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Il caos di casa mia. Come per caso ci si innamora di Home Festival
di Elena Marzari   
14433073_1365727780119197_4532861136718138918_n.jpg“Noi siamo parte del caos.
Siamo parte del caos perché quello che facciamo oggi, avrà un effetto domani.
Non sappiamo dire che tipo di effetto sarà e di solito non riusciamo a vedere il disegno in grande, ma l’effetto delle nostre azioni è sempre lì. In attesa in qualche parte del caos.”

 

Questa storia inizia lì, nel caos delle nostre vite frenetiche.
Inizia con un’idea. “Quest’anno ci vado anche io, lì”.
Inizia con la coda per i biglietti e una scritta bianca su sfondo rosso: HOME FESTIVAL 2017.
Inizia nel caos di tante piccole teste e grandi aspirazioni, in mezzo a cuori spezzati, sogni infranti e speranze che superano la barriera del suono.
Perché il futuro è così. È eccitante e spaventoso. È avventuroso ed elettrizzante. E quando è il tuo turno di giocare, lo senti quasi urlare. “Fatti sotto!”

Non doveva andare così.
Questo è quello che ci raccontiamo ogni giorno, per sentirci un po’ meno in colpa quando le cose prendono la loro piega, fregandosene altamente dei nostri infiniti progetti.
Non doveva andare così è quello che dico io.
L’ho detto centinaia di volte e per le più svariate ragioni.
L’ho detto quando quella sera ha iniziato a piovere. L’ho detto quando quella sera ero in ritardo perché i miei vestiti migliori erano incastrati chissà dove in qualche cesta del bucato e l’ho urlato quando quella sera ho litigato al telefono perché, beh non me lo ricordo nemmeno più il perché. L’ho detto e ridetto, urlato e riurlato, scritto e riscritto, come se ripeterselo così tante volte potesse avere un qualche effetto.

Ma avevo ragione.
Non doveva andare così.
E grazie a Dio, non è andata come doveva!
Noi ci siamo arrivati. Tra zaini pronti alla fine del mondo, pantaloni fradici, capelli appena lavati e indicazioni stradali che mettono alla prova anche le coppie migliori, eravamo lì.

E a quel punto, non importava più nulla.
Se mi chiedeste di raccontare ogni dettaglio non saprei cosa dirvi.
Mi ricordo che correvamo e che non riuscivamo ad andare dritti perché eravamo troppo impegnati a ridere per concentrarci sulla linea retta da seguire.
Mi ricordo che ci siamo innamorati. Almeno una decina di volte, di chiunque riuscisse in qualsiasi modo a comunicarci un’emozione. Non importava che fossero a qualche metro da noi dall’alto di un gigante palcoscenico o a mangiare un panino nel tavolo di fronte a noi. Noi abbiamo sentito l’amore.
Mi ricordo che ci siamo tenuti per mano, perché non volevamo perderci, perché volevamo la certezza che anche in quel momento per davvero non eravamo soli. Ci siamo sporcati con il ketchup e ce lo siamo ripuliti rubando le salviettine a qualche tavolo a caso, abbiamo provato il messicano e abbiamo fatto la coda per l’acqua sentendo la bocca in fiamme.
Mi ricordo che abbiamo pianto e che è stato devastante e mi ricordo ci siamo abbracciati a vicenda perché quella era la nostra canzone.
Abbiamo ballato fino a sentire l’artrosi avanzare e i piedi mandarci a quel paese.
Mi ricordo di essere stata felice.

E poi sì, ci sono troppi ricordi che vorrei tutti potessero sentire, ma no.
Mi dispiace, ma in fondo, penso che ad un certo punto, alcuni momenti debbano semplicemente rimanere per noi.

