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Un Ateneo nel mondo. Intervista a Gianpaolo Scarante
di Massimo Bran   

scarante1.jpgL’infinita profondità storica di Venezia ci ha lasciato in eredità, al netto del suo declino e del suo drammatico depauperamento demografico, una teoria di istituzioni culturali espressione di quello che a tutti gli effetti era uno dei centri del globo da un punto di vista politico, commerciale, culturale. Oggi la funzione di queste istituzioni viene assolta da ciascuna di esse con un proprio profilo, una propria visione del passato e del futuro, una propria, specifica attitudine presente all’evoluzione del proprio senso in rapporto al mutare vorticoso dei tempi. Diciamo, però, che non è così infrequente che questi soggetti quasi fatalmente tendano a girare intorno al proprio ombelico, alle proprie glorie che furono, con un riflesso retorico che spesso non permette loro di accorgersi quanto il terreno sotto i propri piedi si stia ormai fatalmente erodendo.

 

L’Ateneo Veneto è per eccellenza l’Istituzione della città, il luogo in cui da duecento anni si tenta di preservare la straordinaria identità storica di questa città. Tutti i più grandi intellettuali, storici, letterati, politologi, filosofi, scienziati non solo della città, ma del mondo tutto, sono passati prima o poi di qui a rendere edotte platee di avidi curiosi su quelli che sono tendenze e destini del nostro pianeta. Funzione nobilissima, questa, ci mancherebbe, ma dalla formula negli anni progressivamente sempre più stantia, più meccanica, con una forte dose di autoreferenzialità.

 

Le ultime, combattutissime elezioni tra i candidati alla Presidenza del quadriennio a venire, già di per sé una grande novità rispetto alle designazioni pressoché univoche degli anni passati, hanno rappresentato una salutare scarica di vitalità a un corpo un po’ troppo seduto ed invecchiato. Il fatto che poi da questa elezione sia fuoriuscito una figura come quella di Gianpaolo Scarante, vero veneziano come erano i veneziani di un tempo, con un’apertura mentale rara da incontrare nella classe dirigente qui in città frutto di una lunghissima carriera diplomatica quarantennale in giro per l’Europa, è indubbiamente un’ulteriore, salutare scossa per ringiovanire e rinvigorire questo corpo, con l’obiettivo di rimetterlo in sesto a dovere per incamminarsi verso il mondo. Abbiamo cercato di capire dalle parole del neo-Presidente, perciò, quali saranno i passi a breve e medio termine che intende compiere in questa intrigante, dinamica scommessa.

 

Finalmente un Presidente scelto tra più candidati in un vivace e diretto confronto. Cosa sta succedendo e che cosa effettivamente è successo dopo 200 anni all’Ateneo Veneto?
L'Ateneo aveva la fama di luogo di cultura importante ma un po' "noioso" e chiuso in sé stesso. Noi siamo felici ora di aver dato una smentita a questa convinzione proprio a partire dal confronto vero che si è svolto in occasione della scelta del nuovo Presidente, alle diverse istanze messe sul tavolo della discussione di cui credo di essermi fatto punto convergente. Per la prima volta dopo tanti anni è stato chiaro fin da subito ciò che il Presidente aveva intenzione di fare una volta eletto.
In passato il Presidente era cooptato dal Consiglio; in questa logica il programma non diventava il punto fondamentale della sua azione. Trovandoci questa volta al cospetto di tre differenti candidati la differenza è stata dettata dalle scelte programmatiche di ciascuno di essi illustrate, come in una normalissima contesa elettorale, di fronte ai votanti. Il centro della discussione non è più stato il nome del Presidente, ma ciò che questa figura avrebbe poi concretamente fatto, o perlomeno dichiarato di voler fare. L’incontro svoltosi in Aula Magna lo scorso 21 novembre, Festa della Salute, in cui sono stati presentati ai soci in un dibattito pubblico i programmi dei diversi candidati lo considero una svolta epocale non solo per la nostra Istituzione, ma per la città intera. Si è parlato di tante cose, si sono confrontate le nostre differenti visioni, infine si è scelto di far convergere sulla mia candidatura la maggioranza degli sforzi e dei voti.
La mia visione parte da una constatazione che credo sia innegabile: l’Ateneo Veneto ha una storia lunga 200 anni e si trova in questo momento, come del resto la città stessa, ad affrontare una fase di cambiamenti drammaticamente radicali. Il mondo in cui viviamo oggi non è già più paragonabile a quello di vent’anni fa ed è per questo motivo che non abbiamo altra scelta se non quella di metterci in sintonia con questo momento storico. Questo implica automaticamente mettersi sulla stessa lunghezza d’onda della città in cui viviamo, della regione in cui ci troviamo, del mondo che ci circonda. Non abbiamo altra scelta se non quella di aprirci al mondo. Credo che questo assunto valga non solo per l’Ateneo Veneto, ma per tutti quanti noi che viviamo qui.

