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INTERVISTA | Quando tutto inizia. Incontro con Michele Bugliesi
di Massimo Bran   

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Ca' Foscari spegne la sua 150esima candelina e lo fa alla grande, a suon di Nobel. Molti gli eventi in programma per festeggiare questo importante genetliaco, a partire, per l'appunto, da alcuni straordinari incontri con scienziati, economisti, scrittori recenti vincitori del Premio dell'Accademia di Oslo.

 

n questo clima di orgogliosa celebrazione, però, ciò che ci interessava di più era di provare a immergerci nelle radici storiche di questo Ateneo cercando di capire quanto di vivo fosse oggi rimasto della sua identità prima, quanto e come questa identità si fosse ridefinita alla luce di una modernità che è avanzata con accelerazioni vorticose e repentine, in che modi, con quali visioni e progetti questo polmone di cultura e sapere stia ora affrontando il presente e il futuro in quest'era digitale, una rivoluzione in atto che quotidianamente muta scenari e confini del fare ricerca. Per muoverci in questo ultracentenario viaggio non poteva esserci guida migliore del Rettore Michele Bugliesi.

 

 

 

 

150 anni di vita, 20.000 iscritti, ai vertici del panorama italiano per qualità della ricerca, forte impronta internazionale dei propri corsi di studio: Ca' Foscari mostra più che mai una forma smagliante, con traguardi e orizzonti sempre più dilatati. Quale la sua personale visione di questo Ateneo, che ora dirige, tra storia e futuro?
La storia di Ca' Foscari è la storia di un'istituzione che è stata da sempre innovativa e al tempo stesso capace di conservare e valorizzare la propria tradizione. Ca' Foscari nasce in un periodo ricco di cambiamenti, con Venezia che veniva unificata al Regno d'Italia e fin da subito rivendicava a sé un ruolo di primo piano nel nuovo stato, desiderosa di risollevarsi dalle condizioni di prostrazione degli ultimi periodi della dominazione austriaca. Nasce da un progetto motivato dalla volontà di riappropriarsi delle radici commerciali che la dominazione straniera aveva per certi versi 'anestetizzato', e al tempo stesso di riguadagnare terreno rispetto a Padova, cui la Repubblica aveva quasi completamente delegato l'azione di formazione culturale.
Il progetto iniziale era ispirato a quello avviato ad Anversa nel 1853, poi sviluppatosi compiutamente negli anni immediatamente precedenti il 1868, anno di fondazione di Ca' Foscari. Prevedeva due diversi livelli di formazione: un primo livello dedicato alla pratica del commercio, diretto quindi alla preparazione dei futuri operatori commerciali; e un secondo livello, realizzato nella sezione magistrale, rivolto alla formazione degli insegnanti delle scuole superiori e all'approfondimento delle dottrine economiche e delle discipline linguistiche, da sempre elementi caratterizzanti della nostra università. Tutto questo in un periodo di grande fermento che di lì a poco avrebbe visto l'apertura del Canale di Suez e, di conseguenza, una trasformazione delle dinamiche del commercio, che da allora avrebbero iniziato naturalmente ad assumere una valenza globale. Si trattava, quindi, di un momento storico molto particolare e significativo. Nei primi anni del '900 si attua un primo passaggio importante nella storia della Scuola veneziana, con l'istituzione della Bocconi di Milano, inizialmente una Facoltà del Politecnico, che nasce dalla concezione secondo cui le discipline economiche fossero maturate a un livello tale da meritare lo status di docenza universitaria. E' un momento in cui Ca' Foscari deve 'decidere cosa fare da grande'; evolve quindi lentamente, intercettando queste nuove tendenze, senza peraltro perdere la propria vocazione commerciale, innovando pur mantenendosi fedele alle tradizioni.

