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Home arrow ARTE arrow Le radici di un secolo. La Collezione Guggenheim svela i segreti del "Simbolismo mistico"
Le radici di un secolo. La Collezione Guggenheim svela i segreti del "Simbolismo mistico"
di Franca Lugato   
mercoledì 08 novembre 2017

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L’influsso del Simbolismo sulla nascita e sviluppo delle avanguardie storiche dei primi anni del Novecento è spesso sottovalutato, tuttavia la mostra Simbolismo mistico. Il Salon de la Rose+Croix a Parigi 1892–1897, da poco inaugurata alla Collezione Peggy Guggenheim e dal taglio specialistico e circostanziato nel tempo (1892–1897), porta alla luce una fitta rete di legami nascosti, resi evidenti dalla possibilità di creare un ponte diretto con le opere più note della Collezione di Peggy. Vivien Green, curatrice della mostra, sottolinea infatti come gli scritti di Joseph Péladan, fondatore dell’ordine religioso-estetico della Rose-Croix, fossero conosciuti da Andrè Breton, dai Surrealisti, e come la Teosofia e le scienze occulte ebbero un’influenza rilevante sulla nascita dell’Arte Astratta.

 

L’incipit della mostra, dunque, non può che essere il primo manifesto per il Salon parigino del 1892 del tedesco Carlos Schwabe, dove si scopre già descritta tutta la simbologia Rosacrociana: la purezza del giglio, il cuore fumante simbolo di fede, le rose sanguinanti che circondano le croci, allusione a una dimensione Cristica, la scalinata, ascesa verso una dimensione spirituale, e ancora la mutazione della figura femminile, da femme fatale a femme fragile, sottraendosi dal fango del mondo reale e divenendo bianca, sottile, eterea per raggiungere il mondo immateriale delle idee. Schwabe aveva proprio colto alla lettera la visione idealistica di Péladan!

 

Tre grandi ritratti dell’eccentrico capo carismatico campeggiano nella stanza successiva: Péladan è qui raffigurato come un dandy alla Velázquez nel quadro di Marcellin Desboutin, come un estatico Cristo Pantocratore in quello del belga Jean Delville, ma è nel bellissimo dipinto di Alexandre Séon, il più apprezzato dallo stesso Péladan, che si coglie la dimensione del profeta (si faceva chiamare Sār, guida in assiro), avvolto in una tunica viola pseudo-sacerdotale, con il volto colto di profilo mentre volge lo sguardo altero e distaccato verso l’alto.


Séon è il più devoto sostenitore del Salon de la R+C. Sempre presente agli appuntamenti espositivi, aderisce ai valori spirituali e ideali di Péladan, ma è anche uno degli allievi più promettenti di Puvis de Chavannes. Nell’essenzialità del suo Lamento di Orfeo, con il poeta disperato che si copre il volto, dai colori smorzati e dalle forme appiattite, è evidente il debito verso il grande maestro simbolista. Dello stesso artista La passante che si perde nel bosco sacro, vestita con un peplo alla greca, snella e diritta come gli alberi che la circondano: l’effetto di comunione con la natura che trapela dal quadro è magnifico.

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Nei Salon de la R+C non sono, dunque, presenti le opere visionarie dei veneratissimi proto-simbolisti. I francesi Pierre Puvis de Chavannes e Gustave Moreau e l’inglese Edward Burne-Jones sono troppo famosi e affermati per schierarsi nell’ambiente settario di Péladan. Il loro assunto estetico tuttavia ampiamente echeggia nelle numerose opere dei loro più vicini allievi, seguaci ed emuli. È il caso del tenebroso Orfeo di Pierre Amédée Marcel-Béronneau, ispirato all’Ercole e Idra dell’Art Institute di Chicago del suo maestro Moreau, un nudo maschile idealizzato, posto in un paesaggio spaventoso, un oltretomba demoniaco popolato da esseri mostruosi dagli occhi sporgenti, tra grovigli di serpenti e figure tormentate. Allievo di Moreau è anche il giovane parigino Georges Rouault il quale, convertitosi presto al cattolicesimo, viene spinto dal maestro a esporre al Salon del 1897 una serie di grandi quadri con soggetti tratti dal Nuovo Testamento, vedi il Compianto sul Cristo morto, che evocano la pittura italiana del Rinascimento. Non solamente i soggetti mitologici o di ispirazione letteraria, ma anche i temi religiosi e le immagini sacre abbondano nei Salon de la R+C, funzionali a indurre a stati d’animo meditavi, estatici o addirittura di grande commozione. Spesso questi artisti guardano ai Primitivi toscani, da Giotto a Fra’ Angelico a Botticelli. Le opere di Armand Point, ad esempio, sono un diretto omaggio al Rinascimento toscano pur contaminato con il preraffaellismo inglese.


Spiccano in questa affascinante e suggestiva immersione nel Simbolismo mistico le opere degli ‘anarchici’ Felix Vallotton e Charles Maurin. Virtuosi dell’incisione, i loro soggetti politicizzati mettono in difficoltà il pubblico e la critica perché si discostano dalla linea imposta dal Sār e proprio per questo colpiscono ulteriormente la nostra attenzione. I dipinti idealisti ed ermetici di Maurin, dalle campiture piatte e dalle tonalità acide, dai profili marcati e dalle inquadrature ardite, sono delle allegorie dei mali del capitalismo e della rivolta degli oppressi.

«Simbolismo mistico. Il Salon de la Rose+Croix a Parigi 1892–1897»
Fino 7 gennaio 2018

Collezione Peggy Guggenheim, Dorsoduro 701 - Venezia
www.guggenheim-venice.it

 

 
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