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Home arrow ZOOM arrow INCROCI 2018 | Questione di equilibrio. La ricetta di Gioconda Belli per un domani al femminile
INCROCI 2018 | Questione di equilibrio. La ricetta di Gioconda Belli per un domani al femminile
di Chiara Sciascia   

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Negli anni Settanta il Nicaragua si apprestava a vivere una delle peggiori dittature di tutta l’America Latina, mentre Gioconda Belli si apprestava a vivere la sua doppia rivoluzione: personale e sociale. Nata in una famiglia dell’alta borghesia nicaraguense, riceve un’educazione internazionale tra Europa e America. L’alta società, tuttavia, per Gioconda diventa quasi una prigione fatta di apparenza e ipocrisie, e la sua potente carica di donna vitale, carnale, passionale trova sfogo nella poesia, che diventa il suo strumento narrativo principale. La vita di Gioconda Belli è un film che tiene col fiato sospeso: la militanza segreta nel Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, l’amore tormentato per il guerrigliero sandinista Modesto, l’esilio pianificato per sfuggire alle carceri del regime di Somoza, il ritorno a casa, gli incarichi politici internazionali, l’uscita dal movimento: «Pensai che l’aspirazione a essere felice fosse valida quanto quella di fare la rivoluzione; che se avevo la saggezza di operare per la mia felicità, sarei stata capace di salvare il mondo». Sempre consapevole della dualità della propria anima, divisa tra la donna che voleva vivere secondo i canoni classici della femminilità e quell’altra che aspirava ai privilegi maschili, Gioconda ha passato la vita a cercare un equilibrio «tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine, che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle». Dopo il matrimonio con lo yankee Charles Castaldi, reporter americano malvisto dai compagni di lotta sandinisti, Gioconda, ormai scrittrice profondamente coinvolta nella causa femminista, si trasferisce negli USA non senza angoscia e dubbi, tormentata dall’idea di diventare leggera, compiacente, di aver appeso i guantoni al chiodo, anche se «da questi pensieri, comunque, mi allontanò la realtà stessa della mia vita, che si assunse il compito di insegnarmi che l’impegno non si deve sempre pagare con il sangue o non sempre richiede l’eroismo di morire sulla linea del fuoco». Ospite di Incroci di Poesia Contemporanea, Gioconda Belli è protagonista dell’incontro del 6 aprile alle ore 11.30 all’Auditorium Santa Margherita insieme ad Abdilatif Abdalla e Raúl Zurita.

 

Giornalista, scrittrice, poetessa. Quale anima prevale in lei?
La maga, l’illusionista. Questa è la parte di me che più mi piace, quella che usa le parole per immaginare le storie.

Quali codici linguistici connotano le sue diverse anime? Affinità e differenze.

Il codice linguistico è una questione che dipende sempre dalla parte del corpo con cui ci si avvicina al tema. Ogni genere ha una propria anima. Mi dedico poco al giornalismo perché non so più essere ‘obbiettiva’, né fingere indifferenza. Per i giornali scrivo articoli d’opinione che mi danno la possibilità di appassionarmi e di argomentare. Il romanzo per me è un lungo viaggio verso un’isola che sbuca fuori dalla nebbia – come diceva Virginia Woolf – solo quando si è abbastanza vicini. Mi affascina il senso della scoperta e anche il dover rimettere insieme i pezzi. La poesia è invece un sospiro immediato, un miraggio, una rivelazione che bisogna catturare e poi forgiare con un ‘martello’ prima di raggiungere l’esattezza emotiva.
 
Un mondo al femminile tra realtà e utopia. Quale il manifesto di Gioconda Belli?
Ogni giorno ci avviciniamo di più a un mondo meno diviso per quanto riguarda il genere. Si è finalmente iniziato a discutere sul serio di temi chiave, come quello delle molestie sessuali, che è in fondo una discussione sul potere. L’utopia che desideriamo noi donne non è raggiungibile. È l’equilibrio di poteri reali ed effettivi quello a cui dobbiamo mirare. E sottolineo “equilibrio”: non scambiare una dominazione per un’altra. Ho scritto qualche anno fa di un’utopia femminile, Nel paese delle donne (Feltrinelli, 2011), in cui si propone un femminismo “femminile”, audace, pieno di immaginazione e umorismo. Il racconto si basa su un’esperienza reale, il Partido de la Izquierda Erótica (Partito della Sinistra Erotica), che con un gruppo di donne abbiamo istituito in Nicaragua durante la Rivoluzione Sandinista. Dimostra come le donne governerebbero sfruttando appieno tutte le proprie doti fisiche e intellettuali, con un’etica di cura e una vocazione al conciliarsi e all’essere pratiche. Le donne devono convincere loro stesse che è possibile raggiungere l’equilibrio. Senza complici, il machismo è perduto.

Identità personale e identità di appartenenza. Quanto la sua storia personale con l’esperienza nel Fronte Sandista di Liberazione Nazionale e la storia del suo Paese, e più in generale del Sud America, hanno influenzato e influenzano la sua scrittura e i suoi personaggi?
Si scrive sempre della propria vita, di ciò che si osserva e delle persone che ci circondano. Per questo per me il primo requisito per poter scrivere è vivere con piena consapevolezza, a occhi aperti. Naturalmente quando capita di vivere un’esperienza come quella che abbiamo vissuto in Nicaragua è normale che questa abiti il nostro lavoro, è il magma infuocato che alimenta il vulcano creativo e lo mantiene in attività. In questo contesto, gli amori, le passioni, le morti, le nascite sono parte di un dramma collettivo e unico di guerre, trionfi e tradimenti. Vivere in conflitto è positivo per lo scrittore, anche se doloroso.

Non possiamo non ricordare – con orgoglio – le sue origini italiane. Quale aspetto della sua personalità sente più vicino a queste origini?

Muovo molto le mani… Penso che l’Italia sia il paese più bello del mondo, che Buffon sia il portiere più fantastico del calcio, che nessuna donna sarà mai più bella di Sofia Loren.  C’è anche qualcosa di anarchico in questo Paese che mi scorre nel sangue.

Il suo prossimo progetto?
Ho appena terminato un romanzo intitolato El Hombre que murió dos veces (L’uomo che morì due volte). Spero di pubblicarlo il prossimo anno in Italia con il mio editore, Feltrinelli. Proprio per questo adesso posso semplicemente godermi la partecipazione a due bellissimi festival: Incroci di Civiltà a Venezia e Poetry Vicenza. Per le due rassegne presento una raccolta di poesie: Gioco, Giocare, Gioconda (a cura di Raffaelli Editore, tradotta da Emilio Coco). Poi andrò un mese in residenza a Bogliasco (Genova, ndr.) per scrivere una sceneggiatura per il cinema.

 

 

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LA DONNA ABITATA
(E/O, 2011)
È raro trovare un libro come questo, traboccante di riflessioni, immagini poetiche, avventura, sentimenti e persino un pizzico di soprannaturale, il tutto amalgamato in una miscela a tratti struggente, in grado di incuriosire ed emozionare pagina dopo pagina. La donna abitata è il romanzo della Rivoluzione Sandinista. È la storia di due donne, vissute in epoche diverse, la prima Itzà, una guerriera azteca che combatte contro i Conquistadores e la seconda, Lavinia, architetto, una donna moderna, che vive sotto una feroce dittatura centroamericana. Le loro vite lontane nel tempo, ma vicine nelle esperienze, s’incontrano magicamente nell’amore e nella guerriglia.