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[INTERVISTA] Time is on Art's side. Incontro con Carlo Giordanetti - Direttore creativo Swatch
di Mariachiara Marzari   
marted́ 17 ottobre 2017
carlo-giordanettidavidecarbone.jpgDa sempre Swatch ama portare l’arte tra la gente. Partner principale della 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia per la quarta edizione consecutiva, la casa di orologi svizzera presenta il prestigioso Swatch Art Peace Hotel di Shanghai e i quattro artisti che hanno vissuto e lavorato in questa prestigiosa residenza. Carlo Giordanetti, direttore creativo di Swatch, ci accoglie alle Sale d’Armi B all’Arsenale, nello spazio Faces & Traces che Swatch ha allestito come un vero e proprio padiglione, per presentarci i lavori di Rodan Kane Hart (Sudafrica), Yuan Jinhua (Cina), Virginie Litzler (Francia) e Cédric Van Parys (Belgio).
Parola d’ordine: Libertà creativa.

 

Avete definito “love story” il vostro rapporto con la Biennale Arte di Venezia, che vi vede per il quarto anno consecutivo brand partner ufficiale dell’Esposizione. Quando è scattata la scintilla per l’arte contemporanea?
La scintilla per certi aspetti scocca con la nascita stessa del progetto Swatch, fin dal 1984. L’intuizione del fondatore Nicolas Hayek, a cui si deve la nascita del prodotto e dell’idea che ne sta all’origine, era stata quella di mettere a frutto nel miglior modo possibile l’utilizzo di un materiale che all’epoca si faceva strada nell’industria aprendo innumerevoli strade e possibilità, di forma e di colore: la plastica. Un suo utilizzo in campo artistico era tuttavia considerato quasi blasfemo all’epoca, nonostante le tantissime declinazioni possibili a cui la plastica stessa si prestava e si presta ancora oggi. L’incontro tra l’idea di Hayek e l’arte si è dimostrato per certi aspetti inevitabile e allo stesso tempo mai osato prima, proprio per la possibilità di trovare nella figura dell’artista il principale interlocutore in termini di coraggio per la sperimentazione e la capacità di immaginazione, pura potenza visionaria. Una scintilla, come è possibile vedere, la troviamo già qui.
La cosa bella è stata poter poi superare i confini dell’orologio, pur rivendicando la fondamentale importanza dei primi vent’anni di attività in cui il fortissimo legame tra orologio e artista ha permesso a Swatch di raggiungere un livello di integrità che altrimenti non sarebbe stato possibile ottenere. Questo ci ha permesso di approcciarci a personaggi come Robert Altman o Akira Kurosawa, che cito sempre come esempio per eccellenza di collaborazione autorevole nata da uno spirito di provocazione molto innocente: non so esattamente con quale coraggio sia stato possibile mettersi in contatto con Kurosawa, ma quel che è nato da questo incontro (la serie Eiga-Shi n.d.r.) è davvero il simbolo di quella che è stata l’attività portata avanti da Swatch nel campo dell’arte e della creatività, instaurando con le personalità coinvolte un rapporto all’insegna dell’equilibrio e del rispetto reciproco. Un rapporto che spesso ci ha portato a capovolgere la prospettiva, con artisti che ci contattavano chiedendoci di poter realizzare uno Swatch. Tutte persone che hanno arricchito con proprie suggestioni, con un proprio segno inconfondibile il nostro progetto. Un caso emblematico è stato in questo senso la collaborazione con Renzo Piano per la colorazione dei meccanismi, fatta per la prima volta proprio con lui. 
Il Giardino dell’Eden di Joana Vasconcelos nel padiglione Swatch ai Giardini due anni fa ci ha permesso di continuare nell’opera d’innovazione espressiva e stilistica, coinvolgendo in questo processo di rinnovamento anche una pratica artigianale per certi aspetti sacra: da qui il quadrante in argento e oro, posizionato a mano per la prima volta nella storia di Swatch.


