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FESTA DELLA MADONNA DELLA SALUTE | Dalla peste alla Salute
di Redazioneweb2   

chiesadellasalute17.jpg Innoltravasi l’anno 1651, scorrevano i mesi ed il morbo continuava le stragi. Una dichiarazione giurata del medico Gio.Maria Zonca in data 26 marzo attesta la ferocia indomabile del morbo stesso, e la prodigiosa rapidità de’ suoi effetti, tanto veemente, per cui null’altro restava al medicante, che i neri cadaveri sui quali esercitar egli potesse qualche debole osservazione. Nei mesi di febbraio e di marzo la mortalità sempre più cresceva, quantunque la pubblica vigilanza nessuna cosa lasciasse intentata per opporvi qualche barriera con ogni modo di riguardi e di espurgazioni. Erano rigorosamente perseguitati coloro che ardivano commettere il menomo arbitrio o lo attentassero solamente. Il giorno 30 aprile, certo Giuseppe Dandolin e Marietta vedova dei Conti di Casal, scoperti ladri in case sequestrate, furono appesi alle forche nel campo di santo Stefano, per stataria sentenza dei Presidenti e Capi del Sestiere di s. Marco, dal che si deduce che a queste momentanee Magistrature, aveva accordate il Senato facoltà estesissime ed illimitate.

 

In mezzo alla generale iattura erano già stati scelti fra il numero dei Patrizi tre personaggi che alla esemplare pietà accoppiavano la migliore intelligenza in fatto di belle Arti. Essi furono Simeone Contarini Cavaliere e Procurator di s. Marco, Girolamo Soranzo fregiato delli medesimi onori, e Marco da Molin, i quali fino dal giorno 26 ottobre 1650 vennero incaricati di adoperarsi per la nuova Chiesa, Scelsero questi uno spazio presso la punta della Dogana da mare, in luogo ove stavasi la Chiesa ed Ospizio della Trinità del Cavalieri Teutonici di Prussia, soliti a passare per questa città nel viaggio loro di Terra Santa. Ivi adeguate al suolo le antiche fabbriche e fatto sgombro dell’area, sorse poscia il magnifico Tempio che gareggia per colossale dimensione e per struttura fra i primi edifizi della Cristianità.

 

il-medico-della-peste1.jpgIl giorno 25 marzo 1651 era stato destinato per deporre solennemente la prima pietra di tanta mole, ideata dall’ingegno generoso e magnifico del veneto architetto Baldassare Longhena […]
Nel mese stesso di aprile 1651, i medici credettero scoprire qualche crisi nella malattia: essi poterono rimarcare dei sintomi meno violenti, e quindi si lusingarono che l’efficacia del miasma avesse alquanto mitigata la primiera violenza; infatti si conobbe che quantunque la morte degli appestati fosse quasi sempre inevitabile, pure il periodo del male diventava più lungo, meno rovinoso, e sembrava che la natura umana andasse poco a poco guadagnando di forza e di preponderanza nel periglioso contrasto. A tali lusinghiere notizie i cittadini ripresero coraggio, e per parte della Sovrana Potestà sempre più vennero raccomandate le maggiori diligenze: fu commesso alli Magistrati subalterni di prestarvi mano forte e adoprare la massima severità in momento tanto importante e decisivo, in cui sarebbe stata dannosissima cosa non secondare, coi mezzi umani, la bontà del Signore e le disposizioni benefiche della natura. Così passò il mese di aprile, quando il giorno 7 del susseguente maggio, morì il benemerito patriarca Tiepolo, esempio di evangelica rassegnazione nelle calamità, carico di anni, ed estenuato dalle apostoliche, fatiche. A tal perdita si rattristò la città intiera, ancora dolente per la fresca morte dell’ottimo suo Principe, e ne pianse, conoscendo mancarle in questo Pastore, un Padre affettuoso che soccorreva i poverelli con esemplare pietà, e confortava tutti con edificanti parole di santa unzione […]

 

Intanto il morbo costantemente decresceva e ammansavasi: è vero che tratto qua e là per le contrade ripullulava veemente, a grado di portar la messe delle vittime quasi al numero dei mesi antecedenti; ma questi momentanei sussulti paragonar si potevano agli effetti del lume, il quale, mancando di umore che lo alimenti, sfavilla negli ultimi istanti con maggiore vivacità, e con maggior chiarore di prima.