 

Altro passaggio fondamentale, dopo il ventennio, è quello degli anni tra il '50 e '70 del '900 coincidente con il lungo rettorato di Italo Siciliano (dal 1953 al 1971), quando Ca' Foscari si apre alle Lettere, alle discipline umanistiche e al comparto della chimica industriale, allargando i propri orizzonti oltre a quelli economico e linguistico che lo avevano sino ad allora in forma esclusiva caratterizzato, diventando nel 1969 “Università degli Studi”. Dopo gli anni della guerra Siciliano aveva infatti intuito come, per essere competitivi, ci si dovesse distinguere dalle realtà universitarie circostanti, in primis Padova naturalmente. Ebbene è proprio in questa capacità di innovare-conservando e conservare-innovandosi che ha caratterizzato i passaggi più significativi di trasformazione nella storia di Ca' Foscari, che personalmente vedo un parallelo con i tempi che ci troviamo a vivere in questo momento storico. Le trasformazioni tecnologiche che attraversiamo sono davvero dirompenti. Come scienziato sono particolarmente sensibile a questi temi; sono consapevole di quanto l'innovazione tecnologica debba essere accompagnata dalla comprensione compiuta dei suoi effetti sociali ed economici e certamente Ca' Foscari, con la sua storia centenaria nelle scienze sociali e umanistiche, non è e non sarà connotata come polo scientifico. Però credo che sia importante trovare un raccordo tra la storia e le sfide del presente e del futuro. L'obbiettivo che abbiamo stabilito nel mission statement del piano strategico è di trovare una sintesi tra le discipline della nostra tradizione, in campo economico, linguistico e culturale, e le scienze 'dure', le (nano) tecnologie e le tecnologie digitali. Una sintesi necessaria sia all'investigazione accademica, che al potenziamento della nostra capacità di impatto nella formazione. Credo che su questo terreno debba svolgersi la riflessione tra passato e futuro. La nostra capacità di compiere un salto di qualità si gioca qui. Se sapremo calibrare al meglio il nostro impatto sulla società attraverso l'interazione tra le nostre diverse anime, mettendo a frutto le nostre capacità gestionali, e accompagnando i processi di innovazione del territorio, credo che potremo assicurare un futuro di crescita in più direzioni.

bugliesi_30_andreapattarovision.jpgSi tratta presumiamo di un processo di innovazione forse più difficoltoso da assecondare da parte dei docenti piuttosto che degli studenti, millennials ormai pienamente calati in una realtà tecnologico-digitale che è loro pane quotidiano da quando sono al mondo…
Sì, in parte è così. Il mondo accademico è un ambiente in cui non si possono seguire le mode e le tendenze, ed è giusto che sia così. Le trasformazioni cui stiamo assistendo non rientrano però di certo nella categoria delle mode o delle tendenze transitorie, ed è per questo motivo che dobbiamo assolutamente intercettare gli stimoli esterni pur con passi misurati e ponderati. La componente anagrafica gioca un ruolo importante nell'approccio ai metodi e ai contenuti queste nuove materie, è innegabile. Una delle parole chiave in questo ambito è certamente 'interdisciplinarietà': nelle nostre università lavorano moltissimi bravi ricercatori, che hanno ruoli di leadership nazionale e internazionale nei rispettivi campi di ricerca; è importante, però, che queste figure sviluppino in modo più compiuto la capacità di parlare e interagire proficuamente tra di loro, per ricavare idee nuove da questo dialogo. Non è un procedimento facile, ma con applicazione e pazienza vinceremo anche questa sfida. Uscendo dalla comfort zone in cui siamo soliti rifugiarci ci sono tante opportunità in più per tutti, a partire dai fondi di ricerca.

 

Le faccio un esempio legato alle discipline scientifiche, mio specifico ambito d'interesse, del quale ho discusso con il prof. Martin Vetterli, attuale presidente della Scuola Politecnica di Losanna (l'EPFL). La computer science oggi è nella condizione di essere “la fisica del ventunesimo secolo”, proprio per la sua capacità di penetrare in quasi tutte le discipline del conosciuto come i fisici hanno saputo fare nel ventesimo secolo contribuendo ai campi più diversi, dai sistemi complessi alle scienze dei materiali. Ma ecco porsi, nella comunità della computer science, l'atroce dubbio: si tratta di informatica pura o di sue applicazioni? Perché nel primo caso la materia viene considerata meritevole di essere approfondita, nel secondo catalogata come strumento affascinante ma futile, da far sviluppare ad altri.

