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Home arrow ARTE arrow Le mie indipendenze. Marino Marini e il dialogo della modernità
Le mie indipendenze. Marino Marini e il dialogo della modernità
di Franca Lugato   
venerdì 09 marzo 2018
peggy_marino.jpgMarino Marini. Passioni visive, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi con la collaborazione di Chiara Fabi, ci porta a riscoprire attraverso il sapiente, raffinato e inedito percorso espositivo che si snoda nelle intime sale di Palazzo Venier dei Leoni e alla ricchezza e importanza delle opere proposte (oltre settanta), un artista che pur nella indiscussa fama internazionale ha forse pagato lo scotto di una lettura troppo spesso riduttiva e semplificata.

 

Considerato da molta parte della critica lo scultore dei “cavallini” e delle “Pomone”, un geniale toscano ma isolato e fuori dal tempo e dalla storia, impermeabile a ogni contaminazione con il mondo artistico contemporaneo, quel mondo caratterizzato da agguerrite battaglie ideologiche e accesi dibattiti estetici. Marino, al contrario, emerge da questa mostra, come una personalità aggiornata e in continuo dialogo sia con la tradizione scultorea italiana, dall’arcaismo etrusco alla grande stagione classica, sia con i grandi protagonisti del Novecento europeo (Martini, Manzù, Richier, Moore, Picasso, per citarne solo alcuni), tutto ciò esplicitato in maniera esemplare dalle opere di confronto.

 

Tra i lavori degli esordi troviamo la straordinaria e mutila terracotta Popolo, che dialoga con uno splendido coperchio di urna cineraria dell’Archeologico di Firenze, memore della riflessione di Marino sulla plastica etrusca, ma che al contempo mostra la ricerca aggiornata e moderna del giovane scultore sulle nuove istanze novecentesche.

 

La severa costruzione plastica unita alla 'cordiale' naturalezza e all’attenzione per i valori cromatici di superficie, allontanano le opere di questo periodo dalla retorica ottocentesca. I nudi virili degli anni Trenta, scolpiti su legno, mostrano un artista oramai maturo e capace di competere con quella scultura di pure forme che era diventata un banco di prova per dimostrare le capacità di modellazione plastica. Degli stessi anni è il Tobiolo di Arturo Martini e l’antieroico David di Giacomo Manzù.

 

marino-marini-janvier-2018-022-e1517219228419.jpgLibere, sciolte e poetiche sono le forme delle morbide Pomone in bronzo, dalle superfici trattate con grande raffinatezza luministica. Strepitosa la galleria dei ritratti, dove Marino mette alla prova la sua sofisticata cultura visiva: dai riferimenti arcaici all’espressionismo rodeniano, fino alle esasperazioni caricaturali alla Daumier. Amato in Europa e scoperto dagli americani dopo gli anni svizzeri della guerra (1842–1946), Marino si impone soprattutto con il gruppo del cavallo e cavaliere che possiamo seguire in mostra dalla genesi agli sviluppi che lo portarono alla fama internazionale, cogliendo gli stimoli dalla contemporaneità, in particolare dalla grammatica picassiana e dall’opera dell’amico Henry Moore.

 

Negli anni Cinquanta l’invenzione degli strepitosi Miracoli, dove il cavallo si abbatte a terra e il cavaliere si inarca spasmodicamente per contrastare la caduta o al contrario il cavallo si impenna e il cavaliere precipita, è oramai evidente il nuovo valore attivo e costruttivo che assume il vuoto. Peggy non è estranea al successo di Marino, alla Biennale del 1948 acquista L’angelo della città che diviene presto il simbolo della Collezione grazie alla sua posizione privilegiata sulla terrazza sul Canal Grande.

«Marino Marini. Passioni visive»
Fino 1 maggio 2018

Collezione Peggy Guggenheim
www.guggenheim-venice.it