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Poeta del paesaggio. Teodoro Wolf Ferrari a Palazzo Sarcinelli, omaggio a un artista da riscoprire
Written by Mariachiara Marzari   

2.-teodoro-wolf-ferrari_-isola-misteriosa.jpgIn un panorama di mostre iperboliche, la programmazione di Palazzo Sarcinelli a Conegliano, promossa dal Comune e da Civita Tre Venezie, offre una visione dell’arte che entra nelle vite stesse dei visitatori, nei territori reali e dell’anima. In Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio, che inaugura il 2 febbraio, Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, curatori della mostra, restituiscono alla memoria collettiva la vita e l’arte del pittore veneziano, offrendo un ritratto inedito e sorprendente. «… Alto, grosso, biondo, roseo, con gli occhi verdastri, eloquente quando parla e tenta di spiegarsi il chiaroscuro della sua vita spirituale; tranquillo a vederlo è invece pieno di inquietudini, di logoramenti, di aspirazioni interiori; lavoratore accanito; decoratore industriosissimo … ottimista impenitente e ricco di speranze …» (G. Damerini, La mostra di Palazzo Pesaro, in «Gazzetta di Venezia», 29 giugno 1910), Teodoro Wolf Ferrari viene raccontato attraverso 60 opere provenienti da collezioni private, gallerie, dimore di appassionati e intenditori, che dimostrano come il pittore abbia saputo far confluire a Venezia e in Italia all’alba del Novecento le moderne istanze secessioniste europee. Attraverso le parole dei due curatori scopriamo come la rappresentazione del paesaggio, protagonista assoluto della mostra e della poetica dell’artista, sveli le sfumature più intense e moderne dell’arte di Wolf Ferrari.

 

Quali elementi della biografia di Teodoro Wolf Ferrari sono fondamentali per la definizione della sua arte?

16_teodoro-wolf-ferrari_betulle.jpgGR: Siamo partiti da alcuni assunti che devono essere in qualche modo dimostrati, nella mostra stessa e nell’affrontare in sé Wolf Ferrari. Il personaggio è piuttosto conosciuto, ben collocato in un contesto cronologico e culturale fin dall’epoca di Guido Perocco (ndr: Professore di Storia dell’Arte presso l’Università Ca’ Foscari e ‘storico’ Direttore della Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro), il primo ad affrontarlo in maniera ben approfondita. Tuttavia Teodoro Wolf Ferrari è stato di sicuro sottovalutato, ridotto spesso ad una dimensione provinciale.

FL: L’artista non era trevigiano - nasce a Venezia il 29 giugno del 1878 da August Wolf, di origine tedesca, e dalla veneziana Emilia Ferrari -, ma in un certo senso si naturalizza in questo territorio, spostandosi a San Zenone degli Ezzelini, tra Bassano del Grappa e Asolo, e stabilendovisi in modo permanente dal 1922 fino alla sua morte, avvenuta nel 1945. Dal 1920 sente infatti il bisogno di allontanarsi da Venezia, anche se continua a mantenere lo studio di San Barnaba, per trascorrere soggiorni sempre più lunghi a San Zenone, ai piedi del Monte Grappa, dove da piccolo passava le vacanze estive con i genitori e i fratelli. L’evento spartiacque da questo punto di vista è di sicuro l’allontanamento forzato da Venezia durante il periodo della Prima Guerra Mondiale, un momento doloroso e cupo che trapela anche dall’inedito carteggio con il fratello Ermanno, e a seguire alcune incomprensioni con l’ambiente culturale veneziano, che lo portano a ritirarsi dalla militanza e dal dibattito sulle arti fino ad isolarsi in provincia ed essere considerato un artista della Marca.

GR: Wolf Ferrari è invece caratterizzato da una dimensione assolutamente internazionale, non solo per le origini tedesche che lo portano spesso a Monaco, ma anche per il suo essere interprete originale di questo ambiente e di questa realtà, che trasforma in un linguaggio assolutamente originale e identificabile, almeno fino alla svolta collocabile intorno al ‘20, quando la sua arte vive una sorta di rovesciamento soprattutto in riferimento al soggetto protagonista della mostra di Palazzo Sarcinelli, il paesaggio. Un paesaggio la cui modernità non è tutta dettata dagli influssi monacensi, formandosi secondo anche altri tipi di apporti, come ad esempio il Sintetismo di derivazione bretone. La modernità del paesaggio di Wolf Ferrari è questa, un prodotto immediatamente riconoscibile, caratterizzato da colori anti-naturalistici, la cui natura è influenzata da suggestioni simboliste e la cui matrice è chiarissima, perché riconducibile alla scuola di Arnold Böcklin, all’opera di Franz Von Stuck e al mondo tedesco degli anni ‘80 e ‘90 del 1800.

