega i tre progetti/mostre?
Sono due mostre site specific quelle di Giovanni Anselmo e di Elisabetta Di Maggio rispettivamente negli spazi di Carlo Scarpa e nel Museo della Fondazione e poi il progetto speciale per la caffetteria con l’installazione permanente di Maria Morganti. La scelta è stata prima di tutto quella di voler invitare degli artisti italiani; poi, per la Fondazione ho sempre pensato a progetti monografici ma questa volta ho voluto immaginare un dialogo tra artisti di generazioni diverse: Anselmo, un maestro dell’arte povera – io mi sono formata su quella storia –, l’ho voluto accostare a un’artista della mia generazione come Elisabetta Di Maggio, che seguo da tanti anni e che si è nutrita anche lei di quella stessa cultura. Ma è così anche per Maria Morganti. Da un po’ di tempo sto riflettendo sul tema dell’eredità e su ciò che si trasmette e mi sembrava importante che si manifestasse concretamente in un progetto. Se poi c’è un filo rosso fra questi artisti alla Fondazione, forse è il loro diverso e profondo rapporto con il tempo. Ho sentito un’eco tra le loro riflessioni, anche se espresso in modi diversi e quasi opposti nelle materie che utilizzano, mi è sembrato che si toccassero in quel loro soffermarsi su concetti quali la caducità e il trascorrere del tempo: geologico, lentissimo e costante per Anselmo; ritmato, fluido e trasformativo in Di Maggio; sedimentato, quotidiano ed esistenziale per Maria Morganti. Le loro opere, che scandiscono una stessa temporalità ma in modo differente, mi sembrava importante presentarle oggi, per esorcizzare l’attuale concezione strumentale del tempo, sempre più rapido e vorace, attivando e rivelando un tempo dal valore umano.

Giovanni Anselmo e lo spazio di Carlo Scarpa. Quale dialogo possibile? Perché questa scelta curatoriale?
Si, lo spazio che Carlo Scarpa ha concepito nel 1960 è molto particolare e si può definire un’opera d’arte esso stesso. È stato pensato interamente di pietra, marmo, cemento e marmorino, ed è un unicum studiato e progettato nei minimi dettagli; è soprattutto un sistema architettonico pensato in relazione alle caratteristiche naturali di Venezia, in grado di accogliere la marea quando questa diventa troppo alta. Lungo tutto il suo perimetro, Scarpa ha previsto un canale in cui far confluire l’acqua straripante. Si tratta di uno spazio particolare, che ogni volta deve sintonizzarsi con gli elementi naturali della laguna, cambiando il suo assetto e seguendone il respiro. Questo luogo mi sembrava perfetto per un artista come Giovanni Anselmo, la cui opera esplora energie e forze naturali non sempre visibili, con l’intento di rivelarle o di renderle accessibili all’immaginazione e alla nostra coscienza. In ogni suo lavoro Anselmo mostra come ogni cosa si trasformi, si rinnovi e si completi in relazione con l’ambiente in cui si trova a essere. Com’è nel carattere pacato di questo artista e nello spirito radicale della sua ricerca, il progetto proposto alla Fondazione Querini Stampalia è preciso, rigoroso, lineare, immenso e in totale rispetto dello spazio progettato da Carlo Scarpa, tenuto in considerazione e rispettato come un’installazione con cui confrontarsi direttamente. Anselmo ha disegnato delle invisibili coordinate entro cui ripensare l’intera area, tenendo conto dell’intima relazione e connessione tra lo spazio e i punti cardinali dell’asse terrestre. Nelle quattro opere che ha proposto in quest’area, ha messo in gioco il tempo, l’energia, la forza di gravità, il magnetismo; ha fatto riferimento all’infinito e al finito, all’invisibile e al visibile, al tutto e al particolare…