Un’attività che quindi supera di slancio i confini della sponsorizzazione pura e semplice.
Assolutamente. La mera sponsorizzazione non ci è mai piaciuta, salvo qualche rara eccezione in ambito sportivo che per sua stessa natura non permette collaborazioni improntate alla creatività.
Fin dall’inizio il rapporto con la Biennale Arte si è configurato come specchio dello spirito che anima e fa andare avanti lo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, uno dei maggiori centri creativi della Cina, permettendoci di riflesso di giocare sull’aspetto storico che tanta importanza riveste nel rapporto tra Venezia e la Cina stessa. 2011, 2013, 2015 e 2017 rappresentano le tappe di un percorso che arriva quest’anno ad un esito compiuto, felici di aver riscontrato nel Presidente Baratta e in tutto lo staff della Biennale un riconoscimento alla serietà delle nostre intenzioni.
Mi piace pensare allo spazio che ci è stato concesso per questa edizione come a un premio ai nostri sforzi portati avanti in questi anni, una legittimazione che la Biennale ha dato a quanto avevamo da dire, in risposta a chi pensava che a uno sponsor venisse riservato troppo spazio senza motivazione legittima.
Lo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai è materializzazione di tutte queste nostre istanze, luogo in cui nascono relazioni durature con gli artisti.

Le opere che vengono realizzate ed esposte nei vostri spazi entrano a far parte di una Collezione o seguono altri destini?
Si tratta di opere che vengono commissionate e poi rimangono di proprietà dell’artista, che in alcuni casi ha liberamente scelto di donarcene una parte, quando possibile. In particolare, l’opera di Joana Vasconcelos aveva una natura trasformabile che avrebbe dovuto successivamente prevedere un allestimento di dimensioni molto maggiori rispetto a quello realizzato qui a Venezia. L’Ospedale di Santo Spirito a Roma avrebbe dovuto ospitare questo secondo tempo del progetto, ma poi la cosa alla fine non si è realizzata. Giardini Colourfall di Ian Davenport potrebbe entrare a far parte di un edificio Swatch che sta nascendo, anche se il progetto si preannuncia piuttosto impegnativo.

ian_and_carlo_in_front_of_giardini_colourfall.jpg


Tra voi e gli artisti vi è un rapporto che arricchisce entrambi e di riflesso il panorama intero dell’arte contemporanea. La love story con la Biennale Arte è destinata a durare anche nei prossimi anni?
La Biennale Arte rappresenta per noi un banco di prova, un appuntamento che va oltre i piani strategici aziendali e commerciali. Quest’anno, fin dal giorno prima di vernici, ci venivano chieste informazioni sulla nostra presenza nel 2019. Quello che apprezzo molto della nostra partnership con Biennale è anche e soprattutto la flessibilità che ci permette di raccontare quello che abbiamo da dire, scegliendo di volta in volta congiuntamente il modo migliore per farlo.

A Shanghai ospitate non solo artisti ‘puri’ ma vi aprite anche a linguaggi altri, esattamente come la Biennale ha già fatto in passato, fa adesso e farà di sicuro in futuro. È ipotizzabile un coinvolgimento negli altri dipartimenti culturali della Fondazione veneziana come Danza, Teatro o Musica?
L’idea solleticava sia noi che la Biennale. In passato avevamo lavorato con una performer studiosa di danza cinese che avrebbe potuto trovare una collocazione in questo senso. Bisogna però essere consapevoli dei propri limiti e rendersi conto di trovarsi in contesti iperspecialistici quando si parla di Danza, Teatro o Musica. Sono mondi in cui non ci si può improvvisare disinvoltamente. Nella Biennale Arte ci sentiamo maggiormente ‘protetti’, pur mettendoci la faccia e prendendoci tutti i rischi a cui un appuntamento tanto seguito espone. Impegnarci in altri settori forse sarebbe troppo, restituirebbe una propensione bulimica che non premierebbe la nostra attività, nonostante la trasversalità che sta nella natura stessa del nostro marchio e che con Davenport e Vasconcelos ha raggiunto il perfetto equilibrio tra grande impatto visivo e massima fruibilità, portandoci a trasferire questa trasversalità anche nel nostro modo di pensare ai personaggi da coinvolgere nelle nostre iniziative, esponenti del mondo dell’arte o dello spettacolo, dell’architettura o di altri campi espressivi. Tutti legati da un filo rosso di libertà.