scarantegian.jpgChi conosce e vive da decenni il dibattito pubblico attorno ai destini di questa città non può non ascoltare con stanchezza il rituale ribadire formule stantie, tipo Venezia città aperta al mondo, la Porta d’Oriente, la patria della tolleranza e dell’inclusione… Insomma, troppo si è detto in questa direzione in rapporto ai concreti risultati poi raggiunti. Da autentico cittadino del mondo, veneziano come i veneziani di un tempo assetati di conoscenza e di scoperte, in che modo crede di poter contribuire a rimettere Venezia al centro vivo delle dinamiche contemporanee? E dalla sua straordinaria esperienza di Ambasciatore in più di una capitale ci può dire come la città viene percepita all’estero?
Da veneziano ho girato il mondo per quarant’anni portandomi sempre nel cuore un pezzo della mia città, soprattutto quando sono stato Ambasciatore in Grecia e Turchia, contesti che con Venezia hanno un rapporto come si sa molto forte. Ho potuto sempre constatare una grande ‘richiesta di Venezia’ e non in senso meramente turistico, ma culturale e di prossimità, che non ha sempre trovato un corrispettivo nell’offerta che Venezia ha potuto rivolgere all’esterno in questi anni. Ed è proprio da questa mia consapevolezza che la convinzione che questa città debba necessariamente (ri)aprirsi al mondo esce rafforzata. È la storia stessa di Venezia a dare totale legittimità a questo mio convincimento: quando la città si è chiusa al mondo sono arrivati sempre periodi storici particolarmente bui, come la seconda parte del Settecento, con effetti negativi che si sono propagati oltre quei confini temporali, quando Venezia aveva magari bisogno di aiuto e non l’ha ricevuto, isolata politicamente e culturalmente, ‘estranea al mondo’ proprio quando la storia si trovava a fare un balzo in avanti.

 

Non dobbiamo ripetere questo errore, non dobbiamo in alcun modo snaturare l’intima vocazione di Venezia, quella per l’appunto di essere aperta ai cittadini del mondo. Sono convinto che ci sia ancora la vitalità per poterlo fare al meglio, nonostante i momenti difficili ovviamente non manchino, sarebbe da stolti non ammetterlo. Io credo, insomma, che la città possa avere la forza di ripartire e da questo sentimento dobbiamo guardare al futuro. Non è vero che qui non vi siano soggetti, siano essi istituzionali, privati, associazionistici, dotati di forte vitalità. Il problema è che vi è una grande frammentazione, una forte assenza sistemica. È quindi assolutamente necessario fare in modo che tutti i soggetti propulsori di questa vitalità non si sentano soli, ma supportati nelle loro azioni e parte di un sentimento condiviso, vivo, capace di mettere in pratica iniziative concrete, moderne.