FL: I primi rudimenti gli arrivano dal padre, abile pittore e bravissimo copista. Successivamente si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1892 e segue per un triennio i corsi dei maestri Guglielmo Ciardi, Pietro Fragiacomo e Millo Bortoluzzi, orientandosi verso quella nuova e più libera pittura di paesaggio che prende via via le distanze dalla strada del realismo e verismo ottocenteschi, una corrente che più che riferirsi al paesaggio “dal vero” si rivolge al “paesaggio dell’animo”. Ha come compagni di corso Umberto Moggioli e Nino Springolo. Giunto a Monaco di Baviera nel 1896 approfondisce gli studi all’Accademia di Belle Arti e sperimenta nuove soluzioni formali e pittoriche. Questa successiva e assidua frequentazione dell’ambiente monacense, e in particolare l’incontro con la moderna cultura secessionista tedesca, è di fondamentale importanza per il completamento della sua formazione artistica.

GR: Quando si parla di Secessioni si pensa immediatamente a Vienna, a Klimt e a quel particolare tipo di linguaggio, ma il lavoro di Wolf Ferrari è antecedente a questa esperienza, anche perché lo è la Secessione di Monaco rispetto a tutte le altre. La prima versione de L’isola dei morti di Böcklin è del 1880 e si tratta di un’opera che gode immediatamente di una notorietà di dimensioni universali. Lo stesso Böcklin è considerato il vero e proprio profeta di quest’arte nuova, anche se successivamente avrà una strana evoluzione mediterranea, italiana e toscana. Böcklin non è tedesco, bensì di Basilea, ma esercita il proprio magistero a Monaco, dove gli subentra il suo allievo più conosciuto, Von Stuck, proprio in seguito al suo trasferimento in Toscana.

19_teodoro-wolf-ferrari_veduta-di-san-zenone-degli-ezzelini.jpgFL: Monaco diventa, quindi, catalizzatrice di tutte queste suggestioni. Lo stesso Max Klinger ne frequenterà gli ambienti, designandosi come altro personaggio fondamentale di quell’epoca.

GR: Rispetto ad altre declinazioni di questa componente bökliniana e pre-secessionista in Wolf Ferrari in più si aggiunge la componente Sintetista di Pont-Aven, la linea di Émile Bernard, Gauguin, per cui la natura non si copia più dal vero, ma piuttosto rappresenta una liberazione da parte dell’artista rispetto ai condizionamenti e alle limitazioni del vero stesso, che è il tratto più originale di questa corrente artistica. Proprio su questo terreno, poi, Wolf Ferrari si incontra con il gruppo di Ca’ Pesaro, essendo Gino Rossi probabilmente il più Sintetista dei pittori italiani.

 

Quale legame lo unisce a Rossi?

FL: Alla fine dell’800 Wolf Ferrari partecipa al gruppo tedesco Die Scholle, di cui uno degli esponenti principali è Leo Putz. Alcuni di questi pittori vivono a Parigi e conoscono Paul Sérusier, teorico del gruppo Nabis, collettivo di artisti parigini dell’Avanguardia post-impressionista, attivi negli anni ‘90 dell’’800. Wolf Ferrari non andrà a Parigi; conoscerà solo di riflesso questo tipo di pittura, che invece Gino Rossi vedrà lì di persona. Wolf Ferrari fonderà a Venezia il gruppo L’aratro, ispirandosi alle istanze del gruppo Die Scholle, stringendo poi un legame con Rossi, quest’ultimo proprio in quel periodo appena ritornato dalla Bretagna e, quindi, fresco delle suggestioni di quella terra. Il primo dipinto sintetista di Wolf Ferrari è addirittura antecedente all’inizio di questa frequentazione e risale al 1904-1905. Parallelamente alla sperimentazione böckliniana più tenebrosa, quindi, Wolf Ferrari lavora anche su questa linea, unendo le suggestioni di più correnti, proseguendo nella sperimentazione almeno fino alla Prima Guerra Mondiale, anche confrontandosi con il panorama viennese e con quello che Klimt rappresenterà. Teodoro, infatti, guarda a Klimt per alcuni suoi soggetti, rielaborandoli però in chiave del tutto personale e originale.

 

La Famiglia di Teodoro. Chi erano davvero i Wolf Ferrari?

FL: I Wolf Ferrari sono una famiglia che ha viaggiato molto, una famiglia educata alle arti e al bello. Siamo riusciti a entrare in contatto con gli ultimi eredi che sono depositari di molte memorie di famiglia, tra lettere, oggetti, opere, spartiti. Curioso, poi, come del fratello Ermanno, famosissimo compositore, Venezia non abbia niente o quasi, essendo il suo archivio a Monaco.

