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Home arrow ARTE arrow INTERVISTA | Il principio della piega. La forza e la forma secondo Romain Quattrina
INTERVISTA | Il principio della piega. La forza e la forma secondo Romain Quattrina
di Mariachiara Marzari e Delphine Trouillard   

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Dimensioni imponenti rese aeree attraverso un sapiente trattamento della superficie, pezzi eleganti e sinuosi in plexiglass smerigliato: sono la collezione di sculture dell’artista francese Romain Quattrina in mostra alla Galleria Venice in a Bottle, in via Garibaldi a Castello, fino al 31 dicembre. Le opere di Quattrina giocano con la vista e il tatto, l’artista dà forma visiva al movimento e alla forza, come recita il titolo della mostra When forces become forms. La sua è una ricerca consapevole e rispettosa, ogni suo gesto è pensato come azione e reazione, la sua attenzione è sempre rivolta alla materia, ai compagni di lavoro e al pubblico che da ultimo fruisce dell’opera. Romain Quattrina si racconta.


Qual è stato il percorso della tua ricerca artistica. Dove è nata e quali visioni hanno condizionato la tua crescita?
Il mio lavoro scultoreo è il risultato di un duplice percorso. Sono nato in Francia, a Lione, dove ho studiato storia dell’arte all’Università. In parallelo, ho lavorato come vetraio per pagarmi gli studi. Con il passare del tempo, non ho potuto più rinunciare a nessuna di queste due mie vite. Alla fine del mio percorso universitario infatti ho scritto una tesi sui legami tra il vetro e l’arte contemporanea, in particolare il vetro di Murano, sempre continuando a lavorare. Vivevo tra due luoghi apparentemente opposti: da un lato il laboratorio dello scultore che opera con le mani e dall’altro la biblioteca, dove il ricercatore affina le sue riflessioni – sono stato infatti borsista alla Fondazione Giorgio Cini nel 2015, dove ho effettuato delle ricerche sugli ornamenti –.


romain_quattrina_2.jpgQuali sono i tuoi maestri o gli artisti contemporanei a te più affini?
Le opere di Luciano Vistosi mi sembrano imprescindibili nella storia della scultura in vetro a Murano, nel senso che, anziché rendere conto della complessità di realizzazione, esprimono la dolce e determinata conquista dello spazio. Paradossalmente penso che l’arte di Vistosi non sia molto lontana da un certo minimalismo, a cui ho attinto tantissimo, penso a Carl Andre, Donald Judd, Robert Morris. Tra molti altri mi hanno profondamente segnato gli scritti e le sculture di Giuseppe Penone. La mostra di Philippe Parreno del 2013 mi ha lasciato un grande ricordo, mentre scopro piano piano (forse con un po’ di ritardo) i lavori di Camille Henrot, le cui riflessioni sul tempo e la routine mi rimandano alla mia vita nello studio e alla ripetizione quotidiana di alcuni gesti. Anche alcuni filosofi o storici dell’arte influenzano il mio lavoro, come per esempio Gaston Bachelard per cui nutro un affetto particolare.

Il materiale e la tecnica come si traducono nelle tue opere?
In questa mostra presento sculture in vetro e in plexiglas. Due materiali che hanno in comune il fatto di essere lavorati a caldo, anche se con modalità abbastanza diverse per quanto riguarda la messa in opera. Più della tecnica sono i gesti a interessarmi: le mani, ma anche il corpo intero, che incarnano le tensioni che esistono al momento della realizzazione. È il motivo per cui la mostra si intitola “Quando le forze diventano forme” (When forces become forms). Nello studio ripetiamo più volte la sequenza dei gesti prima di lavorare la materia quando esce dal forno. A questo proposito, in galleria viene proiettato il video della fabbricazione di un’opera. È un documento di laboratorio, che non ha proprio la vocazione di essere mostrato in pubblico, tuttavia permette di tenere traccia dei gesti, siano essi riusciti o falliti, per i lavori futuri.
Quanto ai materiali, hanno ognuno il loro repertorio formale. Il plexiglas permette di ottenere delle forme molto complesse che quasi si racchiudono su loro stesse, mentre il vetro si sviluppa più sottilmente, creando delle curve soffici, probabilmente più organiche.

Quale rapporto ha la tua opera con il vetro o in generale con l’idea della trasparenza e della luce?
Attualmente lavoro volentieri le superficie satinate che permettono una diffusione della luce nella materia, conservando le linee di forza delle curve. Ho spesso cercato di modulare questi giochi di luce e di trasparenza, in particolare immergendo le sculture nell’acqua e nell’olio in occasione di alcune mie mostre in Francia. Ciò costringeva lo spettatore a girare attorno a queste sculture, ad avvicinarsi e poi ad allontanarsi per coglierne le forme e per sfuggire agli effetti ottici di rifrazione e diffrazione. In futuro vorrei approfondire la riflessione sulla luce elettrica (non naturale, per intenderci), in diverse condizioni di luminosità e/o di oscurità.

 

Da quali temi sei partito per sviluppare questo progetto espositivo a Venezia?

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Il gesto può essere considerato il tema principale della mostra, inteso come la modalità di contatto con la realtà materiale delle cose, che mi sembra un tema po’ trascurato (senza voler sembrare reazionario). D’altra parte i gesti diventano comunicazione quando si producono delle pieghe: senza parlare, coordiniamo i nostri gesti per ottenere il risultato desiderato. Siamo anche attenti gli uni agli altri, poiché siamo individualmente responsabili della sicurezza di ogni gruppo durante il lavoro. Vedo in tutto questo una bella metafora del modo in cui dovremmo comportarci nella vita in linea generale.
Nel contesto di When forces become forms la piega, il motivo ricorrente nel mio lavoro, materializza questi gesti. Le dimensioni delle opere sono abbastanza imponenti (la più grande è alta due metri) e possono essere viste, di conseguenza, come un’espressione o addirittura come una scrittura del corpo. Ne risulta una sorta di presenza, una presenza che vorrei silenziosa, nonostante l’ingombro della scultura. Certo la piega è uno dei paradigmi della proliferazione barocca, è tra l’altro una delle sfaccettature del mio lavoro: l’accumulo di pieghe con l’idea di palinsesto. Tuttavia la percepisco anche come una rappresentazione del silenzio – dopotutto non si pone come una forma tenue in un vuoto immenso? – e il segno dei corpi che l’hanno realizzato, ne sottolinea l’assenza. Tutto ciò mi rimanda a questo famoso verso del poeta svizzero Philippe Jaccottet, che sarebbe potuto essere il titolo della mostra:

«Che la cancellazione sia il mio modo di risplendere».

 

«Romain Quattrina. Le forze diventano forme/When forces become forms»
Fino 31 dicembre 2017

Venice in a Bottle, Castello 1794 - Venezia

www.veniceinabottle.com | www.quattrina.com