2017-09-14_11.14.48.jpgVeniamo ora più specificamente allo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, vera e propria materializzazione del vostro spirito di ricerca creativa. In un mondo che vi vede committenti 3.0, quali le tappe che hanno portato alla nascita di un progetto capace di raggiungere in tempi brevissimi un fortissimo riscontro di critica e di pubblico, regalando visibilità ai nuovi volti della scena artistica contemporanea?
Si tratta di una piattaforma di dialogo con gli artisti gestita con tutti gli accorgimenti che una distanza del genere impone: quando sono lì non mi occupo d’altro, l’immersione nel contesto è totale proprio per programmare al meglio la nostra attività e dialogare concretamente con gli artisti, che generalmente restano in residenza da 3 a 6 mesi.
Volevo assolutamente che in Faces & Traces ci fossero appunto le facce degli artisti, mostrando la persona che sta dietro ad ogni lavoro, aspetto che, a mio avviso, nell’ambiente artistico non sempre viene adeguatamente sottolineato. Non per altro, ma semplicemente per evidenziare come il processo di scelta di un’opera nasca principalmente dall’incontro personale, prima che con l’opera d’arte stessa. In quest’ottica, il racconto è parte fondamentale della storia del nostro brand e della scelta di raggruppare gli artisti attraverso temi che ne coinvolgano le sensibilità, siano essi fotografi, scultori, pittori...

All’inizio non ipotizzavamo di seguire gli artisti in maniera così coinvolgente; il progetto iniziale prevedeva da parte nostra la messa a disposizione di strumenti e spazi per fare in modo che gli artisti lasciassero delle tracce del proprio passaggio. Poi le cose si sono sviluppate seguendo percorsi inimmaginabili prima, frutto del contatto diretto, come nel caso del processo che ci ha portato alla realizzazione del primo Swatch stilizzato attraverso la realtà aumentata.
Una delle cose in assoluto più intriganti del progetto di Shanghai è proprio vedere come persone che prima nemmeno si conoscevano possano in quel luogo incontrarsi, interagire in maniera fervida, dando visibile concretezza al sodalizio producendo qualcosa destinato a rimanere, delle tracce artistiche vive per l’appunto.
Si tratta di un’esperienza che porta ad altre esperienze, magari anche negative talvolta, ma sempre istruttive. Per fare un esempio in questo senso, tempo fa abbiamo fatto incontrare una videoartista svizzera, un ballerino basco e un musicista irlandese, portando alla FIAC di Parigi una loro performance incentrata sulla danza come concetto di rinascita dalle macerie. Dopo questa esperienza abbiamo capito che il contesto delle Fiere non faceva per noi, per il tratto marcatamente commerciale che le caratterizza e le differenzia da manifestazioni come la Biennale Arte, forse simile per clamore mediatico ma completamente differente come spirito, come linea di coinvolgimento dei propri pubblici.
Il lavoro portato avanti con Chiara Luzzana e Stefano Ogliari Badessi è emblematico di come anche un artista non figurativo o decorativo possa arrivare a rapportarsi con noi: alla prima abbiamo commissionato un lavoro, Sound of the Cities, poi portato avanti per un anno; il secondo ha invece potuto portare avanti un’indagine di scoperta sui materiali, perfetti per la sua arte tanto attenta ai volumi, al movimento e, appunto, alla matericità, nel suo caso specifico sottilissimi fogli di acciaio modellabile. Stefano si è reso protagonista di performance davvero memorabili, come l’allestimento di una struttura gonfiabile capace di ospitare oltre 200 persone al Swatch Art Peace Hotel di Shanghai o la creazione di tre cupole di ghiaccio a quasi 4000 metri d’altezza: ha gonfiato degli enormi palloni di caucciù, che ha poi innaffiato di notte con l’aiuto della fidanzata fino a coprirli di uno strato di ghiaccio. Successivamente ha sgonfiato i palloni rendendo queste cupole spazi abitabili: è stato fantastico assistere al loro progressivo scioglimento mentre bambini giocavano al loro interno, esempio concreto di interazione totale con l’opera e la sua natura effimera. Non ci interessa portare l’artista nella galleria, ma fare qualcosa di vivo con lui, dialogando attraverso l’arte.