 

I medici che per ordine pubblico vigilavano sull’andamento del miasma, rimarcarono che l’ultimo sforzo di questa pestilenza ebbe luogo al terminare di luglio, poiché nel giorno 24 si spedì al Lazzaretto un individuo del circondario di santa Fosca, in allora abitante nella contrada di sant’Agnese. Strana combinazione per la quale sembrò che sviluppatosi il morbo in un punto, dopo aver in ogni senso divagato a devastar la città, siasi ricondotto a terminare nella medesima centralità dalla quale era partito!

 

Mentre dunque la salute comune andava ogni giorno migliorando di condizione, e che li rapporti dei medici annunziavano confortanti risultamenti delle loro cure, si dava corso allo espurgo della intiera città; lungo e laborioso travaglio che continuò ad occupare la pubblica vigilanza per ben tre altri mesi.

 

Le cose pubbliche ripigliavano l’antico ordinario andamento; ritornato col coraggio il vigore a riconfortare gli spiriti, i cittadini cominciarono a riprendere la solita loro attività: cessava la diffidenza, il timore, i riguardi, le riserve, che per tanto tempo avevano oppressa questa popolazione, rientrò la fiducia ne’ commercianti, e lo straniero affidato dalle franche e leali proteste di un equo governo, comparve co’ suoi navigli, ornati di ricche produzioni, e senza tema di nuovi disastri alternava col cambio gli effetti della reciproca industria. In questo tempo venne anco dato un successore al defunto principe nel prode Francesco Erizzo che attualmente gestiva le cose della Repubblica come generale in campo.

 

Il giorno 6 settembre si cominciarono a gettare le fondamenta del gran Tempio, che al riferire del prete Martinioni, continuatore del Sansovino e dello Stringa, vennero basate sopra un battuto di un milione cento cinquanta sei mila, seicento, cinquantasette pali, a condur il qual lavoro si spesero ventisei mesi di tempo.

 

traccep.foto_34-35.pngLi nobili deputati alla votata fabbrica presero le più concrete misure perché gl’incominciati lavori si continuassero con la dovuta alacrità e con sollecitudine, emanarono ordinanze disciplinari per la condotta dei travagliatori; stabilirono un ordine di sistema pel giornaliero servizio, prescrissero i doveri degl’impiegati, e nulla dimenticarono di quanto condur poteva al buon proseguimento dell’impresa.

 

Frattanto il Senato propose al Corpo Sovrano di pubblicare la liberazione della città dal contagio, e Venne a ciò destinato il dì 28 novembre giorno di letizia e di gioia universale.

 

Se ho trovato impossibile descrivere con adeguate espressioni l’orrido periodo delle sofferte disgrazie; mi sento adesso incapace a tinteggiare il quadro della pubblica esultanza all’avvicinarsi di quel fausto giorno, dopo sedici lunghi mesi passati fra le angosce di desolazione e di morte.

 

I cittadini rinati ad una novella esistenza, l’un l’altro a vicenda felicitavano, ognuno chiamavasi fortunato per aver sottratta la vita nel comune flagello, e parlava parole di giubilo, di contento. Purtroppo, in mezzo alle reciproche gratulazioni di due teneri amici, sorgeva la triste rimembranza della sorella perduta! Purtroppo la sposa, additando un fanciullo al marito, stavasi muta e pensava al perduto figlio! Purtroppo il nocchiero, reduce dal mare, deserta scorgeva la casa, spoglia dei propri arredi, e cambiata in solitaria spelonca; ma a fronte di tali funeste reminiscenze, il giubilo scintillava sul viso di tutti, e grazie di cuore erano tributate al sommo Reggitore dell’Universo […]

 

29. Novembre 1631
«Il Senato, si obbligò con voto alla erezione di un Tempio dedicato a Santa Maria della Salute, e disegnarono il luogo dalla parte della Dogana da Mare, dov’è quello della Santissima Trinità. Memore il Senato della sua obbligazione, terminato il contagio messe parte di pubblicare la liberazione della città il 28 novembre 1651, che a questo modo la peste ha durato 16 mesi, e visitare con ogni solennità la Chiesa votiva obbligandosi ogni anno a simile visitazione.