Potrei scrivere dei palchi (sì erano tanti!!!) o di chi ci stava sopra, oppure iniziare a descrivere quando fossero suggestivi i tendoni che babbanamente chiamerei da “circo”, ma nei quali c’era molto di più. O magari potrei parlare di cibo, andiamo chi avrebbe da ridire a riguardo? Voglio dire, CIBO! O perfino di quanto io sia diventata povera in quelle sante bancarelle perché alla fine ero talmente entusiasta che ho comprato tre paia di occhiali, una borsa indiana e sette cappelli rossi. E tralasciando le mie evidenti difficoltà nella gestione delle finanze, potrei parlare di Venezia, quanto sei bella Venezia. Perché sì, Home ti porta ovunque tu voglia e ti rende orgogliosa, orgogliosa di far parte della sua città madre, Treviso

E alla fine ci ho pensato.
Ci ho pensato per mesi a dirla tutta.
Ho aspettato un’infinità di tempo prima di sedermi su un treno con il computer sulle gambe e iniziare a scrivere questo articolo.
E sapete una cosa?
Non voglio parlare di numeri. Non voglio parlare degli artisti che ho visto. Non voglio nemmeno affrontare l’argomento sicurezza, perché mentre ero lì dentro, non mi sono sentita in pericolo neppure per un millesimo di secondo.
Ma, sì, ci ho pensato tanto.
E poi ho capito.

Home è per chi osa sognare, per quelli che folli potrebbero pure sembrare, è per i cuori che fanno male e per i casini che combiniamo.
Home è per ognuno di noi, perché in un mondo in bianco e nero, quelli che ci credono per davvero sono le sfumature dei colori che ci permettono di dire che ciò che vediamo è meraviglioso ed è per questo che hanno bisogno di noi. Perché noi siamo liberi. Liberi di prendere qualsiasi forma ci faccia sentire speciali, liberi di andare oltre ciò che ci aspettiamo. Liberi di smetterla di guardare un bel quadro a distanza di sicurezza, ma di prendere il timone e inseguire la strada di casa.
Home chiama a raccolta i ribelli, risveglia il mormorio dei desideri sotto i piedi. Ravviva i poeti, i pittori e gli attori. Ti tende la mano e ti regala la possibilità, per una volta, di essere tu al centro.
Per arrivare lì.
In piedi.
Circondati da corpi caldi e pioggia fredda.
Per arrivare lì.
In trepidante attesa.
Fino a sentirsi pieni.
Pieni di amore, pieni di vita, pieni musica e pieni di ossigeno.
Per respirare come se fossimo finalmente vivi per davvero.

Ho trovato una parola.
Ineffabile”.
Io penso che alla fine di tutto, Home Festival per me sia stato ineffabile.
Qualcosa di troppo grande per essere espresso a parole.
Come se per quanto ci io ci provi, non riesca mai ad esprimere per davvero l’emozione che stando lì quella sera mi ha reso migliore.

Ho iniziato parlando del caos e di come non ci sia concesso conoscere oggi gli effetti del nostro domani. E sì, non sapremo mai cosa siamo destinati ad essere, a vivere, a sognare, ma quello che posso dire io, è che alla fine sarai sempre la parte migliore di un meraviglioso concerto.
Se non fosse stato per lui, per quel caos che tanto siamo abituati a temere, non sarei stata lì, se non fosse stato per lui non sarei uscita di casa e non avrei urlato un bel “chissenefregaaaaa” a chi mi diceva che non era la serata giusta, non avrebbe piovuto e avrei perso la possibilità di ballare sotto la pioggia e nessuno si dovrebbe mai perdere l’occasione di ballare sotto la pioggia. Se non fosse stato per lui, mi sarei persa la magia e per quanto mi riguarda, nonostante tutto, ne è maledettamente valsa la pena.

Ed anche se quello che sembra restarci poi, è solo un ricordo effervescente, frizzante come le bollicine nell’acqua delle bottiglie blu, anche se avessi potuto sapere prima cosa sarebbe accaduto, il cuore spezzato, le lacrime, l’amore, la speranza, l’attesa, il cuore spezzato, sì, c’è sempre un cuore spezzato, rifarei tutto da capo?

Questa volta, la mia risposta è: sì.

E se tutto questo vi sembra impossibile, beh, cosa state aspettando?
A Casa c’è sempre posto per tutti.