Nonostante la presenza di centri culturali di primo livello, con un’offerta artistica che può essere considerata pari a quella, che so, di una New York, è propriamente una visione sistemica a mancare. Una città che ormai ha ben poca società e che probabilmente non riesce più in maniera endogena a ripartire da sola, bisognosa di uno sguardo dall’alto che ne guidi i movimenti. Come invertire concretamente la rotta?
È una descrizione dello scenario attuale che mi trova perfettamente d’accordo. La fase storica che stiamo attraversando è unica nella sua drammaticità. Fino a ieri parlavamo di Venezia e del pericolo fisico della sua scomparsa; oggi parliamo ancora di una scomparsa, ma della comunità veneziana stessa, dei suoi residenti.
La vocazione di Venezia in questo tempo, e troppi non ne sono consapevoli, è quella di vera frontiera viva della contemporaneità. Pensiamo banalmente a un primo livello di quotidiana, ordinaria vivibilità. Certo, tutti a lamentarsi giustamente dell’invasione di fiumi di gruppi di turisti senza controllo, poche voci però a decantare la straordinaria vivibilità di questo ineguagliabile e grande centro storico pedonale, in un’età in cui tutte le società più evolute scommettono su questo, chiudendo i centri storici alle auto, favorendo in ogni modo la pedonalità, le piste ciclabili. Noi, anche senza volerlo e senza troppi meriti “contemporanei”, siamo già in questa direzione all’avanguardia senza timore di confronto alcuno. Come non lavorare sulla valorizzazione di questa straordinaria qualità? Che non può non partire da una visione, da una politica di accoglienza delle nuove professionalità, dei nuovi saperi, con in prima linea i giovani che studiano, che si applicano sulle nuove tecnologie, sui nuovi linguaggi di questo secolo. Ci vorrebbe un progetto di larga scala, articolato in tutte le sue derivazioni, con le Università prime motrici del tutto nel fare di questo gioiello della storia una vera casa del futuro. Sono convinto che il mondo risponderebbe entusiasta a un programma di questo tipo. Chiaro che ci vuole una politica che produca uno scarto vero sul fronte della residenzialità, degli alloggi, che capisca che accogliere migliaia di giovani di istituzioni del sapere di tutto il globo è un investimento che va ben oltre la mera logica di rendita di posizione che un affitto di ogni cm. quadrato può garantire. La città è attraversata ogni giorno da migliaia di giovani che qui studiano, ma questi ragazzi vivono Venezia come luogo di transito, di passaggio, forse nemmeno più immaginando che qui potrebbe definirsi e soddisfarsi il proprio futuro post-laurea. Trovo questa dimensione di mero “parcheggio” una vera sconfitta per la città. E’ allora da qui che bisogna ripartire per costruire davvero un rinnovato senso futuro della nostra società.
È necessario poi identificare gli ambiti trasversali su cui agire, per fare in modo che siano i primi ad essere interessati dai nostri sforzi. Uno di questi è di sicuro la rete: dal grande imprenditore allo studente tutti utilizziamo la connessione internet per lavorare, vivere e rapportarci con il resto della società. Venezia dovrebbe essere dotata della rete più veloce al mondo per vedere moltiplicate le proprie innumerevoli potenzialità. Venezia non ha forse sempre navigato? Ecco, deve tornare a farlo al meglio nelle nuove rotte della contemporaneità!

 

Noi, in sostanza, parliamo troppo di Venezia ma poco di quello che vorremmo che questa città diventasse davvero. Dobbiamo porci delle semplici domande: vogliamo fare di questo luogo esclusivamente un polo turistico mondiale? Allora attrezziamola come Disneyland, potremmo arrivare a gestire un milione di persone al giorno. Ma se invece vogliamo gestire Venezia come una città dotata di una propria comunità, le cose andranno fatte in maniera totalmente differente. Senza decidere che direzione imboccare saremo destinati a rincorrere i problemi che mano a mano ci si presentano senza la guida di un disegno finale da perseguire. Dobbiamo chiederci una volta per tutte: dove vogliamo arrivare? Si tratta ovviamente di un problema di non facile soluzione, che spesso la politica non ha voglia di affrontare perché sprovvista di una visione a lungo termine. Prima le diverse componenti ragionavano in termini di legislature, nell’ordine di quinquenni, ora l’orizzonte temporale si è ancora più ridotto.
Riconvertire le città a seconda dei nuovi bisogni non è prerogativa di Paesi tradizionalmente virtuosi, come possono essere una Germania o i Paesi scandinavi. Durante la mia carriera diplomatica in Grecia, per esempio, ho potuto osservare da vicino l’ottimo lavoro portato avanti nella zona industriale di Atene, diventata oggi polo culturale di grandissimo livello con strutture di prima avanguardia. Non è quindi un problema di risorse, quanto piuttosto di volontà politica che sia guidata da una visione. A tutte queste difficoltà, nel caso di Venezia, si somma anche la scarsa rappresentanza di cui gode la città in ambito istituzionale nazionale, con pochi deputati e senatori veneziani che possano farsi portavoce diretti delle urgenze della città. Questo aspetto non è di poco conto; più rappresentanti locali a Roma permetterebbero di portare dritte al cuore decisionale del Paese le questioni su cui si dibatte senza troppo costrutto in ambito cittadino. Un altro aspetto che mi lascia sempre molto perplesso è la tendenza alla continua ‘alternatività’ tra la Venezia storica e l’entroterra, dicotomia che secondo me non ha ragione di esistere. Cosa sarebbe Venezia senza l’entroterra? Una città di pochissimi abitanti, senza attività produttive, basata totalmente sul settore terziario. Cosa sarebbe l’entroterra senza l’attrattiva esercitata dal nome stesso di Venezia, nome che in tutto il mondo aiuta a ‘vendere’ il territorio esaltandone le peculiarità? Una terra assai più desolata. Questi due mondi devono procedere di pari passo aiutandosi a vicenda e andrebbero, quindi, considerati in maniera più coordinata. La Città Metropolitana, di cui tutti parlano, potrebbe essere a questo proposito lo strumento ideale per portare ancora di più Venezia nel mondo, con un impatto che secondo me non conoscerebbe rivali.

