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La vitalità onirica del reale. Gino Rossi a Ca’ Pesaro, un grande ritorno
di Luisa Turchi   
04.-gino_rossi_barene_a_burano.jpgA settanta anni dalla sua scomparsa, una mostra a cura di Luca Massimo Barbero ed Elisabetta Barisoni, con contributi critici di Nico Stringa, celebra la figura di Gino Rossi, mettendo a confronto opere dell’artista e di suoi contemporanei provenienti dalla Collezione di Fondazione Cariverona e da Ca’ Pesaro.

 

Pittore antiaccademico e di radice espressionista, non è “senza memoria” in quanto a formazione cosmopolita ma capace di distinguersi in un proprio itinerario artistico, connotato a tratti da viva originalità.

 

Porta in sé, interiorizzati, gli insegnamenti del pittore russo Vladimir Šereševskij, i viaggi in Francia e nei Paesi Bassi, l’influenza di artisti come Anglada, oltre a Gauguin e Serusier, Emile Bernard e Van Gogh. Ritornato in Italia partecipa alle innovatrici mostre capesarine curate da Nino Barbantini, direttore della Galleria d’Arte moderna e Segretario dell’Opera Bevilacqua La Masa a partire dal 1910, accanto ad Arturo Martini, Boccioni e Moggioli.

 

Nel gesto e nell’espressione, Gino Rossi, dal tratto segnico deciso e al contempo morbido, tra linee spezzate e ondulate, e nei cromatismi materici esasperati nei toni caldi e freddi, emerge con temi che si riallacciano a un primitivismo arcaico d’impronta bretone rielaborato anche nel contesto italiano: l’isola di Burano dove si ritira a vivere diventa, infatti, la sua nuova Bretagna, che dipinge con slancio e perseveranza, come poi farà con i paesaggi asolani.

 

Nella ritrattistica di Gino Rossi affiora la sua anima inquieta e senza sconti, che però per contrasto si intuisce solamente poiché non riesce a esplicitarsi, rimanendo prigioniera nei tanti volti senza parole degli umili, come i pescatori, che compaiono nelle sue tele dai volti abbozzati nei lineamenti marcati.

 

05.-gino-rossi_bruto_1913_olio-su-cartone-appl-su-tela_archivio-fotografico-fondazione-cariverona-saccomani.jpgLa vitalità robusta della sua pittura risiede così nella forma e in quell’elemento ‘antigrazioso’ che risalta subito all’occhio discostandosi dall’estetica decadente contemporanea. Con la tragica esperienza della Prima Guerra Mondiale le sue opere riflettono lo studio delle composizioni cezanniane, per poi approdare a risoluzioni geometrico-figurative che intensificano sul piano simbolico il rapporto con la natura. Dal 1926 l’artista verrà internato in manicomio a Treviso e poi presso l’ospedale psichiatrico di San Servolo e San Clemente, fino al novembre del 1932, per ritornare in seguito a Treviso: la diagnosi è schizofrenia paranoide, con tendenze alla fuga, come annotato nei diari clinici.

 

La sua arte in parte sofferta e incupita, in cui si legge un senso di attesa e di solitudine nella sospensione temporale, nonostante non possa essere ridotta esclusivamente solo a questo è, probabilmente, anche prima del manifestarsi della malattia, l’incostante ricerca e desiderio di una via di fuga dall’esistere in una realtà onirica e personale.

«Gino Rossi a Venezia»
Fino 20 maggio 2018

Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna - Venezia
capesaro.visitmuve.it