anselmo_visibile.jpgLe opere-monumento di Anselmo, sono paradigmi del contemporaneo. Quali le ragioni della sua poetica e quale la visione del suo reale?
L’opera di Anselmo è un’opportunità di espansione per chi sappia vederla. Un lavoro estremamente sofisticato e sottile, così discreto e nello stesso tempo così immenso che, per esempio, nell’opera in sala Luzzato, esposta ora in Fondazione, riesce a inserire una sola parola nel titolo per collegare l’umano con l’incommensurabile: Dove le stelle si avvicinano di una spanna in più. La spanna e la mano diventano la misura che distingue l’essere umano dagli altri esseri, diventando qui lo strumento che l’uomo ha a disposizione per misurare anche distanze celesti.
Quello che ho sempre apprezzato nell’opera di quest’artista è la sua forza e il suo essere sintonizzato con la storia e il cambiamento, ma sempre sottovoce. Come se tutto il senso, dell’opera e della vita, fosse da cercarsi sottoterra, in una forza carsica che, solo un attimo prima impercettibile, a un certo punto esplode in superficie con un impeto rivoluzionario. Ho sempre considerato una lezione quel suo garbo e quella sua precisione. Anselmo, nella sintesi più totale, ci chiede di avere maggiore coscienza e di sintonizzarci su altri equilibri mentali. Ci dice che “Vedereè anche una questione di tempo, necessario alla nostra mente per capire che deve concentrarsi, per esempio, su quell’invisibile che è la parte mancante del visibile. È un’artista che invita a superare le convenzioni legate al guardare, al pensare, al vedere la realtà in cui siamo immersi, superandone i limiti. Per questo ho pensato fosse necessario e urgente invitarlo alla Fondazione.

I titoli delle sue opere sono delle dichiarazioni...
Senza titolo, invisibile, dove le stelle si avvicinano di una spanna in più, mentre oltremare appare verso Sud-Est, e la luce focalizza... è il titolo esteso della mostra di Venezia e, come molto spesso accade negli interventi di Giovanni Anselmo, è una lunga sequenza, quasi un piccolo racconto che descrive le opere che s’incontreranno; è una successione di paesaggi che, come finestre, si aprono alla nostra immaginazione, ma, soprattutto, dentro il titolo-racconto, si cela il bisogno di orientare lo spettatore oltre lo spazio limitato della mostra e di portarlo verso orizzonti infiniti. Questo è uno dei fondamenti della sua arte. Le parole dell’artista spiegano meglio di chiunque altro il suo pensiero: «Ho sempre cercato di rapportarmi con il mondo, e dato che l’energia è dappertutto e noi stessi siamo energia, per me è importante avere nell’opera, non un oggetto, ma un agire...».

Quali Maestri e quali suggestioni richiama nella sua arte?
Giovanni Anselmo ha esordito negli anni Sessanta nell’ambito dell’Arte povera, impegnandosi in una ricerca tesa a esaltare la presenza potenziale dell’invisibile nel visibile, esponendo la stretta relazione che esiste tra il finito e l’infinito. Ha poi formulato una personale dialettica, spesso resa manifesta dall’accostamento di materiali di valenza contraria che attraverso le sue opere mettono in luce l’energia insita nella stessa materia utilizzata. Per Anselmo quello che importa è il visibile della materia e l’invisibile dell’energia che si manifesta mediante gli effetti del suo agire.