img-20180131-wa0008.jpgVeniamo allo specifico dell’Ateneo Veneto. Quali le direzioni complessive e prioritarie della sua Presidenza?
Noi vorremmo traghettare l’Ateneo nel 21esimo secolo. Un’espressione che non vorrei risultasse supponente e che invece vuole semplicemente rappresentare bene quelle che sono le nostre concrete intenzioni. Vogliamo portarlo ad essere più coerente con quella che dovrebbe essere la sua mission in relazione alla realtà locale in cui opera, portandolo ad aprirsi al mondo e ai suoi temi più caldi. A tal proposito mi è capitato spesso di vedere come i problemi di Venezia vengano considerati sempre e comunque particolari, unici al mondo, non raffrontabili con quelli di nessun’altra città sulla faccia della Terra, quasi Venezia facesse parte di un universo parallelo a sé stante. Ad un’analisi più attenta molti di questi problemi risultano invece essere del tutto trasversali e interconnessi con il resto del mondo. Prendiamo, tanto per rimanere a un caldissimo tema del presente, il degrado del turismo. Certo, a Venezia può aver raggiunto livelli estremi ed eclatanti, ma di sicuro è un problema con cui tutte le città a grande vocazione turistica devono fare i conti. Il passo fondamentale da fare per Venezia, perciò, è quello di alzare gli occhi guardando con umiltà alle soluzioni studiate dalle altre città per risolvere problemi analoghi. Voglio ostacolare con tutte le mie forze la tendenza che si sta facendo largo in questi tempi, ossia quella di evitare a tutti i costi il confronto, andando avanti a proporre iniziative che si ripetono stancamente da anni, secondo binari precostituiti.

 

Dobbiamo mettere da parte al più presto questo particolare complesso storico e renderci conto di poter giocare a testa alta la partita culturale ed economica, consapevoli di non essere il centro del mondo e senza pensare che tutte le calamità si abbattano immancabilmente e solo su Venezia. In questa linea, in questo approccio aperto al mondo si iscrive un primo incontro internazionale di alto livello sui temi dell'economia e dell'ambiente organizzato dall'OSCE, l'organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che l’Ateneo avrà l’onore di ospitare il prossimo 24 maggio.

 