GR: Credo sia giusto mettere in relazione Ermanno e Teodoro. Conosciuto per le composizioni goldoniane, come il Campiello e I quattro rusteghi, di Ermanno esiste in realtà un repertorio sperimentale molto originale, spesso eseguito all’estero. A questo proposito in mostra verranno diffuse delle composizioni di Ermanno eseguite e registrate al Conservatorio Benedetto Marcello.

FL: Anche con Ermanno possiamo imbatterci in episodi di ostracismo: in Germania era considerato troppo italiano, qui veniva considerato troppo tedesco...

 

14_teodoro_wolf_ferrari_lago_con_cipressi_e_case_1923.jpgQual è la linea principale che avete seguito nel composito percorso di quest’artista nella costruzione della mostra?

FL: La mostra non pretende di essere una monografica su Wolf Ferrari e quindi esaurire tutte le fasi della sua produzione artistica, ma di mettere invece in evidenza la parte più moderna della sua pittura, quella cioè che lo inserisce più compiutamente nel circuito internazionale. Come già capitato nella mostra dedicata a Gino Rossi dove lo mettemmo a confronto con i francesi, vogliamo anche per Wolf Ferrari mettere in evidenza il periodo sperimentale della sua opera, che consideriamo il più moderno e significativo. Abbiamo conseguentemente ridimensionato altri approfondimenti, pur registrando con grande piacere la copiosa quantità di collezionisti della Marca che ci hanno contattato per esporre le opere in loro possesso. La sua produzione fu vastissima; Teodoro si isolò a San Zenone, lavorando molto e regalando tantissimi propri quadri, legandosi ancora di più al territorio di Asolo, di Conegliano e del Grappa ed entrando nella maggior parte delle collezioni di famiglia in Veneto.

GR: Non si tratta certo di un mero paesaggista che armato di tela e cavalletto si mette a dipingere dal vero… Almeno fino agli anni ‘20 si tratta di tutt’altro tipo di artista. Sulla base di questo assunto abbiamo costruito la modernità che dà titolo alla mostra e che inquadra la sua opera. Dopo la guerra, per motivi strettamente collegati all’evento bellico, alla depressione e allo spaesamento che ne derivarono, scrive alcune pagine che risultano assolutamente sorprendenti e intriganti. Per sua stessa ammissione, lui considera di non essersi trovato a proprio agio nel fare il paesaggista come Ciardi, né prendendo appunti e poi lavorando in studio, ma di aver capito l’importanza di fissare le prime impressioni sulla tela, per poi lasciarsi andare a stimoli lirici e un po’ patetici, abbandonandosi a suggestioni che avevano contraddistinto le sue opere migliori, come quelle caratterizzate dalla presenza di cipressi, soggetto tipicamente simbolista, che troviamo in diversi suoi lavori a distanza di anni, con significati completamente diversi.

 

È immediato, nelle vostre ultime mostre, riuscire ad individuare un percorso progressivo. Molto spesso il protagonista di un vostro progetto è presente in nuce in quello precedente, in un’attività che si profila come una vera e propria corsa a tappe. Quale il tracciato che vi ha portato a Teodoro Wolf Ferrari?

17_teodoro-wolf-ferrari_salici-sul-lago.jpgGR: Abbiamo sempre cercato di inserire una concatenazione tra le diverse mostre, senza necessariamente intenderle come capitoli di una storia generale. A noi fa piacere tirare fuori questa contiguità e renderla elemento connotativo, come ci piace mettere in evidenza aspetti che possano favorire collegamenti che riteniamo centrali nella storia del territorio, approfondendo temi in chiave diversa. Siamo felici di aver posto l’attenzione sugli aspetti più sperimentali di Wolf Ferrari paesaggista, pur rammaricandoci di come anche a Venezia il gruppo di Ca’ Pesaro non venga assolutamente considerato quanto e come dovrebbe, anzi.

FL: Altro aspetto importante è osservare come tutte le opere provengano da collezioni private e questo non perché si sia deciso di escludere quelle pubbliche, ma proprio per evidenziare come quasi tutte le opere di Teodoro siano parte, come si diceva, di una diffusissima rete di collezionisti privati e che cosa questo significhi. La stessa Ca’ Pesaro possiede poche sue opere, appartenenti però al periodo tardo.

GR: Lo stesso Guido Perocco, che per primo ‘ha messo le mani’ sulla figura di Teodoro, per certi versi il suo scopritore, non è purtroppo riuscito a portare niente a Venezia.