Elisabetta Di Maggio offre un’installazione site specific che penetra gli strati del Museo Querini. Le realtà sospese dell’artista coinvolgono lo spazio e il tempo in un continuum. Dove inizia e dove finisce l’arte della Di Maggio?
dimaggio-12.jpgNon so per quanto tempo abbiamo passeggiato insieme nel Museo, per studiarlo, capire dove, nel ‘brusio’ delle opere storiche, fosse corretto intervenire. Elisabetta ha cercato di fare spazio e creare dei passaggi in cui inserirsi; si è concentrata nell’individuare quei varchi attraverso cui accedere, in modo nuovo, alla stratificazione della memoria solidificata nella casa/museo. Così è nata l’installazione Natura quasi trasparente, in cui l’artista ha lasciato che delle piante di edera invadessero il portico centrale del Palazzo, rendendo visibile, attraverso una misura, il tempo trascorso. E proprio perché si tratta di un museo, un luogo in cui gli oggetti e le opere sono stati congelati (preservati) per secoli, la sorpresa e la vitalità dell’invasione naturale si fa ancora più forte. La forza e l’esuberanza di un elemento vivo e germinativo, trasforma quello spazio cristallizzato, donandogli possibilità di senso inaspettato, nuove direzioni significative. Le foglie di edera si sono arrampicate lungo i muri, hanno sfiorato le opere e gli oggetti, formando un disegno visionario in cui la trama del passato è intrecciata ai fili nuovi del presente. Rivela un senso tenace che sta al di sotto del fluire delle cose.  Sul concetto di tempo, declinato in tutte le sue forme, Elisabetta Di Maggio ha basato la sua ricerca, tanto da far diventare il tempo stesso la vera materia del suo lavoro. Poi c’è la riflessione sulla memoria e sulle sue stratificazioni, che per quest’artista è sempre stata fonte di ispirazione, perché le offre indicazioni preziose sull’esistenza. Come in tutte le sue opere, con pochi e semplici elementi, Elisabetta riflette, e ci fa riflettere, su concetti fondamentali come natura e tempo, e lo fa attraverso l’instabilità e l’equilibrio di un’opera che, essendo viva, necessita di una cura costante, di accudimento e attenzione, per rallentarne l’inesorabile decadenza. In questo equilibrio tra vita e morte risiede quella bellezza naturale che l’arte complessa e discreta di quest’artista tenta di fissare, consapevole della sua fragilità e contingenza. All’interno del percorso della mostra dentro il Museo, c’è un’altra significativa installazione della Di Maggio: l’artista ha voluto aprire la piccola stanza dietro il boudoir, oltre la camera da letto, solitamente chiusa al pubblico e non visitabile. Qui ha trovato un vecchio guardaroba del XVIII sec., dove sono conservati alcuni oggetti di famiglia, troppo fragili e delicati per essere esposti: miniature, monete, cammei, sculture di porcellana, gemme, oggetti d’uso quotidiano (sigilli, bussole, manometri, spille, bottoni, tabacchiere), frammenti di stoffe, indumenti che raccontano la vita della famiglia e la storia della sua casa. Qui l’artista ha allestito il suo cabinet des curiosités, un display contemporaneo, dove il suo personale archivio si confonde con l’archivio storico, facendogli da specchio e arricchendo la sua comprensione.

morganti-bonotto.pngSvolgimento di un quadro è il titolo dell’installazione di Maria Morganti. Anche in questo caso protagonista è lo spazio della Fondazione che diventa ‘tela’ per l’artista. Ci racconti le visioni a colori della Morganti.

Quando nel 2015 ho invitato Maria Morganti a confrontarsi con gli spazi della Caffetteria, lei ha deciso di iniziare partendo da un quadro che aveva dipinto nel 2008, in occasione di una sua mostra e che ora si trova nella Sala dell’Ottocento nel Museo. In quel quadro, Maria aveva preso ispirazione dall’opera La Modella (1910) di Alessandro Milesi esposta in quella stessa Sala e, in particolare, dal fiore tra i capelli della donna, immaginandolo come la tavolozza sulla quale il pittore aveva ragionato sui propri colori.
Pensando allo spazio di Mario Botta della Caffetteria, Maria ha immaginato che il dipinto si espandesse sui pannelli che ricoprono i muri e che il colore si distribuisse nello spazio. È una dilatazione del quadro nell’architettura come se ogni singolo strato si sfogliasse tridimensionalmente nell’ambiente. Attraverso una prevalenza di verdi, azzurri e una forte presenza del rosso, il quadro si è moltiplicato in tanti quadri separati. Inoltre, ciò che ha mosso Maria Morganti e ha reso possibile la sua installazione è stata la relazione, la sintonia con un’altra esperienza di ricerca e di lavoro: l’incontro con la manifattura tessile Bonotto, con cui l’artista è riuscita a confrontarsi in maniera empatica. La sua sfida era quella di aggiungere un nuovo ‘strato’ alla collezione della Querini e nello stesso tempo, un nuovo ‘strato’ alla collezione dei tessuti Bonotto. L’artista ha tradotto il gesto del dipingere con la pratica del tessere e ha traslato ogni singolo strato di colore in una tela colorata. Dalla tela come supporto della pittura, alla tela come materia-colore essa stessa. Da lontano appaiono come grandi campiture monocrome, ma solo quando ci si avvicina, si capisce che il colore è invece composto da tantissime sfumature.
Anche nella ricerca di quest’artista, la dimensione del tempo è fondativa: nel suo lavoro mette al centro l’esperienza del colore inteso come materia, come traccia dell’esistenza. Si può dire che le sue opere sono sedimentazione di tempo e si manifestano come diari cromatici. Quello che Maria produce quotidianamente nell’isolamento del suo studio attraverso un ritmo preciso, un colore al giorno, viene messo successivamente in relazione con l’esterno, con altre realtà, nel tentativo di innescare un contatto tra la propria interiorità e lo spazio esterno e condiviso.