 

Un altro esempio. Si racconta sempre, ma i fatti lo smentiscono, di quanto gli studi umanistici godano di una scarsa disponibilità di fondi di ricerca. Questo è vero fin tanto che si percorrono gli ambiti canonici, tradizionali di queste materie; basta però uscire solo anche un po' dai binari consolidati per capire e misurare quanto sia possibile essere seguiti e supportati anche economicamente nella ricerca di nuove prospettive di studio. In ambito umanistico ancor oggi una ampia quota di studenti guarda all'insegnamento come naturale sbocco lavorativo: ideale nobilissimo a cui tendere, ma forse un po' riduttivo rispetto alle infinite possibilità cui un giovane può trovarsi di fronte oggi. Proprio in riferimento alle humanities noi a Ca' Foscari abbiamo il più alto numero di ERC grantees e Marie Curie Fellows, ricercatori che hanno intercettato finanziamenti significativi che hanno intercettato, percorrendo strade nuove, andando fuori da percorsi tracciati e ampliando i propri orizzonti formativi e mentali.
In questi anni a Ca' Foscari abbiamo promosso l'innovazione e l'interdisciplinarietà a tutti i livelli possibili, nella ricerca così come nella formazione, innovando nei contenuti e nelle metodologie. Un esempio tra tanti: dopo una fase di progettazione è iniziato quest'anno il nuovo corso per l'Abilitazione Informatica, che dopo anni passati a spiegare Word ed Excel ha potuto proporre ai candidati un programma in cui ai ragazzi viene proposto un progetto di web scripting, per arrivare alla costruzione di strumenti digitali innovativi.

Comunicazione è anche aprirsi al territorio, cosa che il vostro Ateneo in questi anni ha fatto, e bene. Inevitabili le critiche, tra cui l'accusa di essere diventato mero 'eventificio'. Quale il suo pensiero a riguardo? Quali i tratti di continuità e discontinuità rispetto al suo predecessore Carlo Carraro?
Credo ci si debba riferire a tutti questi aspetti con il termine di 'permeabilità', un elemento che ormai fa parte del DNA di Ca' Foscari e dell'università in generale, elemento a cui non si può decidere di rinunciare. Non possiamo certo più pensare di portare avanti i nostri percorsi accademici in isolamento, chiusi in una torre d'avorio. Qualche anno fa ero rimasto negativamente colpito nello scoprire come un sondaggio relegasse il mondo universitario ad un deprimente ventisettesimo posto in una classifica delle priorità percepite dall'opinione pubblica. Questo spiegava, e spiega in parte anche oggi, anche la mancanza di adeguati finanziamenti per il sistema universitario. D'altra parte, oltre che denunciare lo stato di oggettivo sotto-finanziamento al sistema della formazione superiore in Italia, penso sia necessario svolgere una seria riflessione su quello che dovrebbe essere il ruolo dell'Università nella relazione con il contesto in cui opera, certamente anche con la consapevolezza di quanto è importante lavorare incisivamente in termini di comunicazione, dei risultati e dell'attività che noi svolgiamo, utilizzando tutti i canali disponibili, e tra questi certamente gli eventi.
Negli anni del rettorato di Carlo Carraro abbiamo sviluppato una grande capacità di aprirci in maniera decisa verso l'esterno, proiettando i nostri contenuti verso un pubblico sempre più ampio e facendo grandi passi avanti in termini d'impatto, didattico e sociale. Oggi, personalmente, sono portato a indirizzare questo nostro orientamento verso l'esterno in chiave contenutistica più che in termini di immagine e, per quanto i due aspetti non siano necessariamente in contraddizione, tengo comunque al fatto che gli eventi che promuoviamo abbiano un contenuto qualificante per i contenuti oltre che il loro valore di promozione. Questo è l'aspetto che vorrei venisse percepito; nel caso in cui non lo fosse, so di dover lavorare perché ciò avvenga, anche per evitare il pericolo di ridursi, per l'appunto, a un 'eventificio'. Al momento proponiamo ancora un numero elevato di eventi, ma si tratta di una dinamica di comunicazione delle nostre attività che dev'essere gestita, ed evolvere in modo graduale: di certo non si può 'spegnere un segnale' di punto in bianco. Già oggi, peraltro, osservando il nostro sito web si nota come su tre news pubblicate sulla homepage almeno una riguardi sempre progetti di ricerca in senso stretto. Altra espressione di progettualità in questa direzione è la Science Gallery, iniziativa attraverso la quale vorremmo sempre più canalizzare una parte della nostra attività di comunicazione e co-creazione di contenuti, in un dialogo tra arte e scienza che coinvolga la popolazione di giovani compresa tra i 15 e i 25 anni, nostri naturali interlocutori.

