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Home arrow ART arrow INTERVISTA | L’arcipelago della forma. Alla Guggenheim le "passioni visive" di Marino Marini
INTERVISTA | L’arcipelago della forma. Alla Guggenheim le "passioni visive" di Marino Marini
Written by Mariachiara Marzari   
MarinoMarini,Popolo_1929.jpgTra i cancelli che si affacciano sul Canal Grande, proprio davanti alle scale di entrata del Palazzo Venier dei Leoni, l’indimenticabile Angelo della città (1948) di Marino Marini campeggia esattamente dove Peggy Guggenheim volle collocarlo perché venisse esposto nella Mostra di scultura contemporanea, curata e organizzata dalla stessa Peggy nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni nel 1949. Parte da qui, da una delle opere-simbolo della Collezione Peggy Guggenheim, la mostra Marino Marini. Passioni visive, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con la collaborazione di Chiara Fabi e di un Comitato scientifico composto dai curatori e da Philip Rylands, Salvatore Settis, Carlo Sisi e Maria Teresa Tosi.
Un’inedita lettura, concentrata e ravvicinata, di più di cinquanta sculture di Marino Marini e di venti opere – dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento fino al ‘900 – con cui la scultura di Marino si è confrontata.
Una retrospettiva che restituisce una nuova e completa lettura della sua arte e ricolloca organicamente l’artista pistoiese nella storia della scultura. Flavio Fergonzi ci offre la chiave di lettura di questo progetto, una visione allargata e dilatata di un artista-scultore in continuo dialogo con le radici, la storia e la contemporaneità. Un simile dialogo offre un nuovo punto di vista, inaspettato e criticamente innovativo, intorno ai temi affrontati dallo scultore, travalicando le gabbie della cronologia, degli stili e delle periodizzazioni.

 

La mostra offre l’opportunità di un incontro ravvicinato con Marino Marini. Prima di entrare nel cuore dell’esposizione, ci introduce brevemente nel mondo dell’artista?
007-stanza-3-marino-marini-il-pellegrino-san-giacomo-a-cavallo-1939-gesso.jpgCredo che l’aspetto da cui bisogna partire, e che per certi aspetti abbiamo provveduto a mettere in discussione, sia l’assunto troppo sintetico che definisce Marino Marini, assieme ad Amedeo Modigliani, come l’artista italiano più amato del Novecento dal pubblico internazionale. Si tratta di un artista molto fortunato, dallo stile seducente e capace di dialogare con la modernità internazionale e insieme con la storia della tradizione scultorea italiana. Questo è il dato che ha fatto sì che Marino Marini sia oggi presente in tutte le Collezioni dei più importanti musei e protagonista di mostre in molte capitali del mondo. A partire dal secondo dopoguerra, sostanzialmente dal 1948 in poi, il grande collezionismo e il grande mercato internazionale hanno investito fortemente su Marino Marini.
Questo scultore, che già aveva avuto una carriera importante in Italia e poi in Svizzera negli anni ‘30 e nei primi anni ‘40, è stato capace di incarnare la più compiuta rappresentazione di una certa idea di “italianità” artistica, sinonimo di eleganza e di controllo stilistico, di sintesi tra il museale e il moderno. Tutto questo ha dei riverberi molto significativi anche in ambiti assai diversi dalla storia dell’arte. In una delle scene più celebri di Sabrina di Billy Wilder del 1953 Humphrey Bogart offre ad Audrey Hepburn un drink nel suo ufficio di New York: alle loro spalle appare visibilissima la statua del Piccolo cavaliere di Marino Marini, un vero landmark dell’internazionalità colta e moderna di quegli anni. Ecco poi Richard Avedon scattare negli anni ‘50 fotografie della modella Lee Miller davanti a sculture di Marini.
Parliamo di un artista che a un certo punto della propria vita – molto lunga tra l’altro, 1901-1980 – diventa davvero determinante nel sistema dell’arte moderna, cosa che non capita a tutti i protagonisti che di volta in volta incontriamo nell’arte del Novecento italiano. Si tratta di una ‘fortuna’ che possiamo riscontrare in pochi altri, tra questi sicuramente Modigliani e de Chirico, per un periodo considerato un grande artista internazionale. Trovandoci al cospetto di una personalità come quella di Marini, quindi, è molto vivo il rischio che attorno alla sua figura si crei una sorta di mitizzazione che ne indirizzi i percorsi di studio, nello specifico quello dello “scultore italiano-etrusco, rinato nella modernità”. Questo è appunto il motivo per cui Marini piace così tanto al grande pubblico internazionale del Novecento: personalità come Rockfeller, Stravinskij, Ludwig Mies van der Rohe si fanno fare da lui un ritratto esattamente come avveniva nei secoli del passato. Il glamour che ne ha circondato la figura ha tuttavia indirizzato gli studi su di lui, connotandolo come l’artista tipicamente toscano, dallo sguardo rivolto alla scultura antica e capace insieme di fare i conti con la modernità.

