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INTERVISTA | O tiempo vola. Iaia Forte e i "tempi nuovi"
di Fabio Marzari   

iaia-forte.jpgIaia Forte è una tra le più importanti protagoniste delle scene italiane, teatro, cinema e anche un minimo di televisione, sempre convincente nei differenti personaggi interpretati, senza cadere nel cliché dell’attrice drammatica. Iaia è affascinante, colta, ironica e ha un’innata simpatia e un entusiasmo travolgente e contagioso. Napoletana, vive a Roma e coltiva una passione autentica per Venezia, città che conosce bene e frequenta anche al di fuori delle occasioni professionali.

 

Sarà in scena al Teatro Goldoni dal 22 al 25 marzo con lo spettacolo Tempi Nuovi, scritto e diretto da Cristina Comencini. Il nuovo testo racconta di un nucleo familiare investito dai cambiamenti veloci e sorprendenti della nostra epoca: elettronica, mutamento dei mestieri e dei saperi, nuove relazioni. Iaia Forte ed Ennio Fantastichini sono i genitori di due figli adolescenti travolti dalle contraddizioni, dalle difficoltà di un tempo in cui tutto appare troppo veloce per essere compreso. Due genitori involontari protagonisti di un esilarante scontro tra diverse generazioni e abilità.  

 

Tempi Nuovi racconta il senso della famiglia oggi investita da cambiamenti radicali per quel che riguarda le dinamiche generazionali. Ci introduca un po’ in questo testo, in questo spettacolo.
È una commedia molto vicina alle tematiche classiche e alla poetica di Cristina Comencini, che qui racconta le difficoltà nell’adattarsi ai Tempi nuovi di una coppia, formata da me e mio marito, Ennio Fantastichini, con due figli, un maschio e una femmina. Il marito dichiara apertamente la sua difficoltà nel relazionarsi con tutte le manifestazioni dei tempi nuovi, che vanno dal digitale all’omosessualità della figlia, mentre io fingo di essere più moderna, lo contesto, però in realtà anch’io mi trovo a disagio con certe cose e verrò in qualche maniera sgamata dal gioco famigliare. Naturalmente tutto è un pretesto per far vivere una commedia intelligente sull’accettazione della diversità, del nuovo, di tutto ciò che in qualche modo possa turbare il conformismo famigliare.

Nella commedia l’espediente per ‘ricollegarsi’ al passato si presenta quando il figlio chiede aiuto al padre, che di mestiere è uno storico, per scrivere un tema sulla Resistenza. Sembra emergere qui una sorta di necessità di tornare dal digitale al libro, al senso della storia, a quello che in fondo dovrebbe essere il giusto compromesso tra il moderno e la nostra memoria.
È assolutamente così, perché l’assunto della commedia non è solo il disagio che provoca l’intero meccanismo scenico, ma anche, da parte del padre in quanto storico, la rivendicazione della relazione con le proprie radici, perché esserne consapevoli è l’unica via per progredire, ed è proprio questo attualissimo concetto che cerca di trasmettere ai suoi figli. Come dicevo prima, in questo senso nella pièce si riconosce molto lo stile della Comencini, perché ci sono tutti i meccanismi della commedia, ma c’è soprattutto l’intelligenza di comunicare certi valori e certi pensieri che sono “buoni e giusti” e a cui dobbiamo veramente molto.
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Nel suo mestiere di attrice che si divide tra teatro e cinema come avverte questo cambiamento dei tempi, il passaggio di velocità che c’è tra un mezzo e l’altro? Come ci si può adeguare?
Ho letto da poco il bellissimo libro di Giuseppe Montesano, Come diventare vivi. Un vademecum per lettori selvaggi, in cui non solo si rivendica l’importanza del leggere e dello spazio di approfondimento che dà la lettura, ma in un capitolo dedicato a uno studio scientifico basato sui neuroni e i collegamenti si dimostra anche come l’abuso dei social sia compromettente per la dimensione della profondità dell’anima e quanto sia degenerante per la psiche un uso sconsiderato dei mezzi di comunicazione contemporanei. Io uso Instagram perché mi incuriosisce vedere una persona attraverso le immagini che propone, mi diverto; c’è chi posta sempre sue foto, quasi in maniera ossessiva; chi invece spazia oltre. Mi piace anche vedere le foto dei luoghi che visitano gli amici, sapere dove si trovano. Questo è l’unico social che uso. Utilizzo invece il computer con molta riconoscenza perché facilita diversi aspetti della vita, ma appartenendo a una generazione che è ancora legata alla lettura e alla fruizione dei nuovi mezzi in una forma moderata, ritengo che abusare dei social e dei new media in generale sia indicativo di una dimensione di alienazione forte e diffusa che permea la nostra contemporaneità.