portale-cafoscari.jpgCome è cambiata in questi anni la percezione dell'Università?
Non so quanto sia cambiata in realtà, purtroppo. L'università certamente è cambiata, ma questo non si riflette compiutamente nella percezione pubblica, e dobbiamo certamente essere più efficaci nel dare di noi stessi una rappresentazione più moderna.
In questi anni a Ca' Foscari abbiamo introdotto una nuova denominazione dell'ufficio comunicazione, includendo esplicitamente il termine “promozione” proprio per sottolineare l'importanza di far conoscere la nostra attività ed evidenziarne l'impatto sul territorio. Sono, questi, temi delicati, e oggetto frequente di dibattito, anche all'interno del mondo accademico: in ambito anglosassone, per esempio, la valutazione dell'impatto della ricerca da parte di un docente viene stabilito anche in termini del numero di press release (interviste, ndr) che il docente rilascia. Nel mondo accademico della mia generazione, questo era impensabile: quando si pubblicavano i risultati di uno studio o se ne diffondevano gli sviluppi si percepiva molto spesso lo scarso interesse dello studioso stesso a fare in modo che il pubblico potesse davvero capire quale lavoro era stato portato avanti. Oggi, nel mondo anglosassone, comunicare quello che si è studiato ad un più largo pubblico possibile è una azione, certamente di marketing a tutti gli effetti, ma che nessuno giudica negativamente in relazione alla bontà stessa degli studi, e alla loro autorevolezza. Questo atteggiamento nel mondo accademico italiano deve ancora maturare compiutamente.

 

Allo stesso modo, costruire rapporti con interlocutori o investitori privati, altro segmento chiave dell'apertura verso la società, viene spesso considerato 'svendersi', come da più parti si è detto recentemente in merito alla partnership che abbiamo firmato con H-Farm, la piattaforma che aiuta i giovani a lanciare iniziative innovative e supporta la trasformazione delle aziende verso il digitale. Credo che su questo terreno si debba oggi essere davvero aperti, e disponibili a sperimentare, muovendosi con iniziative e progetti liberi da posizioni ideologiche e pregiudiziali.

Approfondimento e azione, personale e virtuale, locale e globale: quali sfide vi attendono anche nei rapporti con i privati?
I nostri rapporti con i privati si svolgono, oltre che attraverso i Dipartimenti dell'Ateneo, attraverso la Fondazione Ca' Foscari, che durante il mio mandato è stata potenziata per offrire servizi e ricevere commesse, finanziamenti, per articolare collaborazioni. La mia personale attitudine è cercare sistematicamente il rapporto con le imprese, attraverso partnership che permettano di sfuggire dal meccanismo stesso di 'commessa' e approdare a quelle che vengono definite corporate affiliation, per fare in modo che le imprese possano usufruire dei nostri percorsi di ricerca in maniera più approfondita, andando oltre la semplice soddisfazione di una mera necessità aziendale e percorrendo invece strade comuni, senza separare i nostri destini fino alla prossima occasione di necessità. La collaborazione con H-Farm è prototipica in quest'ottica, perché riesce ad accrescere notevolmente i rispettivi ambiti di azione.