Perché scegliere proprio Shanghai?
È stata una decisione del signor Hayek: la città presentava affinità con il marchio e si profilava come luogo ideale per la nascita di un luogo in cui potesse regnare la libertà d’espressione. Uno spazio vivo, non di esposizione pura e semplice.

virginie_litzler.jpgArriviamo ai 4 artisti protagonisti alle Sale d’Armi: quali le loro storie e, di riflesso, le loro opere?
Cominciamo dalle maschere di Rodan Kane Hart, l’opera che dal punto di vista puramente visivo mi ha di sicuro colpito maggiormente. Confrontandomi con questo artista sudafricano abbiamo discusso dell’importanza della raffigurazione del viso in una cultura, come quella cinese, che non celebra l’individualismo. L’artista è riuscito a concentrare in queste maschere questo aspetto e l’idea del tempo catturato, capace di essere fermato in un momento. Da subito mi ha espresso il sogno di poter lavorare all’opera proprio negli spazi di esposizione, cosa che grazie alla Biennale è stato possibile fare. Sul suo davanzale, Rodan teneva una ventina di riproduzioni in gesso di celebri raffigurazioni di sculture classiche, che vengono utilizzate dalle scuole di disegno in Cina per insegnare ai propri alunni come raffigurare i volti degli occidentali. È partito da questi volti aggiungendone poi altri, tra cui probabilmente anche altri artisti ospiti dell’Art Peace Hotel, la cui identità non ci è mai stata però svelata. Sui busti viene poi posizionato questo foglio di acciaio inossidabile, fatto aderire alle diverse fisionomie con il calore. Rodan è un artista molto timido, attaccatissimo alle proprie radici, che è stato molto incoraggiato dalla propria famiglia a portare avanti la propria attività e ha voluto essere affiancato dalla madre durante l’inaugurazione.
Il belga Cédric Van Parys è per certi aspetti l’opposto rispetto a Rodan. Lui ha alle spalle diverse esperienze anche in veste di curatore e possiede una personalità molto forte, a tratti straripante. Mi ha illustrato il suo progetto, incentrato su un aspetto della cultura cinese che può essere collegato allo stesso tema osservato da Rodan: Cédric si è infatti concentrato sull’assenza nel contesto cinese di monumenti, fatta eccezione per le statue di Mao o del classico soggetto del “gruppo di soldati”. In Cina, infatti, la statua del Garibaldi di turno non esiste; i luoghi vengono identificati più per tratti relativi all’architettura che non per monumenti di personaggi storici, del tutto assenti. Ecco, allora, i suoi straordinari paesaggi di fantasia, realizzati con 3D printing in resine lavorate, che riprendono tratti di alcuni quartieri di Shanghai che abbiamo deciso di esaltare con un’illuminazione sospesa, con 25 scenari che ne comprendono anche uno completamente vuoto, il quartiere in cui ancora tutte le possibilità di costruzione rimangono aperte all’immaginazione. Una celebrazione della tradizione attraverso le ultime tecnologie disponibili sulla piazza.
Virginie Litzler è un’artista francese anch’essa impegnata nella ricerca sui volti, a volte nascosti, altre volte visibili. Ecco, così, queste signore che si proteggono con un ombrello, con la volontà di catturare un passaggio senza smanie di protagonismo.
Con gli artisti che si occupano di scenografia, abbiamo studiato l’allestimento di questo magnifico spazio di archeologia industriale che quest’anno la Biennale ci ha assegnato. Io volevo che ci fosse del legno oltre al pavimento e questa mia volontà è stata assecondata in maniera davvero suggestiva, con curiosi punti di affinità tra questo spazio delle Sale d’Armi e il Art Peace Hotel stesso, solo che in quel caso i mattoni erano grigi e non rossi, perché composti da argilla di impasto differente.
Non poteva mancare un protagonista cinese in questo progetto, l’unico in verità, Yuan Jinhua, artista affermato nato come esperto calligrafo. Tutti gli altri erano in residenza a Shanghai nel 2016, lui precedentemente: lo avevamo invitato ad esporre già nel 2015, ma per diversi motivi la cosa non si era poi concretizzata, anche se lui era lo stesso venuto a Venezia, molto attento a coltivare la relazione con noi e il nostro marchio.
Quando è stato ricontattato ci ha spiegato di aver spostato il suo campo d’indagine dalla calligrafia al concetto di “orizzonte”. Siamo rimasti davvero molto colpiti dalla genialità del suo lavoro, con 8 pitture ottenute dal lavaggio d’inchiostro dalla fortissima potenza poetica, che ancora una volta, come sempre nei quattro artisti coinvolti, guarda alla tradizione rinnovandola.