 

In quel giorno risplendeva il Sole con una bellissima giornata, benché molti giorni prima il tempo fosse cattivo e tenebroso. La piazza di san Marco era tutta addobbata che pareva un teatro: le colonne, i portici e le finestre erano tutte arricchite di superbi arazzi, cuoi d’oro e tappetti. Le Procuratie erano vagamente adornate di preziose pitture. “Il Serenissimo Principe fa sapere, ed è d’ordine dell’Eccellentissimo Magistrato alla Sanità, che ritrovandosi per la grazia del Signore Iddio, e per l’intercessione della gloriosa Vergine S. Maria della Salute, la città di Venezia ridotta nel primo stato di salute, si pubblica libera dal contagio”. Le voci furono accompagnate da un lietissimo grido del popolo, sonandosi le campane, sbarrandosi una infinita quantità di coette, ed altri fuochi artificiali, toccandosi le trombe e tamburi, con fragore e strepito cosi grande che pareva cader il cielo, e che si profondasse il mondo. Dipoi si levarono incamminandosi in san Marco, ove sederono nel coro al luogo apparecchiatogli dirimpetto a monsignor Primicerio. Quivi si cantò una solennissima Messa, facendo il signor Claudio Monteverde maestro di cappella, gloria del nostro secolo, alla Gloria e al Credo uscir il canto con le trombe squarciate con isquisita e maravigliosa armonia […]

 

L’anno 1656 con Decreto del Senato in data 29 dicembre la nuova Chiesa venne consegnata alli Cherici Regolari della Congregazione di Somasca: questi fabbricarono il magnifico Convento, la cui prima lapide venne solennemente deposta il giorno 17 febbraio 1670 dal Patriarca di allora Giovanni Francesco Morosini.

 

Erano già 25 anni che la Repubblica guerreggiava col Turco per conservarsi il possesso del ricco regno di Candia […]


 

peste2.jpgFra lo spoglio di quella gloriosa cessione, che venne conchiusa il giorno 6 settembre 1669 eravi una Immagine della Vergine Santa, intitolata di S. Tito, appunto perché con particolare devozione e venerazione, conservavasi nella cattedrale di Candia, che era sotto gli auspici di S. Tito. Giunto a Venezia il Sacro Deposito, fu con decreto di Senato 26 febbraio 1670, riposto nella nuova Chiesa della Salute, per doversi esponere nel giorno della festività della Presentazione della Beata Vergine. Ecco da ciò stabilita la giornata 21 novembre per l’annua visita votiva, che il Doge col Corpo Sovrano doveva fare a piedi, in atto di sommessa riverenza: ciò venne anco confermato posteriormente il giorno 9 novembre 1687, allorché seguì la consacrazione del nuovo Tempio sotto il doge MarcAntonio Giustiniano, ed ai tempi di Luigi Sagredo patriarca.

 

La gran mole era già elevata, e spinta vedeasi la cupola alla sommità sua, quando fino dal 18 febbraio 1682, cesso aveva al comune destino l’architetto Longhena, di cui basta quest’opera per farne un compiuto elogio: in essa diede egli prova d’ingegno poderoso ed intraprendente, di estese cognizioni nella statica, di fecondità nei ripieghi, nelle industri sottigliezze dell’arte, ed arrivò a gareggiar con onore fra lo stuolo de’ suoi contemporanei, tutti già preoccupati da un gusto ardito ed esagerato. Dopo la di lui morte continuò il lavoro, e pare che le piccole interne decorazioni non fossero ancor terminate nel 1704. Questo monumento di pietà è costato ai Veneziani da circa mezzo milione d’oro.

 

E qui termina la narrazione di questa storia, a compilar la quale, con la fedeltà ch’esige l’argomento, si attinsero mozioni negli scritti de’ contemporanei, di coloro medesimi che alla catastrofe furono testimoni, senza nulla aggiungere alle circostanze che essi ricordano, e niente togliere ai fatti che della storia medesima costituiscono il nesso.

Tratto da La Peste Di Venezia nel 1630. Origine della Erezione del Tempio A S. Maria Della Salute di Giovanni Casoni, pubblicato dalla tipografia Alvisopoli, a spese di Giuseppe Girardi, nel 1830