FL: Nel 1968 Perocco organizza una mostra dedicata alle opere giovanili di Wolf Ferrari, con al suo interno il nucleo principale delle opere più sperimentali da noi collocate al centro di questa nuova esposizione a Palazzo Sarcinelli. Queste opere erano allora ancora in possesso di una delle due figlie che verrà a mancare solamente due anni dopo senza lasciare eredi nella casa-studio di Teodoro in fondamenta di Ca’ Rezzonico. Circa una settantina di pezzi, tra disegni, dipinti e oggetti di arte applicata, saranno acquistati da Aristide Coin, che si appassiona all’opera dell’artista e alla sua idea di paesaggio. Questo considerevole nucleo di opere è rimasto ancora oggi e con amore custodito dalla Famiglia Coin. È grazie alla loro disponibilità che abbiamo potuto realizzare la mostra, la loro generosità contribuisce alla valorizzazione di un impareggiabile patrimonio che arricchisce la coscienza di tutti e costituisce opera di mecenatismo e impegno culturale di esemplare intelligenza e sobrietà.

 

Ca’ Pesaro torna al centro della scena e della vita di Wolf Ferrari...

FL: A Ca’ Pesaro nell’estate del 1910 esordisce con una personale di cinquantadue opere, con la quale entra a far parte del gruppo dei capesarini. Questa mostra rivela l’esistenza di due diversi poli artistici a Ca’ Pesaro, ben rappresentati uno da Boccioni, l’altro dallo stesso Wolf Ferrari. Barbantini infatti dà grande spazio ad entrambi, Boccioni con 42 opere, Wolf Ferrari con 52, creando di fatto due personali all’interno della collettiva estiva.

GR: Tutto questo mentre alla Biennale dello stesso anno, nella stessa estate, è in mostra Klimt.

FL: Ed è significativo constatare come le due stanze di Ca’ Pesaro messe a disposizione di Wolf Ferrari, il pittore decida di decorarle in stile klimtiano, in un allestimento che successivamente sarà a Stoccolma (1910) e ad Hannover (1913), configurandosi come vero e proprio format.

GR: A conferma di una felice ‘ossessione nordica’ che si dimostra cavallo vincente a tutti gli effetti, come avevamo avuto già modo di ravvisare nella mostra L’ossessione nordica. Böcklin, Klimt, Munch e la pittura italiana allestita a Palazzo Roverella di Rovigo del 2014. Da quel momento in avanti è possibile ravvisare come gli stilemi di alcuni maestri francesi si sviluppino proprio lungo la linea nordica spesso precisamente individuata, rafforzando intuizioni già avute in passato.

FL: Altro aspetto caratterizzante di Wolf Ferrari è la traccia composita della sua personalità, del suo approccio all’arte e alla vita; il suo essere al contempo battagliero e impegnato ma anche caratterialmente in grado di farsi apprezzare, in ambito lavorativo e non solo. Questo è anche uno dei motivi per cui, dal 1913 al 1938, lo troviamo come presenza costante alla Biennale Arte di Venezia. Nel 1910 è protagonista della personale di cui abbiamo appena parlato, per l’appuntamento capesarino del 1911 esegue anche il manifesto, mentre per quello del 1912 segue l’impostazione grafica del catalogo, ispirandosi all’eleganza della secessione viennese. In questa occasione si presenta come promotore e coordinatore del gruppo L’Aratro ed espone non solo dipinti, ma anche lavori di arte applicata quali pannelli decorativi, mobili, cuscini, vetrate, gioielli. Nel 1913 stringe il sodalizio artistico con Vittorio Zecchin, i cui risultati innovativi furono presentati in una mostra al salone d’arte Winhager di Monaco attraverso l’esposizione di una serie di vasi e vetri usciti dalle fornaci muranesi dei maestri Barovier, accolti l’anno seguente all’XI Biennale di Venezia con grande entusiasmo, che offrivano al visitatore tratti di innovazione tecnica capace di legare in maniera del tutto nuova vetro e pittura.

  13_teodoro_wolf_ferrari_paesaggio_casa_betulle_1.jpg

Come Wolf Ferrari fu ed è percepito dal contesto internazionale?

GR: Purtroppo il riscontro internazionale è quasi nullo, come abbiamo potuto tristemente riscontrare in sede di richiesta di prestiti. Lo stesso Gino Rossi a volte risultava totalmente sconosciuto, tratto tanto inaccettabile quanto imputabile a noi stessi, alla scarsa trasmissione che abbiamo portato avanti in questo senso.

 

«Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio»

2 febbraio-24 giugno 2018

Palazzo Sarcinelli-Conegliano

www.mostrawolfferrari.it