Tratto distintivo di questa Biennale è di sicuro la capacità di far trasparire l’identità nazionale dei diversi padiglioni attraverso la trama fitta di suggestioni che caratterizzano le opere selezionate. Un intreccio di tecniche espressive e stilistiche in cui, in alcuni lavori più in altri meno, si può individuare quasi sempre un tratto legato al Paese di volta in volta coinvolto.
Assolutamente, ed è una trasversalità che si può rintracciare anche nei temi e nei materiali proposti. Un mio grande desiderio, che purtroppo per motivi di tempo fatico sempre a realizzare, sarebbe quello di affrontare il percorso della Biennale concentrandomi su un unico tema, giocando poi a rintracciare quel tema stesso in tutte le opere che vedo e incontro. Stesso discorso potrebbe essere allargato ai materiali, con una presenza massiccia del tessile e dell’oro, materie che non possono di certo lasciarci indifferenti. Altro gioco fantastico sarebbe quello delle nazionalità: percorrere tutte le Corderie cercando di indovinare i Paesi d’appartenenza degli artisti che incontriamo.

yuan_jinhua.jpg Recentemente Yuri Ancarani, incalzato, ha affermato: «Gli artisti contemporanei ormai parlano solo di soldi, i banchieri solamente d’arte contemporanea». Da quello che ci siamo appena detti, mi pare che invece la situazione appaia, dal vostro punto di vista, assai diversa…
Sono contento che nella frase abbia detto “banchieri”, perché benché svizzeri questo ci permette di distanziarci da un contesto che appare così negativo. Si tratta di una frase che ovviamente deve essere contestualizzata e che vuole attirare l’attenzione su categorie che corrono forte il rischio di snaturarsi. Esistono miriadi di banche e fondazioni che certamente esercitano una loro funzione di meri investitori in arte; un’azione certo positiva ma che non ha nulla a che vedere con la nostra visione e azione. Con la disciplina artistica vantiamo di certo radici più profonde. Ci tengo a portare avanti la nostra bandiera di pionieri sotto questo aspetto, tra i primi a legare arte e prodotto in maniera non puramente commerciale. Che gli artisti pensino ai soldi è poi questione antica e normale, basti pensare ai contrasti che rovinarono l’amicizia tra Michelangelo e Sebastiano del Piombo… A noi è capitato di accogliere a Shanghai artisti che non disponevano neppure dei mezzi per comprare l’attrezzatura minima necessaria a svolgere il proprio lavoro. Non tutti gli artisti affrontano un progetto ragionando nell’ottica di finanziare quello successivo, non perseguendo così l’immediata capitalizzazione, il realizzo qui e ora, bensì privilegiando il reinvestimento.
Come azienda abbiamo seguito un approccio simile, in alcuni casi magari andando contro i nostri stessi interessi: abbiamo lavorato con artisti del calibro di Sam Francis o Keith Haring, ma i nostri spazi non sono disseminati di loro opere come avremmo facilmente potuto fare. La nostra capitalizzazione è stata “fare”, piuttosto che “avere”.


 

 
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