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Election Day. Le scelte, quelle importanti...
di Riccardo Triolo   
filonascosto.jpgSuccede il quattro marzo che l'Italia vota e l'Academy pure. Tra i due show, temiamo più il primo. Al toto-film prima della cerimonia ci si dedica con la giusta leggerezza, al limite si può tifare o fischiare dal divano di casa. All'election day, invece, ci arriviamo incazzati come iene, divisi tra neofascisti e antifascisti, costretti a un tifo aberrante, fuori tempo. Increduli di fronte alla pochezza e alla sfacciataggine degli attori del peggior film politico del dopoguerra

Tre i candidati favoriti, a sinistra la temeraria madre di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, al centro il lucertolone de La forma dell'acqua di Guillermo Del Toro e a destra lo scapolo incallito de Il filo nascosto, di Paul Thomas Anderson. Una corsa che in realtà vede i candidati affiancati da altri concorrenti di rango, alcuni dei quali insospettabili. Ma andiamo con ordine. La campagna elettorale è partita da Venezia dove Del Toro, abilissimo trasformista in bilico tra realtà e utopia (fantasy), ha conquistato un ambitissimo Leone d'Oro, dividendo l'elettorato del Lido tra terrestri e subacquei. Ma si sa, al centro il compromesso è d'obbligo. 
 
oscar.jpgDi magnati della moda e imprenditori che si candidano ai vertici decisionali è ricca la storia, ma il caso del Woodcock di Daniel Day Lewis de Il filo nascosto è emblematico: l'attore ha già annunciato il ritiro definitivo dalle scene. E speriamo che l'imprenditore davvero stavolta si levi di torno.
 
Magari per lasciar spazio alla sfida aperta di Frances McDormand, che di manifesti ne espone almeno tre a Ebbing, Missouri, sfidando la polizia. E che dire degli altri candidati, tutti di profilo piuttosto alto? Spicca la rilettura critica di pagine di storia a opera di Nolan (Dunkirk) e  Spielberg (The Post): due fuoriclasse di sopraffina scuola registica. Tra le sorprese di questa tornata, l'agguerritissima Greta Gerwig che con Lady Bird passa dietro la macchina da presa, lasciando il segno. E poi il visionario Jordan Peele, impegnato sul fronte antirazzista nell'horror satirico Get Out.

Anche la questione LGBT sembra tutt'altro che chiusa: a tornare sull'argomento, con delicatezza e acume, è il nostro Luca Guadagnino che con Chiamami col tuo nome ha incantato il pubblico d'oltreoceano. Insomma, c'è di che parteggiare. Salvo superare la coltre di volgarità demenziali che quel giorno ci travolgeranno, di trionfalismi, promesse irrealizzabili urlate, di insulti e botte da orbi, di spari alla schiena di poveri disgraziati, di chiacchiere disumane, indegne, twittate dai ricchi contro i poveri, senza ritegno, dalla difesa fessa della famiglia tradizionale che nessuno sa cosa sia, dal ricorso alle armi, agli eserciti, alle mazzette, ai muri, ai bonus. Sarà allora che l'ambita statuetta, quella dorata con zio Oscar, andrà al migliore. Senza possibilità di appello. 

«90th Academy Awards»
4 marzo Dolby Theatre-Los Angeles
 

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