Il discrimine dell’attore è di saper fare comunque bene il suo lavoro al di là di quanto possa apparire nei social, o di quanto bene lavori il proprio ufficio stampa o di come si viva la dimensione del presenzialismo e della mondanità. Tra questi due poli che comunque attraversano l’esperienza di qualsiasi attore in quale rotta si trova a navigare meglio?

La mia genesi e anche la mia biografia sono sempre state un po’ ‘aristocratiche’, non solo perché ho fatto tanto teatro e mi ritengo un’attrice di scena, ma perché ho avuto la fortuna di incontrare i grandi registi, quelli che ammiravo anche come spettatrice, da Servillo a Martone, da Ronconi a Piezzi a Emma Dante. In realtà di tutto l’apparato mondano del nostro lavoro non me ne sono mai curata granché; ho lavorato quasi sempre in gruppi e in progetti che si ponevano il problema culturale prima di tutto.
Anche il teatro naturalmente, come tutto il resto oggi, vive una sorta di degenerazione: in questo momento vengono creati progetti che sembrano ideati più da una catena di grande distribuzione che da strutture teatrali, costruiti intorno a divi televisivi che non hanno lavoro per tre mesi e montano cose assolutamente prive di una qualsiasi idea di fondo. Invece io sono una romantica e un’aristocratica, legata a una vecchia maniera di fare teatro per cui c’era non soltanto il desiderio di relazionarsi a persone simili, ma c’era la volontà di affrontare attraverso il teatro le tematiche complesse e di rispettare il pubblico ponendolo di fronte, e rivelandogli, qualcosa che andasse oltre l’evasione di una sera a teatro. Il mestiere dell’attore di teatro è proprio la rivendicazione dell’anti-virtuale, perché il teatro è uno dei pochi spazi rimasti dove l’uomo incontra l’uomo e dove sono possibili accadimenti a volte misteriosi e poco codificabili, ma certamente, quando il lavoro viene svolto in una certa forma, rivelatori sia per lo spettatore che per l’attore.
Amo profondamente il mio mestiere, lo faccio con una reale vocazione e come tutte le vere vocazioni comporta anche delle crisi, per cui non ho un rapporto totalmente pacificato con questo lavoro. Ci sono momenti in cui vorrei fare tutt’altro, in cui sono stanca, però la restituzione in termini esistenziali è così forte…! Sono talmente grata a questo lavoro che mi ha dato l’opportunità di incontrare grandi esseri umani e grandi autori, e penso che avere la possibilità di recitare per tre mesi Shakespeare e potersi relazionare con quelle parole e quei nobili pensieri sia un privilegio enorme. Ho ancora un rapporto di incantamento totale verso quello che faccio.

9tempinuovifabiolovino.jpgLei che con le sue tournée gira i teatri di tutta Italia, davanti a che differenti tipi di pubblico si è trovata? Quali feedback e quali sorprese ha ricevuto durante questi suoi continui cambi di palcoscenico?
Trovo che il pubblico del Nord sia spesso più educato al teatro del pubblico dell’Italia del Sud, fatta eccezione per città come Napoli, che come Venezia ha una propria forte relazione con il teatro. Essendo l’italiano una lingua matrigna e non materna, si può dire che il Veneto e la Campania sono le uniche due regioni che hanno conservato un dialetto profondamente teatrale: penso a Goldoni, a Eduardo De Filippo, alla matrice di una lingua che è determinante sia per la drammaturgia che per il pubblico. Laddove una città possiede una forte tradizione linguistica, e quindi teatrale, come nel caso di Napoli e Venezia, c’è un pubblico più educato e abituato a considerare il teatro come parte strutturante del proprio vivere quotidiano. A Milano, per esempio, si avverte nel pubblico l’influenza che hanno avuto personaggi come Giorgio Strehler e Paolo Grassi, che hanno determinato l’idea che il teatro dovesse avere una funzione pubblica per la città, proprio come l’avevano gli autobus. In genere il pubblico del Nord è comunque un pubblico più colto, più attrezzato: è incredibile vedere come anche in paesini piccolissimi, in luoghi sperduti, sia stato fatto attraverso il teatro un lavoro di educazione alla visione. Mi è capitato di partecipare a sorprendenti incontri pubblici vitali, interessati, per niente rituali.
Per cui sì, quella che ho è una possibilità preziosa di conoscere e scoprire anche fisicamente l’Italia che per me continua ad essere il posto più bello del mondo, nonostante viva a Roma che in questo momento è davvero disastrata. Non vivrei in altro luogo che in Italia, perché è un paese di una bellezza incredibile e io sono molto soggetta all’incanto della bellezza.