Il mondo come partner. I 150 anni vengono celebrati con lo slogan APERTI AL MONDO. Nuove sedi in Belgio, Cina, Turchia, India, Russia. Quali le rotte didattiche e commerciali del futuro?
Siamo convinti che aprirsi al mondo rappresenti uno dei modi migliori con cui poter crescere. Ci apriamo verso l'estero sia per costruire nuovi progetti di ricerca, sia per favorire lo scambio di docenti e studenti. La nostra popolazione universitaria è ancora troppo italiana e troppo locale, rispetto a quella che è la vocazione spiccatamente internazionale che ci ha caratterizzato fin dalla nostra fondazione. Nella diversità si cresce, quindi attraverso questi rapporti cerchiamo di aprirci alle altre culture, agli altri abiti mentali con il più ampio respiro possibile: a partire dalle logiche e dalle modalità di selezione degli studenti in ingresso, che a seconda della nazionalità e della cultura di provenienza devono essere accompagnati in maniera diversa in sede di apprendimento. Anche da questo punto di vista stiamo portando avanti la formazione, in questo caso rivolta ai docenti e non limitata all'ambito linguistico, ma ampliata appunto più in generale alle modalità di insegnamento e rapporto con gli studenti in aula. Allo stesso tempo, abbiamo attivato un programma chiamato Brain Gain, che intende creare le condizioni per attirare i migliori docenti e ricercatori sul piano internazionale, che ha attirato l'attenzione di moltissimi soggetti e i cui risultati ci stanno incoraggiando a proseguire con sempre maggiore dedizione. Ormai riceviamo risposte senza nemmeno bisogno di stimolarle: siamo stati “aggressivi” in queste politiche, nella misura in cui era possibile esserlo, e i risultati ci stanno già premiando.

bugliesi_555_andreapattarovision.jpgIl coinvolgimento dei Premi Nobel, invitati a salire in cattedra come docenti nei diversi corsi di laurea, rappresenta il nucleo eccezionale di queste celebrazioni. Quale il messaggio che Ca' Foscari vuole lanciare agli studenti, ai professori e al mondo universitario in generale?
Abbiamo voluto dare ai festeggiamenti una dimensione progettuale, che potesse portare allo sviluppo delle nostre potenzialità uscendo dal sentiero stretto della celebrazione fine a se stessa. Un'occasione come questa può assicurare la visibilità necessaria a migliorare la nostra riconoscibilità e reputazione, fare in modo che i prossimi 150 anni possano vederci sempre di più al passo con i tempi. Su questa possibilità si fonderà la nostra capacità di risultare interlocutori credibili nei rapporti interuniversitari e non solo.
Il coinvolgimento dei Nobel è un'operazione importante sul piano formativo, che permetterà agli studenti e agli stessi nostri ricercatori di entrare in contatto con personalità di altissimo profilo. Certo poi potremo anche dire che «sette premi Nobel hanno insegnato a Ca' Foscari»! Si tratta, in fondo, di un'iniziativa che per noi ha lo stessa valenza del nostro programma di Brain Gain con cui portiamo a Ca' Foscari gli ERC grantees, con il proposito di coltivare, in casa, dei piccoli Nobel. La fuga dei cervelli è un problema che non mi appassiona nemmeno un po'; anzi, noi cerchiamo di attrarli i cervelli! E personalmente cerco di incoraggiare i miei studenti a partire per vivere nuove esperienze e acquisire nuove conoscenze, proprio perché possano un domani, maggiormente arricchiti, considerare l'Italia un Paese in cui tornare e rimanere, un ideale a cui tendere.