Insegnando a Padova, nella facoltà di Scienze Politiche, una domanda si fa sempre più spazio nella mia mente: esiste al giorno d’oggi un problema che si possa considerare relativo ad una sola e unica nazione? Oggi non esiste tavolo internazionale che non si occupi di immigrazione, poco tempo fa materia di competenza del nostro Ministro degli Interni; il terrorismo era un problema interno ad alcuni Stati, con alcune eccezioni, ora è una minaccia più globale che mai. Esattamente come non può esserci esclusivamente una ‘soluzione nazionale’ a questi problemi, Venezia non può pretendere di risolvere da sola le proprie criticità. È necessario guardare fuori, vedere con umiltà cosa è stato fatto e capire se possa essere replicato anche qui. Al contempo, accanto a questo sguardo oltre i confini lagunari, va parallelamente affinata l’attenzione verso ciò che la radice viva e storica della città ancora riesce a produrre in termini di vitalità produttiva, di idee, di reazione a questa oggettiva apatia che sembra avvolgere la nostra società. Sono rimasto molto impressionato dal riscontro massiccio di cui spesso godono temi, problemi apparentemente di scarso interesse, che invece sanno a ben vedere fortemente restituire l’amore, la passione, la resilienza tenace di migliaia di veneziani per nulla arrendevoli, anzi! Tanto per evidenziarne uno fra i tanti di questi piccoli temi aggreganti, mi ha colpito l’attenzione diffusissima attorno al problema dello sbriciolamento delle bricole e della pericolosità del loro deterioramento nella navigazione. Gruppi sui social network che parlano di questo problema e di questioni analoghe raccolgono spesso adesioni di migliaia di persone, sintomo di un interesse che non deve essere in nessuna maniera sprecato, una vitalità da sfruttare per il bene collettivo. Il semplice cittadino deve rendersi conto di non essere da solo, di poter condividere le preoccupazioni del grande industriale che non vuole delocalizzare la produzione all’estero o del libero professionista che lotta per mantenere il proprio studio in centro storico, anziché spostarlo fatalmente in terraferma. L’ambizione dell’Ateneo, quindi, è quella di diventare polo di aggregazione di tutta questa vitalità, dare un luogo fisico a queste persone per esprimere queste idee e queste suggestioni. Perché accanto alle dottissime e necessarie disquisizioni teoriche sulla storia e sulla civiltà è fondamentale affiancare momenti di incontro e confronto sui temi della quotidianità, che sono spesso espressioni di vitale resistenza di cittadini che in alcun modo intendono lasciare andare al vento la profondità storica di mestieri, abitudini, costumi di questa città unica, cercando di rivitalizzarne il senso con una declinazione contemporanea, presente e servibile oggi.

Come queste ambizioni verranno messe in pratica?
Dovremo necessariamente tener conto di una serie di contingenze economiche che non possono naturalmente essere ignorate, qualificando sempre meglio la nostra offerta. Oggi l’Ateneo Veneto è una delle istituzioni cittadine con il più alto numero di iniziative culturali proposte, di differente natura, con un’utenza che va dal pensionato che viene qui da noi due ore per seguire una conferenza di argomento storico al grande studioso che partecipa ad un seminario di altissimo livello. Vogliamo mantenere questa gamma di utenti e innalzare il livello qualitativo dell’offerta che garantiamo alla città, inserendo elementi che facciano capire l’importanza del mondo esterno. Di pari passo intendiamo migliorare la nostra sede con interventi che si sono resi assolutamente necessari e ottimizzare il rapporto con le fasce d’età più giovani, un pubblico che, nonostante Venezia sia una città universitaria, registra da noi una presenza quasi impercettibile, dato che non vogliamo e non possiamo assolutamente accettare. Ovviamente siamo noi i primi a doverci spendere in questo senso, migliorando il nostro prodotto per renderlo fruibile a questo pubblico che di fatto non ci conosce, non ci frequenta e che rappresenta la linfa vitale del nostro futuro.
Grazie ai nostri straordinari soci, tra cui molti direttori di musei e sovrintendenti, vogliamo poi diventare un centro capace di garantire una visita di Venezia ai massimi livelli. Abbiamo avviato pochissimo tempo fa con grandissimo riscontro, di sabato mattina, un ciclo di conversazioni in lingua inglese di livello elevato: chi sa già l’inglese e vuole perfezionarlo può parlare di temi relativi all’attualità con un professore specializzato.
La prima apertura verso il mondo dobbiamo farla nella nostra testa, modificando il nostro modo di pensare.