…ha vinto persino un premio Oscar corale con la Grande Bellezza, direi che è ben titolata a parlarne!

Infatti, parlando di bellezza sono felicissima di venire a Venezia! Ho anche in mente un progetto che mi piacerebbe realizzare con la Biennale su Peggy Guggenheim, che è uno di quei personaggi estremi che io adoro incarnare. Peggy, così mite e folle al tempo stesso, così ninfomane, così determinata nei suoi affari, in lei racchiudeva un tale mix di qualità straordinarie da suscitarmi una simpatia enorme. Vorrei realizzare questo lavoro a Venezia nell’ambito della Biennale, allestendolo però negli spazi della Collezione Guggenheim, in quella che fu la casa di Peggy e anche dei ricordi d’infanzia dell’attuale direttrice, la nipote Karole Vail. Lo immagino come uno spettacolo itinerante, senza scenografie, e penso a un costume iconico, evocativo, che farei realizzare alla figlia di Gae Aulenti, Giovanna Buzzi, bravissima costumista e mia cara amica. Sarebbe una creazione da far circuitare solo nei musei, fuori teatro, in continua relazione e dialogo con l’arte moderna e contemporanea e le opere d’arte.

Il prossimo autunno tornerà in tournée con Sisters. Come Stelle nel buio di Igor Esposito con la regia di Valerio Binasco, al fianco di Isabella Ferrari. Una storia di conflitti e rimpianti in questi nostri giorni, un racconto di un tempo felice e di un presente triste, claustrofobico, una splendida partita a ping pong tra due grandissime interpreti...

Le cose che più mi affascinano di Sisters sono, in primo luogo, il fatto che racconta di due donne che non sono né madri, né mogli, né seduttrici. Due donne borderline, il che non è una cosa tanto frequente da incontrare nella drammaturgia italiana; in secondo luogo affronta un tema che mi appartiene profondamente, ossia la difficoltà del passaggio all’età adulta, quella coazione all’infanzia fino proprio alla vecchiaia che io stessa vivo e da cui proprio non riesco a uscire... È un tema che mi parla, mi è vicino; la difficoltà di quel passaggio che mi accomuna alle due sisters è qualcosa che comprendo, che mi appartiene e che in qualche maniera esorcizzo anche attraverso lo spettacolo.

tempinuovi_cristinacomencini_phfabiolovino_6.jpgProssimi impegni al cinema?

Esce il 22 marzo Una festa esagerata, il nuovo film di Vincenzo Salemme, tratto dal testo del suo omonimo spettacolo teatrale, in cui mi sono divertita tantissimo non solo perché il mio è un bellissimo personaggio, ma anche perché ho recitato con attori bravissimi, tra cui Massimiliano Gallo e Nando Paone che vengono dal Teatro di Eduardo. È stata un’esperienza davvero molto bella.
Poi a giugno parteciperò all’opera prima di Igort, un fumettista italiano che vive in Francia. Il film s’intitola Cinque il numero perfetto e ci sarà anche Toni Servillo.

So che ha un amore sincero e non banale per la nostra città. Al di là della sua innata vocazione alla bellezza, c’è un tratto peculiare, unico che suscita la sua attrazione viva per Venezia?
Si fa fatica a spiegarlo. Credo che chiunque abbia un minimo di immaginazione viva Venezia come un luogo fantasmagorico, ‘potenziatore’ dell’immaginazione. Ogni volta che devo recarmi a Venezia, e lo dico senza nessun genere di piaggeria, provo la stessa emozione che si prova quando si sta per incontrare un innamorato. È la pura emozione del rincontro quella che mi suscita la città, perché mi si rivela sempre “vecchia e nuova”, proprio come quando rivedi una persona che ti piace dopo tempo... Sono davvero felice come una pasqua di venire a Venezia!

Tempi nuovi
22-25 marzo 2018

Teatro Goldoni - Venezia

www.teatrostabileveneto.it