Le opere della Di Maggio e della Morganti resteranno segni contemporanei e permanenti della Fondazione?
L’opera di Maria Morganti è nata come un’istallazione permanente, pensata per gli spazi di Mario Botta nella Caffetteria della Fondazione Querini. La mostra di Elisabetta Di Maggio, che finisce alla fine della Biennale Arte a novembre, ha permesso grazie alla collaborazione con T Fondaco dei Tedeschi di aprire in modo permanente una stanza del Museo prima non visitabile: la stanza segreta subito adiacente al boudoir.

dimaggio-04.jpgKrizia, Bonotto, T Fondaco protagonisti dei diversi progetti in qualità di sostenitori attivi, non solo in termini di fondi necessari alla realizzazione del progetto, ma promotori in prima persona di idee e arte. Quale secondo lei è la definizione di un mecenatismo illuminato?
Tutto il programma di arte contemporanea, che curo da anni alla Fondazione, è possibile anche grazie a un mecenatismo illuminato, a privati collezionisti che amano l’arte e che hanno sempre creduto nella Fondazione e nel mio progetto. Qui vanno nominati anche i galleristi, che sono sempre i primi a mettersi generosamente in gioco, aiutandomi nei miei progetti. Penso all’impegno fondamentale nella mostra di Anselmo di Lisa e Antonio Tucci Russo, ma anche di Benedetta Spalletti e Lia Rumma. Poi, la presenza fondamentale di Laura Bullian per il progetto della Di Maggio…
Altra cosa, l’apporto di soggetti come Krizia, Bonotto e T Fondaco che, come hai ricordato, sono stati sostenitori attivi e, aggiungerei, anche creativi nei rispettivi progetti. Con loro mi piacerebbe davvero fosse iniziato un rapporto di scambio di esperienze e di visioni, un rapporto capace di crescere e durare nel tempo. Scambio proficuo che è avvenuto con ognuno di loro. Bonotto ha messo in campo la sua esperienza e la sua capacità creativa di ‘mago’ del tessile mondiale. Spero che questa esperienza con Maria Morganti gli abbia dato in cambio la possibilità di sperimentare in modo diverso il suo mezzo.
La nuova governance, che guida ora Krizia, ha subito capito che l’eredità nel campo delle arti contemporanee ricevuta da Mandelli andava continuata, curata e ampliata. In questo caso spero davvero si riesca a continuare questo sodalizio, perché so per esperienza come moda e arte possano scambiare idee e crescere reciprocamente.
Con il Fondaco dei Tedeschi è stato immediato comprendere l’importanza di una collaborazione in quanto siamo soggetti operanti nel medesimo contesto e altrettanto capire quanto fosse utile e accrescitivo il legarsi attraverso un ponte culturale per darsi più forza, sia nella comunicazione che nella progettualità. Dopo 15 anni di consulenza con l’azienda Furla e il successo conseguito con il Premio omonimo, ho capito che i progetti per durare e diventare attivi devono poter crescere nel tempo, mettendo un mattone sull’altro! Credo che dentro questo tipo d’impegno e di scambio progettuale un mecenatismo possa definirsi illuminato.


«Giovanni Anselmo | Elisabetta Di Maggio»
Fino 24 settembre 2017

Fondazione Querini Stampalia, Santa Maria Formosa - Venezia

www.querinistampalia.org
 

 
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