L’area del mondo che storicamente ha rappresentato per la Serenissima la propria “casa”, la sua estensione quasi naturale, è naturalmente il Mediterraneo. Un mare dove le civiltà che hanno costruito l’Europa, e non solo, sono nate e che troppo spesso frettolosamente è stato dato per finito, o perlomeno in uno stato di declino irreversibile da un punto di vista geopolitico. Conclusione quanto mai improvvida alla luce della sua ciclica, rinnovata centralità. Vista anche la sua decennale esperienza diplomatica su queste rive come intende impostare le relazioni dell’Ateneo con questo mare “di casa”?
È assolutamente necessario dimostrare la lucidità di saper compiere passi importanti in questa direzione guardando a quello che chiamiamo il ‘bacino di venezianità diffusa’, che si estende dall’Adriatico al Mediterraneo tutto, dove la storia di Venezia è presente attraverso mille testimonianze e ricordi. Guardi, io ho svolto la mia carriera diplomatica “mediterranea” in Tunisia, poi in Grecia e in Turchia, e in particolare in questi due ultimi Paesi la reputazione di Venezia, il desiderio di viverla, la percezione di una forte affinità con essa sono altissimi, oltre ogni immaginabile aspettativa che un veneziano medio possa avere senza una conoscenza approfondita di questi Paesi oggi. Appena parli di Venezia riapri in un amen memorie vive, che poi si toccano con mano, si vedono nitidamente, basta andare nelle isole greche, a Rodi, che sembra davvero un centro veneziano, ma anche nella stessa Istanbul, dove la sede della nostra storica Ambasciata è nello stesso palazzo dove vi era la rappresentanza della Serenissima, non a caso denominato Palazzo Venezia. Eppure sì, pare incredibile ma purtroppo anche la nostra città sembra ignorare l’effettiva importanza di questo contesto geopolitico, perseverando in questo errore storico che si riflette anche nel rapporto con i paesi nordafricani.
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In questa sua culla che è il Mediterraneo l’Europa ha portato avanti solamente due iniziative: il processo di Barcellona, noto anche come Partenariato Euromediterraneo, nel lontano 1995 e l’Unione per il Mediterraneo, avviata nel 2008 su iniziativa del Presidente francese Sarkozy. Poco, eppure non si può certo dire che l’Europa non sia in grado di avere uno sguardo più aperto verso il Mare Nostrum, perché quando quello stesso sguardo è stato invece rivolto ai Paesi dell’est i risultati sono stati ottimi e dal riscontro anche piuttosto rapido, con miglioramenti economici di portata rilevante. È davvero inspiegabile questa scarsa attenzione verso quella che è stata la culla autentica della nostra civiltà.
Tornando al nostro specifico, io nel mio piccolo mi sono già attivato nell’accendere relazioni il più strutturate possibili con importanti istituzioni di altri paesi mediterranei dove fortunatamente, per ragioni professionali, ho mantenuto vive relazioni. In particolare per ora con un’importante istituzione culturale ateniese ho già attivato una collaborazione che spero presto possa dare i suoi frutti tangibili. Ma è solo la prima. Si tratta di scambi culturali vivi, con mostre, incontri, workshop, dando corpo pulsante a delle affinità storiche che non possono giacere solo sulla carta. Vogliamo fare in modo che la gente all’estero ci consideri la porta principale attraverso cui entrare in città.

Da questo punto di vista ci sembrerebbe interessante capire in che modo l’Ateneo Veneto si rapporterà con gli altri centri che in città sono impegnati a diffondere le diverse culture nazionali.
Spero di organizzare quanto prima un incontro con tutte le istituzioni presenti a Venezia incaricate della diffusione delle rispettive culture nazionali. Cominceremo di sicuro da qui, perché questi istituti culturali di decine di Paesi rappresentano ovviamente i centri nevralgici più vicini a noi, sia logisticamente che concettualmente. Questi centri culturali internazionali devono assolutamente essere oggetto da parte nostra di un’attenzione vitale, direi di più, di uno sforzo di autentica inclusione nel nostro lavoro quotidiano nel produrre senso futuro della città a fianco dei veneziani più vivi ed aperti, come spesso sono questi cittadini del mondo che hanno scelto qui di scommettere la propria vita, il proprio lavoro, le proprie passioni. Noi metteremo a disposizione le straordinarie competenze dei nostri soci e tutto l’impegno messo in campo giorno dopo giorno su base volontaria da chi rende possibile la realizzazione delle nostre iniziative.