duudb6lxkaa38eo.jpgQuali, dunque, gli elementi fondanti della sua personalità artistica che questa mostra restituisce?
Marino Marini è stato ovviamente tutto questo, ma anche molto altro. Negli anni ‘30 è stato lo scultore italiano che più di ogni altro si è dimostrato capace di armonizzare arcaismo e attenzione al dettaglio realista. Capace di ragionare, al pari di Rodin, su una delle grandi questioni della scultura moderna, vale a dire se superfici e volumi dovessero entrare in contrasto o in dialogo tra loro, fase a cui corrispondono le sculture delle Pomone, i nudi femminili ispirati appunto a Pomona, la dea romana della fertilità. Marini ha poi fatto i conti con l’Espressionismo durante l’esilio in Svizzera (dal 1943) e con la grande problematica della deformazione del corpo, per poi diventare negli anni ‘40 e ‘50 lo scultore di quei cavalli e cavalieri così iconici. Con queste opere ha fatto entrare l’architettura nella scultura, come testimonierà la sua attività negli anni ‘50 e ‘60 quando realizzerà una scultura quasi astratta, pur avendo dei contenuti visibili ben riconoscibili.
Marini è tanti scultori in uno; ha avuto una storia molto più complessa di quella che lo vuole ridurre ad una definizione sintetica e immanente. Quel Marini di Sabrina e di Indovina chi viene a cena, di Avedon e del MoMA, che tanto piace agli americani, non è l’unico Marini di cui si deve tenere conto e che merita di essere studiato e approfondito.
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Come questo proposito è stato messo in atto nell’allestimento dell’esposizione?
Assieme a Barbara Cinelli abbiamo interrogato la lingua della scultura di Marini. In che modo gli storici dell’arte possono farlo? Confrontandola con i linguaggi con cui l’artista stesso si è confrontato. Abbiamo preso degli esempi dalla scultura greca ed etrusca e li abbiamo messi vicino alle sue opere, seguendo le sue passioni, come il titolo della mostra suggerisce. Si tratta di un confronto giocato anche sul terreno filologico: sono opere che sicuramente l’artista ha visto e osservato attentamente, magari riprodotte nei libri che possedeva; sono artisti che sono stati importanti nel dibattito culturale che Marini si è trovato ad attraversare e a vivere.
In mostra una buona percentuale di opere è costituita da confronti: un coperchio di sepoltura etrusca ci aiuta a capire il confronto con l’elemento popolare, un Giovanni Pisano risulta importantissimo nel confronto con un guerriero di Marini. E ancora opere di Rodin che ci fanno pensare alla nuova rappresentazione del nudo; scultori francesi a lui contemporanei che ci fanno capire la misurazione di artisti differenti sullo stesso tema. Molto emozionante, secondo me, risulterà la sala dedicata al nudo maschile, con le sue opere comparate a Martini e Manzù.
La mostra nasce dalla volontà di interrogarsi sui linguaggi che hanno caratterizzato la lunga carriera di Marini, dalla fine degli anni ‘20 agli anni ‘70, cercando di analizzare i modi attraverso i quali lo scultore poteva coniugare tradizione e modernità. Una relazione non fatta di prestiti o desunzioni, ma di un confronto corpo a corpo con quegli esemplari che lo hanno ispirato nella propria attività. Un corpo a corpo da lui sempre risolto con suprema eleganza e consapevolezza, con un’altissima capacità di controllo formale.

In una carriera tanto lunga e articolata è possibile isolare una cifra imprescindibile che troviamo costantemente nell’opera di Marini?
Mi viene in mente quello che i toscani definiscono come il “primato del disegno”, la concezione secondo cui lo scultore, prima ancora del pittore, è prima di tutto un artista che controlla le forme. Il disegno come suprema sintesi formale è di sicuro il comune denominatore di tutte le stagioni che la sua arte ha attraversato.

Quale il rapporto che legò Marini a Peggy Guggenheim? Che ruolo ha giocato la sua presenza nella Collezione in una posizione tanto centrale, con il suo L’angelo della città collocato proprio all’ingresso del Museo, affacciato sul Canal Grande?
marini_marino_angel_city_l_angelo_citta_peggy_guggenheim_collection__statue_statua_art_at_site_venezia_venice.jpgPeggy incontra Marini quando lo scultore è al culmine del proprio successo, alla Biennale veneziana del 1948, in un momento in cui il mercato americano si accorge prepotentemente di lui e si impadronisce del suo nome. Si tratta di un anno davvero campale per l’identificazione di un’idea di plausibile modernità: per Peggy Guggenheim, Marini in quel momento rappresenta l’artista italiano per eccellenza, sintesi vivente tra antica monumentalità mediterranea e modernità. È ciò che per altri, non per Peggy, ha rappresentato Giorgio Morandi: un artista che traduce la sapienza antica in una lingua assolutamente moderna.
L’angelo della città, divenuto un simbolo della Collezione Guggenheim, riesce a essere monumentale e moderno al tempo stesso. Marini spiega di averlo fatto in quella posizione e caratterizzato da questa potente erezione perché quello era il modo in cui secondo lui il mondo si poneva subito dopo la fine della guerra. E Peggy di certo non si sarebbe lasciata sfuggire la possibilità di poter fare propria un’opera così italiana e così legata ad un’allegoria di quell’epoca tanto particolare.

«Marino Marini. Passioni visive»
Fino 1 maggio 2018

Collezione Peggy Guggenheim - Venezia
www.guggenheim-venice.it